“Primo venne Caino”: chiacchierata con Mariano Sabatini

 

 

sabatini con cainonMariano Sabatini, “Primo venne Caino” (Adriano Salani Ed)

2018

Pagg 279

€ 18,00

 

 

 

 

Mariano Sabatini, “Primo venne Caino” (Adriano Salani Ed) 

Quell’estate romana sarebbe stata torrida anche senza gli efferati delitti che subito appaiono agli investigatori opera di un solo assassino. Nessun collegamento unisce le vittime, tranne un dettaglio: l’amore per i tatuaggi, il che fa soprannominare il serial killer “il Tatuatore”. In virtù della sua solida reputazione di investigatore malgré lui, per  collaborare alle indagini viene ufficiosamente chiamato dagli inquirenti Leo Malinverno, brillante cronista di nera che ha già inanellato importanti scoop: lui accetta, anche perché così ha il pretesto per allontanarsi da una vacanza complicata e riflettere sulla sua situazione sentimentale, a sua volta  tutt’altro che semplice. Tornato a Roma, Malinverno si troverà a dovere affrontare contemporaneamente un criminale pericolosissimo, una emergenza professionale e familiare inattesa, problemi sentimentali e amicizie dolorosamente coinvolgenti: a orchestrare il tutto con uno stile personalissimo già molto apprezzato dai lettori e dalla critica nel precedente thriller con Malinverno, “L’inganno dell’ippocastano”, è  Mariano Sabatini, giornalista e autore televisivo di lungo corso, saggista e oggi voce fra le più autorevoli della critica televisiva italiana, da poco in libreria con il thriller “Primo venne Caino” (Adriano Salani Ed).

L’Autore:

Mariano Sabatini, nato a Roma nel 1971, è giornalista e scrittore. Dagli anni ’90 ha lavorato per quotidiani, periodici e web, curando rubriche e scrivendo pezzi di attualità, cultura e spettacoli. È stato autore per TMC e per la Rai (Tappeto volante, Parola mia, Uno Mattina) e poi brillante critico televisivo. Ha ideato e conduce rubriche su radio nazionali e locali, e come commentatore è molto presente sui grandi network. Ha scritto diversi libri, tra i quali Trucchi d’autore e Altri trucchi d’autore (Nutrimenti, 2005 e 2007) e Ci metto la firma (Aliberti, 2009). Il suo primo romanzo è L’inganno dell’ippocastano (Salani, 2017), che si è aggiudicato il Premio Flaiano e il Premio Romiti Opera prima 2017. Nel 2018 esce Primo venne Caino, secondo romanzo con protagonista Leo Malinverno.

Ecco l’intervista a Mariano Sabatini, il cui sonoro potete trovare in alto, nella sezione audio di questa pagina.

Canzone consigliata: “The Rumproller”, Lee Morgan

 

Giancarla: Ritrovo Mariano Sabatini, tornato ai lettori rimasti abbagliati da “L’inganno dell’ippocastano”, con il suo thriller “Primo venne Caino”. Parleremo del libro, naturalmente, ma parleremo anche di alcuni dietro le quinte che lo riguardano: … e poi sono molto contenta di verificare quanto i lettori attendessero questo tuo secondo saggio come narratore di genere. Il dietro le quinte fa molto onore a Mariano Sabatini, che è una persona umile e quindi quando, con il precedente romanzo, si è avvicinato al genere thriller/noir aveva qualche incertezza: gli fa onore perché Sabatini, oltre ad essere un ottimo giornalista ed una delle più autorevoli voci della critica televisiva italiana, ha già al suo attivo molte altre pubblicazioni. Perché, Mariano, avevi questi timori? Li hai superati con questo tuo secondo romanzo?

Mariano Sabatini: Sì, perché sono arrivati dei Premi, il libro è stato molto letto e poi dalle tue parole avverto la stima nei miei confronti: quindi sì, un pochino sì… Però quando scrivo devo sempre superare uno scoglio aguzzo: convincermi di essere in grado, ma l’incertezza non riguarda il genere, anzi, dovremmo superare il vezzo di definire per generi la narrativa. Se “Tempo di uccidere” di Flaiano o “Il segreto di Luca” di Silone uscissero oggi, li definirebbero noir; capolavori della letteratura, come “Il giorno della civetta” o “A ciascuno il suo” di Sciascia, oggi sarebbero definiti “polizieschi”… Ma la narrativa è “tutto”! E poi, dalle tragedie greche in avanti tutto ruota attorno alla morte, quindi che sia thriller, noir o giallo, un romanzo è un romanzo: sono gli Editori a decidere dove collocarlo e i giornalisti seguono a gregge queste definizioni. Comunque, per rispondere alla tua domanda, sì, un pochino ho superato la mia ritrosia nel farmi definire scrittore.

G.: Sottoscrivo tutto quello che hai detto, naturalmente. Come dicevo, siamo al secondo capitolo di quella che spero sarà una lunga serie di libri con protagonista un personaggio che, ti confesso, ancora non saprei definire. Il tuo Leo Malinverno è tutto da scoprire: infatti, in questo romanzo abbiamo trovato alcune sfumature del suo carattere che non sospettavamo, alcune incertezze o, al contrario, nuovi punti di forza. Stai “crescendo” con lui?

M.S.: Beh, sì, ma credo sia inevitabile: mi stupisce la serialità di alcuni Autori, anche blasonati, e mi chiedo come facciano ad essere sempre uguali a se stessi, perché io sono al secondo romanzo ma nello scrivere di Malinverno già rilevo una certa tendenza alla noia, che supero mettendolo di fronte a nuove difficoltà, facendolo evolvere. Lui è un giovane uomo di quarant’anni, giornalista per vocazione, seduttore di natura e detective suo malgrado, con un approccio alla vita scanzonato, sfrontato, magari anche cinico: almeno in apparenza, perché poi, grattando l’immagine che si è dato per essere nella vita il vincente che è nella professione, si scopre che c’è dell’altro (e starà ai lettori intelligenti scoprire che cosa). Sto crescendo con lui nel senso che mi auguro di essere contagiato, almeno un poco, dalla sua leggerezza, mentre lui, inevitabilmente, sarà contagiato dalla mia attitudine alla introspezione e ad una certa malinconia.

G.: Come sicuramente hai notato, non ho fatto alcun cenno alla trama, che scorre fluida: allora ragioniamo sull’altro che c’è nel libro, dove troverete molti consigli di lettura, molta musica. Malinverno è un po’ all’antica: legge e rilegge i classici, ascolta musica datata e ha sempre un’aria un po’ fuori tempo: in questo, forse, ti somiglia (oltre al fatto che i lettori troveranno nel libro anche un riferimento preciso ad una donna straordinaria che tutti noi amiamo)? E’ anche un tuo modo per dire “grazie”?

M.S.: Beh, più che un consiglio di lettura si tratta di un omaggio alla mia amica Elda Lanza, come nel precedente c’era un omaggio al mio amico e Maestro Luciano Rispoli. Certo, dico grazie a tutte le cose belle della vita che la rendono ancora migliore. Sì, ci ho riflettuto perché, come sempre, i lettori notano nei libri ciò che appartiene loro e un Autore viene a sapere da loro quello che ha scritto: qualcuno mi ha fatto notare, e così me ne sono reso conto, che Malinverno rifugge la modernità. In questo è molto simile a me: usa la vecchia 126 della madre, gira su una vecchia Lambretta degli anni 60/70, ascolta i “classici” della musica e legge i “classici” della letteratura (non solo quelli: per esempio, compra Patricia Cornwell e la regala all’amico Jacopo Guerci), perché bisogna cercare la qualità e la conferma che il tempo le assicura. Le cose che superano il vaglio del tempo sono sicuramente di qualità: questo non vuol dire che in un libro uscito di recente non possa ravvisarsi qualità, però… sì, è un modo per ringraziare le cose belle della vita.

G.: Fra le tante cose che i lettori hanno trovato e troveranno nel libro, c’è anche un aspetto… diciamo “inquietante”, ovvero quella che io definisco “la preveggenza dell’Artista”. Nel libro precedente, in tempi non sospetti, hai parlato di Mafia Capitale; in questo, in tempi ugualmente non sospetti, hai parlato di temi attualissimi, come finis vitae e testamento biologico. Questa preveggenza è dovuta alla tua sensibilità di cittadino, di giornalista?

M.S.: Questa cosa della preveggenza me l’ha appiccicata quel grande narratore che è Maurizio De Giovanni e un po’, come dici tu, mi inquieta. Mia figlia mi ha detto, mentre ascoltavamo un telegiornale: “Papà, é incredibile che tu abbia parlato di fine-vita nel tuo romanzo!”. Devo dedurre, non avendo la sfera di cristallo che si poggiava sul tavolino di Rispoli a “Tappeto volante”, di cui sono stato Autore (e chissà che fine avrà fatto, quella sfera), che questa capacità di giornalista oramai abbastanza anziano mi pervade dalle cose che accadono e di cui si dibatte. In questa storia, Malinverno, mentre è all’inseguimento di un serial killer che uccide persone tatuate e per questo è definito “Il Tatuatore”, deve anche superare gli handicap che gli metto lungo il percorso: deve superare asperità private, amici che si ammalano, il padre che gli piomba in casa, le titubanze legate al rapporto con la sua ragazza più giovane di lui addirittura di vent’anni. E c’è anche una riflessione sulla fine della vita di chi deve affrontare un cancro molto aggressivo e su una questione altrettanto attuale, l’uso delle droghe leggere.

G.: Ora ti farò una domanda che secondo “Il manuale del bravo giornalista” non si dovrebbe mai fare, tanto che chi la fa non dovrebbe mai fare il giornalista…: stai già scrivendo il prossimo?

M.S.: … Ah,  “Progetti futuri”? Eh, tu l’hai girata bene (e così abbiamo conferma che la Paladini è brava): è una domanda legittima, perché ponendola ci si procura la notizia, e tu l’hai messa bene. Sì, sto scrivendo il prossimo, ma con lentezza: ho iniziato da un attacco formidabile che un po’ si collega a questo “Primo venne Caino” – e quindi già vi dico che tornerà Malinverno – però in questo momento sono un po’ distratto e quindi l’ho tralasciato. Invece, quello che faccio è rimanere in contatto con i personaggi, perché è questo il mio metodo, oramai codificato: io, che ho intervistato tanti scrittori per i miei precedenti “Trucchi d’Autore” e “Altri trucchi d’Autore”, ho enucleato il metodo di partire dai personaggi, di far lievitare le loro biografie, di farle reagire l’una con l’altra: poi, individuando il profilo biografico di ogni personaggio, mi viene l’idea degli snodi narrativi. Oramai posso essere abbastanza certo che qualcosa accadrà e mi verrà l’idea per il prossimo romanzo.

G.: Bene. Allora goditi la promozione di questo bel libro, la cui lettura sicuramente suggerisco anche per imparare un po’ di lingua italiana (il che non guasta mai), visto che l’italiano di Mariano Sabatini tutto è tranne che casuale: e te ne rendo merito.

M.S.: … E’ anche lezioso, come ho letto in una recensione: è una cosa che respingo al mittente, non solo perché la parola lezioso va studiato bene a chi appartenga, ma anche perché mi offende per conto terzi, e cioè per la Lingua Italiana, che è così varia e così ricca che usare tutti i termini, senza razzismi lessicali, è proprio una missione. Io ho sempre letto col vocabolario a fianco: oggi non serve nemmeno più, perché ci sono i dizionari online o, se si legge in digitale, basta mettere l’indice sulla parola e appare la definizione. Bisogna non essere pigri e imparare sempre nuove parole per avere un italiano vario e ricco.

 

 

 

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