“Smash: 15 racconti di tennis”: chiacchierata con Mauro Covacich

“Smash: 15 racconti di tennis”, A.A. V.V., La nave di Teseo Ed.

maggio 2016con covacich a to 2016

pagg.234

€ 18.50

 

 

 

 

Prendete come tema uno sport frequentato da scrittori e artisti, ma anche dalla gente comune – per esempio, il tennis-; poi riunite un gruppo di Autori italiani fra i più interessanti che scrivano un racconto ispirato al tema; quindi organizzate gli scritti in una bella raccolta dal titolo perfetto, magari pubblicata da una nuovissima ma già apprezzata casa editrice: sicuramente ne nascerà una antologia perfetta come il suo titolo, che costituirà il pretesto per gustare pagine originali e persino imprevedibili attorno ad uno sport nobile e tuttavia popolare.

E’ quanto ha fatto Elisabetta Sgarbi,  fondatrice della nuova casa editrice “La nave di Teseo”, ideando “Smash”, raccolta di quindici racconti inediti scritti da altrettanti importanti Autori italiani, che attorno al tema “tennistico” hanno costruito storie, come si legge nella bandella di copertina, “in cui rimbalzano da un autore all’altro, da un testo all’altro, elementi biografici – l’infanzia, la paternità, il dover crescere e il dover essere -, le sconfitte e le vittorie che costellano ogni esistenza, ma anche la giocosità e l’irruzione del desiderio e dell’eros.”

Autori importanti, si diceva: Sandro Veronesi, Elena Stancanelli, Sergio Claudio Perroni, Valeria Parrella, Edoardo Nesi, Marco Missiroli, Carmen Llera Moravia, Matteo Garrone –Edoardo Albinati, Giorgio Falco, Mauro Covacich, Leonardo Colombati, Matteo Codignola, Guido Maria Brera, Mario Andreose, Fulvio Abbate, che hanno voluto così dare il proprio sostegno, non solo artistico, alla Editrice nata per volontà di Elisabetta Sgarbi e Umberto Eco dopo che entrambi avevano lasciato al Bompiani, ceduta da RCS a Mondadori. E a Umberto Eco la raccolta è, inevitabilmente, dedicata.

Ho parlato di questo libro con uno degli scrittori coinvolti, Mauro Covacich, autore di un bellissimo racconto ambientato durante il mitico match che nel 1989 vede contrapposto il giovane tennista Chang al colosso Lendl e parallelamente, sulla memoria di una adolescenza inquieta, un figlio e un padre. E mentre questi scambi, privati e sportivi, impegnano i contendenti, il mondo guarda le immagini delle proteste giovanili, pacifiche ma potenti, di Piazza Tienanmen.

Piccola annotazione curiosa: nel suo racconto, Sandro Veronesi torna a dare ad un personaggio un cognome molto familiare all’Autore, ai suoi lettori e a me: Paladini. Chissà se un giorno riuscirò a chiedergli che diavolo gli abbiano mai fatto i Paladini per essere sempre così presenti nella sua opera artistica? O, magari, sapete dirmelo voi?

Ecco l’intervista a Mauro Covacich, il cui sonoro trovate in alto, nella sezione audio di questa pagina.

Canzone consigliata: ” Ose”, Yannick Noah, ma anche “Tienanmen- Tieni a mente”, Claudio Baglioni.

 

Giancarla: C’è un’espressione che personalmente trovo abusata, negli ultimi anni: “scendere in campo”, che però in questo caso è appropriata. Com’è che lei è… “sceso in campo” per questo libro?

Mauro Covacich: …Sì, sono espressioni che magari all’inizio erano anche belle, ma poi qualcuno le ha “calpestate” in tutti i modi, ne sono uscite malissimo e non si possono più usare! …Io ho partecipato a questo progetto volentieri, benché non sia mai stato un tennista: sono da sempre uno sportivo accanito, ma il tennis è uno di quegli sport che ho sempre visto in televisione, dal divano. Ho accettato perché ero “partigiano per la causa”, mi andava di sostenere il lavoro di Elisabetta (Sgarbi: n.d.r.) e quindi questa antologia mi interessava doppiamente, ma era anche l’occasione per provare a dire delle cose attraverso un ambiente che non era il mio: così ho sfruttato l’idea del “tennis in tv”, che nasconde in sé un duello, ma che poi può trasformarsi in una specie di complicità, in un doppio. Su questo ho ragionato e l’ho sfruttato per fare i conti con la figura di mio padre.

G.: Quindi, dopo questa dichiarazione, non serve che faccia la classica domanda “C’è dell’autobiografia nel suo racconto?”…

M.C.: Beh, è oramai da parecchi libri che non faccio che parlare della mia vita; lo faccio in un modo che, dal mio punto di vista, si discosta dall’ auto-fiction, nel senso che faccio di tutto perché la tensione con la quale metto in gioco la mia vita e quella delle persone che mi circondano è all’insegna dell’autenticità – per quanto retorica possa sembrare questa espressione-, per cui non ha intenti falsificanti e finzionali: sono davvero frammenti di autobiografia. Questo è un racconto nel quale, nel 1989, guardo una partita di tennis: è un momento molto particolare, perché la partita coincide con i fatti di Tienanmen. E’ la partita tra Lendl e Chang, al Rolland Garros: per la prima volta sono solo a guardare il tennis in tv, perché mio padre è morto da poco. Lo sport in tv, il tennis in tv, era una delle cose che ci avvicinavano. Era il periodo dell’adolescenza, dei conflitti generazionali: ora mi sembra che le cose siano un po’ cambiate, ma all’epoca io ricordo un grande conflitto con mio padre e lo sport in televisione era una specie di zona franca che condividevamo. In quel momento si sovrapponevano la microstoria, mia personale, con la macrostoria: la microstoria di quando per la prima volta mi ritrovavo a guardare il tennis in tv da solo, con tutta una serie di retroscena che nel racconto ho spiegato, e la macrostoria della rivoluzione pacifica dei ragazzi di Tienanmen contro la Cina comunista. Come si vede, il tennis è sullo sfondo, anche per una questione di onestà: nella raccolta ci sono altri racconti, molto belli, che entrano più in profondità anche nel gesto atletico, perché sono scritti da Autori che hanno praticato il tennis anche a livello agonistico (io avrei potuto farlo, per esempio, per la maratona, che è una attività sportiva che ho praticato, ma non per il tennis). Per questo, per una questione di onestà, anche nel racconto sono stato a “guardare” il tennis.

G.: Facciamo un passo indietro, perché mi incuriosisce l’espressione che usato prima: “la retorica minaccia l’autenticità” o “l’autenticità sembra retorica”. Perché lo pensa?

M.C.: Purtroppo, parlare oggi di autenticità viene facilmente derubricato come retorico, nel senso che ogni rappresentazione, anche la più fedele ai fatti reali, viene destituita di fondamento attraverso un immaginario tutto finzionalizzato.  La fiction è arrivata dappertutto, si è come percolata nel tessuto sociale, a tutti i livelli, e di questo molti scrittori fra i più importanti hanno fatto la ragione della loro narrativa: Walter Siti, per esempio, da subito ha ragionato su questi temi mostrando come un “Io” autentico, cioè un nucleo davvero intatto al di là delle rappresentazioni che se ne fanno, fosse impossibile da raggiungere. Ecco perché dicevo che spesso questo viene considerato un gesto impossibile e quindi anche retorico, se si tende a inseguirlo. Ciò nonostante, benché sia consapevole del fatto che ogni volta che racconto pezzi della mia vita io offra una “versione dei fatti”, una rappresentazione, un racconto, e quindi, anche se mi attengo ai fatti ribadendo che sono “veri”, che non parlo di personaggi ma di persone, quel libro viene poi venduto come romanzo. Il mio è un approccio che si affida all’autobiografia pura, non all’artificio del proprio vissuto: ognuno di noi ha la propria “versione dei fatti” (se ognuno di noi due ora dovesse raccontare questo nostro incontro, avremmo ovviamente due racconti diversi), però io faccio di tutto perché non ci siano elementi di adulterazione di quello che dico.

G.: Quindi ha scritto questo racconto “di getto”?

M.C.: …Beh, no…Il fatto che io sia molto attento all’adesione al vissuto non significa che poi non ci sia un lavoro, anche molto complesso, in termini di restituzione di questo vissuto: la scrittura elabora secondo un metabolismo molto più complesso rispetto a come si possono spiegare le cose “a voce”. L’assenza di mio padre o il suo “fantasma” soggiacevano lì, da anni, e sono giunti in superficie in modo inaspettato. Quando si scrive – o, almeno, a me capita così- ci si rivela e ci si accorge anche di cose che arrivano inaspettate: nella scrittura c’è un elemento autorivelativo. Per questo dico che mi sono accorto che stavo facendo i conti con mio padre mentre scrivevo: quindi non è stato un impulso, uno sfogo, ma qualcosa che veniva da lontano.

G.: …Non è stato uno smash?

M.C.: No, assolutamente: è stato un lunghissimo scambio da fondo campo, direi.

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