Disonestà

 

Disonestà

L’uomo era disonesto: tutto qua. Nessun giro di parole, nessun altro roboante aggettivo per definire la sua natura: semmai, tutta una serie di altri termini per spiegarne le malefatte quotidiane. Nella vita aveva sempre e solo badato al tornaconto personale e le sue azioni erano state tutte mirate al soddisfacimento dei suoi voleri e dei suoi capricci. Gli altri? Solo oggetti da usare e poi gettare via, senza pietà.

La sua carriera di disonesto era iniziata molto presto, aiutato dalla Fortuna (perché lui non era solo disonesto, era anche fortunato, anzi, fortunatissimo), che gli aveva fornito il rassicurante aspetto che lo faceva somigliare ad un putto: con quella cascata di boccoli neri, che intenerivano le amiche di mamma sua, e gli occhi grandi, di un marrone profondo, che sapientemente sgranava a suo beneficio, era decisamente il figlio preferito fra i tre che i suoi genitori avevano generato. A lui nulla era negato: non un gioco, non una carezza, non il perdono per le sue (in quell’età ancora piccole) mascalzonate. Litigava con i fratelli perché pretendeva che gli cedessero i loro giocattoli? Sicuramente erano loro i dispettosi che li negavano, non lui il prepotente che li esigeva. Prendeva voti scarsi a scuola? Era colpa degli insegnanti che lo vessavano, non di lui che non studiava, … e via discorrendo.

Insomma, aveva scoperto fin da bambino che una faccia carina atteggiata nel giusto modo ed uno sguardo artatamente smarrito abbassavano le difese degli altri, coetanei compresi, e aiutavano ad ottenere senza sforzo tutto ciò che si desiderava; quando se ne era reso conto, lo aveva preso un senso di maligna onnipotenza. Era un vincente – si era detto – e sempre avrebbe vinto: peggio per chi ci cascava. Era il più furbo di tutti, specie di quei “fessi perdenti” che lo circondavano e si facevano incantare facilmente, e i fatti lo dimostravano; era lui il migliore e se vinceva ogni volta era solo per via di quella certa selezione naturale che premia i più forti. Quindi, peggio per gli altri, concludeva. La sua anaffettività gli impediva di odiare qualcuno, di provare autentica e passionale avversione per il prossimo: fastidio, quello sì, o, al massimo, disprezzo. Riconosceva gli individui che gli erano per trista natura affini e, almeno un poco temendoli, sapeva come tenerli a bada, ma sempre senza slanci di entusiasmo o di vera avversione. “Vivi e lascia vivere” era il suo motto, dichiarato per apparire tollerante, rassicurante; in realtà, dentro di sé parteggiava per quell’altro: “Mors tua, vita mea”.

Non c’era da stupirsi se a scuola era molto popolare: piaceva ai compagni, con cui apparentemente non si metteva mai in competizione fingendo con loro un greve cameratismo che in realtà non provava; piaceva alle compagne, che adoravano i suoi riccioli neri, il fisico snello e la naturale eleganza; nemmeno a dirlo, piaceva ai professori, che glissavano sulle sue défaillances scolastiche in virtù del famoso sguardo cattura-indulgenze, orami diventato la sua specialità. La doppiezza della sua natura si esprimeva meglio proprio a spese di amici e familiari, tutti convinti che le sue male azioni, che pure notavano (un compito vigliaccamente non passato, un appuntamento saltato per preferirne un altro con qualcuno di più importante, il tradimento nei confronti della fidanzatina di turno) fossero occasionalmente causate dalle circostanze, e non da lui: del resto, come avrebbe mai potuto essere scorretto quell’angelo riccioluto con la faccia da bravo ragazzo? Però, se solo avessero guardato meglio, avrebbero notato le sue mani, rivelatrici del suo animo vero: dita lunghe, leggermente arcuate, il dorso ricoperto da una scura peluria, e ciuffi di peli che spuntavano dallo scollo della camicia. Un lupo, anzi, il Lupo di Cappuccetto Rosso: questo era. Ma no, macché! Quello era un fesso che si era fatto beccare, era un perdente: fosse stato davvero come lui, il Lupo avrebbe mangiato anche il Cacciatore, si disse – gongolando – quella volta che, chissà come mai, gli venne in mente la famosa fiaba.

Mentre i fratelli studiavano, severamente pungolati dai genitori, lui invece cominciò a diradare gli impegni universitari: di libri non aveva mai avuto voglia ma, abilissimo simulatore, iscrivendosi in Giurisprudenza aveva illuso il padre, che sognava un figlio avvocato. Odiava codici e codicilli, però aveva calcolato che se solo lui, fra i figli, avesse dato anche solo un moto di commozione al padre gliene sarebbe venuto sicuramente un vantaggio. Infatti, dopo due o tre esami passati grazie all’aiuto instancabile di una ingenua ragazza innamorata, scaricata alla prima pretesa di fidanzamento, lentamente e inesorabilmente si dedicò a una delle due sole cose che lo interessavano: recitare. Rese entusiasti genitori e fratelli invitandoli ad una commediola con il gruppo in cui era entrato solo grazie al suo aspetto e al savoir-faire e con cui aveva finto talento: fece commuovere la madre e inorgoglire il padre, che non se la sentì di spegnere il sacro fuoco dell’arte che “evidentemente” ardeva in suo figlio, quel suo bravissimo figliolo.

In realtà, malgrado fingere fosse la cosa che meglio gli riusciva, come attore era meno che mediocre, ma aveva dalla sua l’aspetto fisico gradevole, la faccia tosta, l’ambizione e la capacità di imitazione in cui era oramai super specializzato. Era quest’ultima caratteristica la sua arma segreta: osservare gli altri e imitarne i comportamenti utili a dissimulare e manipolare. Sapeva imitare il comportamento del figlio bravo e affettuoso (e infatti così tutti lo giudicavano, salvo non averne alcuna prova concreta), scimmiottava gli studenti studiosi (e così tutti lo ritenevano, anche a dispetto dei risicati e saltuari risultati positivi), parodiava il ruolo del casto fidanzatino per accalappiare le ragazze , … eccetera, eccetera, eccetera. Ora simulava il fare dell’attore promettente e volenteroso, ma senza troppo clamore: aveva infatti ben chiaro che per raggiungere i suoi scopi non doveva mai esporsi, e così si fingeva innocuo, sorridente, amico di tutti. Aveva imparato persino a nascondere la sua intelligenza, quando serviva a far sì che venisse preferito ai compagni onesti, che non rinunciavano mai a dire la loro anche a costo di risultare impopolari.

Arrivato a ventitré anni senza arte, né parte, né voglia di faticare, decise che gli serviva una fidanzata: collezionare avventure era l’altra sua passione e in questo poteva dirsi molto abile, ma ora doveva dimostrare che stava mettendo la testa a posto. Trovò la candidata ideale nella figlia di un importantissimo notaio della sua città. Lei aveva tutto quello che gli serviva: era molto ricca ed era figlia unica, bruttina quanto bastava a non destare problemi di concorrenza con altri pretendenti, ma nemmeno così sgradevole da sollevare il sospetto che la corteggiasse solo per i suoi soldi. Come aveva previsto, la conquistò senza sforzo, si fece amare dai genitori di lei, incantati dal sorriso e dagli occhi scuri, che all’occorrenza sgranava così bene, e in capo a cinque anni la sposò. Grazie alle conoscenze del potente suocero e al denaro di mamma e papà, elettrizzati dall’idea di avere un figlio attore, aveva frequentato una importante accademia: ma non era stupido e, ben consapevole dei suoi limiti, quando capì che, malgrado gli appoggi e le molte amicizie che si era assicurato nell’ambiente, come attore non sarebbe andato troppo in là, finse una nuova, incontenibile passione per la regia. Col solito metodo, si insinuò in una importante casa di produzione e senza farsi mai troppo notare iniziò una accorta scalata, che in breve lo portò ai vertici. Ora il capo era lui e faceva bella figura sfruttando, senza che nemmeno loro se ne rendessero conto, i suoi capaci sottoposti. “Fessi e perdenti”, questo erano per lui: utili, sì, ma sempre “fessi e perdenti”. Esisteva la felicità? Certamente: lui la viveva ogni giorno. Quello del cinema era il suo mondo: ragazze bellissime di cui circondarsi, gente famosa con cui farsi vedere e fotografare, tanti soldi incamerati con facilità rubando idee e occasioni ai concorrenti e aprendo botole sotto i loro piedi, sempre esibendo, al momento della resa dei conti, la sua angelica faccia da bravo ragazzo, incapace di ogni male. E sempre, soprattutto, facendola franca.

La moglie sembrava non accorgersi dei tradimenti di lui, consumati animalescamente in qualunque angolo gli capitasse e con qualsiasi donna gli garantisse godimento o sostegno: ogni tanto qualche battuta sospettosa per un rientro più tardi del solito, un mugugno per un pranzo in famiglia dimenticato, ma niente di più; in fin dei conti, quello di suo marito era un lavoro così particolare che non poteva certamente pretendere che lui avesse orari da impiegato, cercava di farla ragionare sua madre … E quanto le piaceva vantarsi con le amiche tanto più belle e corteggiate di lei, da ragazze, e ora sposate a dei “signori Nessuno”, quanto era diventata brava a far cadere nel discorso, come nulla fosse, il racconto della cena con il tale attore famosissimo, o della nuova villa al mare e di quel costosissimo gioiello per il compleanno che suo marito, tanto innamorato, aveva assolutamente voluto comprarle! Solo quando l’ennesima segretaria sedotta e abbandonata, per vendicarsi, le mostrò i messaggini che aveva ricevuto da lui negli ultimi due mesi lo affrontò, minacciando il divorzio. Fu una scenata memorabile e grottesca consumata nel talamo, in silenzio per non fare sentire nulla alla servitù (così lei chiamava i domestici), ma violentissima, con tanto di gragnuola finale di pugni di lei sulle spalle di lui, che subiva senza difendersi perché, sfoggiando il meglio del suo disonesto repertorio, aveva deciso di non negare, fingendo contrizione e accettando di uscire di casa per un paio di settimane di “punizione”, al termine delle quali venne riammesso dalla moglie, inguaribilmente disposta a credere al “momento di debolezza di lui, circuìto da quella pitonessa, l’unica mancanza che avesse mai avuto in tanti anni di matrimonio”: e si sa, “l’uomo è uomo”, lui le aveva detto, implorando teatralmente il suo perdono con la riccioluta testa fra le mani e i grandi occhi scuri colmi di lacrime… Del resto, si era chiesta anche lei, come avrebbe giustificato alla bella società, che frequentava da sempre e tanto le invidiava un marito così bello, buono, innamorato e di successo, il suo allontanamento? E che cosa avrebbe detto ai figli, che – a loro volta ingannati e convinti di avere un padre meraviglioso – lo adoravano? Si riappacificarono, decidendo che agli altri avrebbero parlato di importanti impegni professionali che lo avevano trattenuto fuori casa per qualche giorno. Lui, però, si era davvero spaventato: tutto il castello di illusioni che aveva costruito a suo vantaggio sarebbe miseramente crollato, se la moglie lo avesse bollato con la fama di traditore. In verità, di lei si sarebbe liberato volentieri: da sempre la detestava fisicamente e non ne sopportava il piglio autoritario da cocca di papà, ma non poteva permettersi di perderla, gli serviva ancora. Ringraziando la buona sorte che lo aveva nuovamente protetto, scampato il pericolo si fece più accorto: con moglie e figli si mostrò ancora più affettuoso, solerte e sorridente, continuò a consumare le sue squallide avventure solo con chi non avrebbe avuto alcun interesse a rivelarle e  diventò infinitamente più abile nel dissimulare i suoi vizi privati, esibendo solo le pubbliche virtù.

Ora, alla bella età di ottantanove anni, sul letto che sapeva essere l’ultimo, ripensava alla sua vita, tutta vissuta nella disonestà, nel tradimento, nello sfruttamento degli altri. Ripensò alle decine di persone che aveva derubato del loro denaro o del giusto guadagno, del potere o delle amicizie di cui godevano prima di incontrarlo, e non provò alcun pentimento: in fin dei conti, quelli erano stati solo dei “fessi perdenti”, destinati a esistere unicamente per farsi usare da quelli come lui. Era vero: aveva usato e ingannato genitori, fratelli, figli e moglie, ma a tutti aveva dato quello che loro cercavano: pazienza se era oro fasullo, tutti quanti se ne erano adornati con soddisfazione. Anzi, in questo senso si poteva anche definire altruista: aveva dispensato felicità, insomma. Quindi, rimorsi? Nessuno. Rimpianti? Sì, molti, pensando a quanto ancora avrebbe voluto rubare alla vita.

Con un sogghigno, che venne preso per un estremo atto d’amore per lei, guardò la fotografia della moglie, morta da trent’anni: come sempre, anche in quel caso la fortuna lo aveva assistito, liberandolo con buon tempismo da una presenza insopportabile che, andandosene, lo aveva lasciato ancora più ricco e per di più compatito da tutti, lui, il povero, inconsolabile vedovo che dopo una vita insieme a lei non aveva mai più voluto sposarsi (e perché mai avrebbe dovuto farlo, ora che era ricchissimo, potente e, finalmente!, libero?, sghignazzò nella sua mente).

Girò gli occhi, diventati acquosi, verso i figli, le nuore, i nipoti, tutti disperati per la sua prossima fine: quanto lo disturbavano quei volti piangenti, quanto lo infastidivano le loro parole di elogio e di rimpianto! “Fessi e perdenti”, questo erano: nessuno che avesse preso da lui un briciolo della sua innata superiorità e del suo saper stare al mondo, si disse con disgusto.

Solo un pensiero lo fece sorridere (tanto che tutti, commossi, dissero: “Ecco, sta trovando la luce!”): il suo epitaffio, dettato beffardamente un anno prima, con voce sapientemente incrinata, al nipote più grande.

“Fu uomo buono, figlio, marito, padre e nonno affettuoso, e onesto lavoratore”, stabilì che venisse scritto sulla lapide di marmo della grande tomba di famiglia. Degli aggettivi giusti per descriverlo (ovvero “disonesto, profittatore, fortunatissimo”) non ci sarebbe stata traccia e le cose sarebbero state, ora e per sempre, a suo vantaggio.

“Ho avuto una vita meravigliosa: giustamente, perché sono stato il migliore”, fu il suo ultimo pensiero.

“Ha avuto una vita meravigliosa: giustamente, perché è stato il migliore”, furono le ultime parole che sentì.

(Giancarla Paladini)

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