La rinascita di una Casa Editrice: Alberto Gaffi e la “Italosvevo”

 

Fuori da ogni ovvietà, dichiaro che quando nasce una Casa Editrice sono contenta; se poi ri-nasce lo sono ancora di più, poiché il messaggio è chiarissimo per tutti: anche le difficoltà che sembrano insormontabili si possono superare. Ecco perché voglio occuparmi della “Italosvevo”, editrice nata nel 1967 su iniziativa della famiglia Zorzon, che di mestiere vendeva libri a Trieste ma voleva anche misurarsi con l’editoria: le cose, però, non sempre vanno come si vorrebbe, e così nel 2013 il figlio di Zorzon ha chiuso la libreria internazionale “La Fenice”, mentre la “Italosvevo” finiva i suoi giorni.

… O forse no?

Perché si sa, anche se il paragone può apparire abusato, che la Fenice rinasce dalle sue ceneri: e infatti Alberto Gaffi, editore romano, ha rilevato il catalogo della “Italosvevo” e depositato il marchio che – pare incredibile – non era mai stato registrato,  e rimesso mano al catalogo.

Ecco l’intervista all’Editore Alberto Gaffi, il cui sonoro trovate in alto, nella sezione audio di questa pagina.

Canzone consigliata: “Trieste”, Sergio Endrigo

 

Giancarla: Che cosa è la Casa Editrice “Italosvevo”?

Alberto Gaffi: Si tratta di una realtà nata cinquant’anni fa, a Trieste. La famiglia Zorzon (Renato, Sergio, Franco), già da molti anni librai in quella città, decise di contattare gli eredi di Italo Svevo e, con l’autorizzazione della famiglia dello scrittore, di stampare dei libri proprio con il marchio “Italosvevo”: sono andati avanti anche con la libreria di famiglia, “La Fenice”. Purtroppo, nel 2013, per questioni di carattere economico la libreria ha chiuso e nella chiusura definitiva sembrava dovesse seguirla anche il marchio “Italosvevo”. A quel punto sono entrato in gioco io e con capitali freschi e tantissimo entusiasmo mi sono trasferito armi e bagagli a Trieste. Prima di tutto ho verificato la produzione e il magazzino che era stato costruito in quei cinquant’anni precedenti di storia non solo triestina, ma giuliana e istriano-dalmata: esperienze che arrivano fino a Zara, Pola o Fiume, cioè a terre che, come sappiamo, appartenevano al nostro Paese e sono state consegnate alla ex-Jugoslavia come bottino di guerra, ma nelle quali continua a battere un cuore italiano.

G.: Insomma bisogna riconoscere alla città di Trieste il suo ruolo di regina, che lei coniuga con quello di un’altra regina, la città di Roma: un bell’incontro, anche perché pare che queste regine abbiano fra loro più somiglianze che dissimiglianze.

A.G.: Roma, anche se in senso figurato, è un porto di mare, ha il carisma del Papa, della Cristianità, ha battuto e continua a battere le campane e percuotere i cuori di chi si avvicina a questa culla della Cristianità: è una città che non può che definirsi cosmopolita. Trieste per ragioni  geografiche si trova in un incrocio di confini che la mette in una posizione scomoda e comoda al tempo stesso: è un ponte fra Est e Ovest, fra Nord e Sud, è un luogo dove il Mediterraneo incontra la Germania e l’Oriente l’Occidente.

G.: Sono chiari, dalle sue parole e dal suo stesso tono, l’entusiasmo e la gioia di  buttarsi in una impresa che però, di questi tempi, qualcuno potrebbe definire temeraria: visto che lei, evidentemente, non la pensa così, le chiedo che spazio ci sia, nel panorama generale italiano di oggi, per queste Edizioni.

A.G.: Nel 2013 siamo usciti con un primo volume che servì solamente per certificare che il marchio era passato di proprietà ed era stato registrato alla società romana; per due anni abbiamo lavorato “sotto traccia” o, come direbbero i Triestini, “come un fiume carsico” che poi è sfociato al mare, pochi chilometri prima dell’estuario.  E’ avvenuto a gennaio, con tre libri che hanno immediatamente riscosso grande interesse e stanno costruendo un mercato nazionale che la vecchia Casa Editrice non aveva: la vecchia “Italosvevo” era molto forte da Trieste verso Est (Dalmazia, Istria, Slovenia), in terre che appartenevano all’Italia. Oggi noi ci rivolgiamo a un pubblico più ampio, pur senza dimenticare le nostre origini: abbiamo una redazione su Trieste, abbiamo contatti con Pola, abbiamo già partecipato a vari Festivals letterari in Croazia e a Lubiana. Insomma stiamo frequentando un mondo che crediamo sia debitore e al quale noi stessi siamo debitori, in uno scambio reciproco di dare e avere.

G.: Siete partiti con “La Piccola Biblioteca di Letteratura inutile”, una collana assolutamente originale sia per contenuti, sia per veste grafica, quest’ultima semplice ma, appunto, originale: quindi si può dire che voi abbracciate una sorta di creatività letteraria un po’ disincantata (anzi, mentre parlo sto immaginando il fumo della sigaretta di sveviana memoria). E’ così?

I.G.: Esiste un termine, coniato dal Direttore Editoriale della precedente gestione che era stato anche Assessore della giunta Illy (il “re del caffè” divenne sindaco di Trieste negli anni ’90 e veramente cambiò il passo della città): Roberto Damiani chiamò la sua collana più spericolata “La panìcola”. Per chi non lo sapesse, in triestino panìcola significa spazzatura, ovvero tutto quello che si butta. L’ironia triestina rende bene il concetto: quando la spazzatura viene raccolta con attenzione, il riciclo porta ad una magica rinascita. Raccogliere spazzatura non equivale a raccogliere il peggio: significa raccoglie gli scarti, gli avanzi; quando i biscotti sono finiti, anche se è stata buttata la scatola che li conteneva può essere usata per conservare le fotografie di famiglia e quindi diventare preziosa custode di un passato che non c’è più. La raccolta, però, deve essere fatta con l’occhio acuto del buon gusto, perché nella spazzatura bisogna trovare gli elementi da mettere a disposizione di chi a sua volta è disponibile a leggere e comprare. Nel nostro caso, anche con la curiosità di tagliare le pagine di un libro… Infatti noi non sveliamo i nostri libri a chiunque: dopo averli acquistati, bisogna avere la pazienza di usare un tagliacarte per tagliare le pagine intonse, sfogare la propria “libido” curiosa e divertirsi.

G.: Infatti io mi sono divertita moltissimo. Un’ultima domanda: in tanti cercano un Editore. Voi raccogliete i manoscritti? Se sì, quali Autori vi interessano maggiormente?

I.G.: Beh, sembra banale dirlo, ma ci interessano gli Autori… bravi!

G.: Non è un impegno da poco!

I.G.: … Ma li cerchiamo noi. L’Autore deve farsi cercare, non deve proporsi: una bella donna non va a cercarsi il fidanzato ma fa in modo di farsi notare e desiderare, e questo la rende ancora più bella. L’Autore che cerca il suo accompagnatore, amante e marito (cioè l’Editore) diventa debole, non degno del suo ruolo che, secondo me, è appunto quello di farsi desiderare: come una bella donna, come il frutto proibito alla portata di pochi. L’alternativa non è pubblicare le proprie opere a pagamento: sarebbe un “innamoramento” meno prezioso. Invece è bello quando diventare l’Editore di questo o quell’Autore viene considerato un premio.

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