La mia Radio: quarant’anni dopo

gli autori

 

 

 

 

 

 

“L’Aràdio. Storia e storie di 40 anni di radio private a Brescia”

Giancarla Paladini, Andrea Croxatto, Franco Zanetti

La Compagnia della Stampa, Massetti e Rodella Editori

Pagg 371

€ 20,00

 

La mia Radio: quarant’anni dopo

Oggi, 21 luglio, fanno quarant’anni che ho cominciato a lavorare in Radio.

Ecco: l’ho dichiarato.

Non è stata una dichiarazione, in sé, difficile: per fortuna non ho la nevrosi del tempo che passa, anche se con l’avanzare degli anni capisco sempre meglio il detto “tempus fugit”.

No: è che mi prende l’emozione – e mi sento il nodo alla gola, e le farfalle mi volano nello stomaco – solo alla parola “Radio”.

So che chi ci lavora o ci ha lavorato, anche per poco tempo e a prescindere dal periodo storico, mi capisce perfettamente.

Come dico spesso per spiegare la fascinazione che il mezzo radiofonico esercita sulle persone – e specialmente su chi in radio lavora o ha lavorato – “radio” è il nome di un elemento che contamina: più ci si espone e più la contaminazione è irreversibile. Sembra una battuta, ma non lo è.

La Radio è entrata nella mia vita molto presto, contaminandomi già da ascoltatrice: faceva compagnia a una bambina assetata di musica, spettacolo, teatro.

La Radio che ascoltavo era ovviamente quella della RAI, ed era bellissima: bellissime le voci, le idee, i programmi, l’atmosfera che emanava.

Quei geniacci di Arbore e Boncompagni, nel loro ineguagliabile “Alto gradimento”, si erano inventati la radio terapeutica: “Appoggiate il vostro apparecchio radiofonico alla parte del corpo dolorante e ne trarrete immediato beneficio per guarire da sciatalgie, reumatismi e artrosi” deliravano dai microfoni, mentre noi ragazzini-ascoltatori ci cappottavamo dalle risate e infarcivamo i nostri discorsi di “Li pècuri”, “Un cerchio alla testa”, “Fangàla”, “Perchè non sei venù-tin” e “Chiàppala chiàppala”.

Ed era veramente terapeutica, quella radio, perché ci guariva dagli umori neri di una età difficile.

Ma per me la radio era anche quella più istituzionale di programmi come “Le canzoni del mattino”, “Zibaldone italiano” e “Vetrina di un disco per l’estate”,  con le voci perfette degli annunciatori (così, allora, si chiamavano gli speakers): li avrei ricordati, quasi quarant’anni dopo, in una intervista fatta a Ivano Fossati, che quei programmi aveva amato come me. E mi piacevano “Il bollettino dei naviganti”e persino le pubblicità che gli annunciatori leggevano in diretta, tanto erano ben fatte, e le musichine dei jingles, e le sigle delle trasmissioni…

Tutto mi piaceva, tutto mi affascinava.

La mia Radio di allora era poi “Gran varietà” la domenica mattina (e molte volte, lo confesso, ho perso la Messa per ascoltare gli inarrivabili Paolo Panelli e Bice Valori, Paolo Stoppa e Rina Morelli, Jonny Dorelli ed Enrico Montesano e gli “ ‘nvidiossi” di un giovane Gigi Proietti). Amavo di meno, ma ascoltavo lo stesso perché mi insegnava tante cose, “Per voi giovani”: Carlo Massarini era un vero Maestro – e ancora lo è, anche se oggi la qualità infastidisce e chi la possiede viene allontanato perché la sua sola presenza mette in risalto la pochezza di certuni che occupano militarmente molta radiofonia attuale. E poi c’erano la “Hit Parade”, il sabato a pranzo e, più avanti, “L’altro suono”, che mi fece scoprire Alturas e gli Inti Illimani; al timone del programma stavano Anna Melato (sorella di Mariangela) e Antonio de Robertis, che avrei ritrovato, insieme a Paolo Testa, Paolo Francisci e Piero Bernacchi, come conduttore del mio amatissimo programma della sera, “Supersonic”. Buffa, la vita: qualche anno fa mi telefonò una collega di Roma che lavorava in televisione e a una mia battuta disse: “Non c’è niente da fare: voi della radio avete un’altra testa e i tempi perfetti che noi della tivù ci sogniamo. Me lo dice sempre mio padre”. Solo in quel momento ho associato il suo cognome a quello di un mio mito della prima adolescenza: “Ma che, per caso, tuo padre è Piero Bernacchi?”. Era lui: e l’emozione fu grandissima. “Ringrazialo da parte di una ragazzina di tanti anni fa, che non sapeva che ascoltandolo stava imparando un mestiere”.

Infatti, quando il 21 luglio del 1976 ho cominciato a fare radio,  era a questi grandissimi che io e tutti noi “pionieri”della modulazione di frequenza, ovvero delle radio private, locali e libere, ci ispiravamo.

Per questo le prime radio erano

imperfette, ma pure;

artigianali, ma non raffazzonate;

coraggiose, ma non incoscienti;

creative e mai volgari;

generose, ma avvedute.

Ed erano intelligenti, allegre, vive.

Insomma: bellissime.

Lo scorso anno mi è stato chiesto di scrivere un libro sulla storia delle radio private della mia città: ho accettato con l’emozione, il nodo alla gola e le farfalle nello stomaco di cui dicevo e che sempre, in questi quarant’anni, fin dalle prime note della sigla in cuffia, ho provato ogni volta che mi sono seduta davanti al microfono.

Il volume è stato pubblicato nell’ottobre del 2015.

In molti mi hanno chiesto come mai io, che mi occupo di libri, non avessi parlato del mio, che oltretutto racconta una storia a me così cara: rispondo che se non l’ho fatto prima è stato per pudore, per non fare passare l’idea che volessi autopromuovermi. Lo so, l’oggi è pieno di vanitosi, presuntuosi e ambiziosi, ma a me questa gente non piace e, se posso, desidero evitare di comportarmi come lei.

Ma mi è anche stato fatto notare che così facevo un piccolo torto ai due colleghi che il libro hanno scritto con me, ovvero Andrea Croxatto e Franco Zanetti (quest’ultimo anche ideatore e curatore dell’opera), e all’Editore che lo ha pubblicato, Eugenio Massetti.

Ho pensato che era vero: così ho provato a intervistare i miei coautori, ma il coinvolgimento emotivo era troppo e il risultato della prima (e unica) intervista che ho realizzato non andava per niente bene.

Allora, che fare? La scelta, che spero condividerete, è stata quella di proporvi l’intervista per Radio Laghi InBlu di Mantova che in occasione della pubblicazione del libro mi ha fatto un collega, carissimo, molto bravo e che ringrazio di nuovo di cuore: Dante Cerati, curatore e conduttore del programma Librando.

Potrete ascoltarci in alto, nella sezione audio di questa pagina.

Il libro è “L’Aràdio. Storia e storie di 40 anni di radio private a Brescia” (Giancarla Paladini, Andrea Croxatto, Franco Zanetti; La compagnia della Stampa- Massetti e Rodella Editori).

Se vi va, leggetelo: ci troverete anche la mia piccola storia personale.

La canzone suggerita? … Secondo voi? Esatto: “La radio, Eugenio Finardi !

(… perché, Finardi, la radio –  forse anche L’Aràdio – l’ha fatta anche lui…)

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