Blu (Questa è una storia vera)

 

 

 

 

 

 

Blu (Questa è una storia vera)

 

Blu è un vecchio amico: ci conosciamo da tredici anni. Ci vediamo per qualche giorno solo in primavera, ma da quando mia madre lo portò in casa mia (tredici anni fa, appunto) non ha mai mancato una volta il nostro incontro. E’ sempre lui a farsi vivo e, anche se aspetto tutto l’anno il momento in cui lo rivedrò, sempre ne resto sorpresa: e anche commossa. Per quelli come lui, tredici anni in più sulle spalle sono davvero tantissimi: di volta in volta si fa più stanco, più fragile, più magro, ma la grande fatica che compie per non mancare il nostro appuntamento non lo spaventa e così si ripresenta, puntuale ed elegantissimo.

Come dicevo, è stata mia madre a farmelo incontrare.

Dovete sapere che da un po’ di anni avevo preso l’abitudine di regalarle, sotto Natale, dei bulbi di giacinto: forzati in serra, al calore di casa fiorivano e spandevano per settimane il loro profumo meraviglioso; finita la fioritura si ripiegavano su se stessi, chiedendo un po’ di riposo, per poi, rinvigoriti dal giusto letargo, ributtare l’anno successivo. Avevo spiegato a mia madre come salvaguardarli: toglierli dalla terra quando il fogliame diventa giallo, arieggiarli, ripulirli, metterli a riposare in un luogo fresco, buio, asciutto; oppure interrarli in un vaso più grande, collocarli in una posizione riparata, che potessero prendere un po’ della naturale umidità dell’aria senza doversi sforzare di vegetare, e dimenticarsi di loro. Mia madre non aveva proprio il pollice verde per applicarsi a questo giardinaggio elementare, ma ogni primavera successiva, vedendo che quelli che avevo interrato io fiorivano e i suoi si perdevano, si dispiaceva: “Facevo meglio a darli a te, quei giacinti; almeno, adesso te li godresti” mi diceva ogni volta, ma poi, invariabilmente, se ne scordava e quelli morivano.

Quel giorno, invece, me la vidi arrivare con il vasetto del giacinto, ormai sfiorito, che le avevo regalato nelle settimane precedenti: era di un bellissimo colore indaco, così profondo che lo avevo preferito a quelli bianchi che di solito regalavo. Si era dimostrato un bulbo vigoroso e battagliero: malgrado mia madre fosse negata come giardiniera, lui le aveva offerto lo stesso una fioritura prolungatissima. Ora, però, era stanco e reclamava il meritato riposo. “Stavolta mi sono ricordata, hai visto? (mi sembra di risentire la voce di mia madre mentre mi parla) Eccolo qua: vediamo se riesci a salvarlo”. Il tono era di sfida scherzosa: non sono una grande esperta, curo i miei fiori perché li amo e loro mi ricambiano con generosità ed essendo anche in questo autodidatta non ho mai la certezza di riuscire, però a questa sfida… “Certo che sì: e se ci riesco, te lo restituisco”, risposi. “No, no: tienilo tu”, mi disse lei, che, infinitamente paziente in ogni altro frangente della sua vita, invece non riteneva di aver tempo da perdere dietro uno sciocchissimo bulbo, per di più esausto. Il gioco mi piaceva e così, fingendo un’aria di sufficienza, lo presi, lo ripulii, lo interrai nella fioriera che mi sembrava la più adatta e non ci pensai più.

Quell’anno la Pasqua cadeva bassa, nel mese del compleanno di mia madre: festeggiammo in famiglia e, malgrado il tempo pessimo, fu una bella giornata. L’ultima, con lei. La gioia si spense due giorni dopo: inaspettata e terribile, arrivò la notizia della malattia che nel giro di pochi, dolorosissimi mesi, si sarebbe rubata mia madre, volata via nei primi giorni del gennaio successivo.

Due mesi dopo il giorno della sua partenza, tanto per cambiare, stavo pensando a lei: ripensavo che l’anno prima, di quei tempi, avevamo festeggiato il suo compleanno e che ora era stato così stranizzante e doloroso rendermi conto che non avrei dovuto girare i negozi per trovarle il regalo giusto, ben sapendo che, tanto, lo avrei sbagliato (perché con mia madre, per quanto mi sforzassi, sbagliavo sempre: quanto ne ridevamo insieme, ogni volta, io fingendomi offesa, lei scusandosi goffamente e poi abbracciandoci, io che la stringevo troppo forte per come si era fatta piccola, lei che poi mi prendeva il viso fra le mani e mi assestava un bacio schioccante).

Intanto la primavera era arrivata puntuale, anzi, in anticipo: era l’inizio di marzo, ma già ci si vestiva con i soprabiti leggeri e le forsizie come ogni anno si erano telefonate, esplodendo di giallo all’unisono. Giravo fra i miei fiori, li guardavo senza vederli e pensavo a mia madre: la testa era vuota e piena, immagini sgranate si alternavano nella mente a frasi sciolte, frammenti di discorsi, ipotesi sul domani, alla ricerca di un nuovo equilibrio dopo quella grave perdita.

Di colpo, ho avvertito un profumo: mi sono girata e… lui era lì, nel suo bellissimo blu indaco, a spandere intorno il profumo che mia madre tanto amava. “Blu”, sono solo riuscita a dire, con il cuore in gola.

Si può abbracciare un giacinto? Io l’ho fatto, immergendo il naso fra i suoi fiori mentre un merlo, improvvisamente, si alzava in volo cantando. “Mamma”, ho pensato.

Il compleanno di mia madre, il primo senza di lei, era appena trascorso, ma quel fiore, che mi aveva restituito perché lo tenessi in vita per conto suo, era lì come un preziosissimo regalo: il suo regalo per me.

Questo ho pensato quel giorno e questo penso ancora quando, come oggi, lo ritrovo.

Da allora, anche se di anno in anno si fa più stanco, più fragile, più magro, Blu torna a trovarmi sempre nello stesso periodo, quello del compleanno di mia madre, puntuale ed elegantissimo. Io non faccio nulla perché sopravviva o si rinforzi ed è incredibile e commovente che lui resti lì, dove lo avevo distrattamente messo tredici anni fa, quando non potevo immaginare tutto quello che nel tempo  avrebbe rappresentato per me questa piccola e meravigliosa fioritura.

Blu è tornato.

Buon compleanno, mamma.

(Giancarla Paladini)

Canzone consigliata: “Indaco dagli occhi del cielo”, Zucchero Fornaciari

“Oramai
Mi consola
Oramai
Mi sorvola
L’amore invano
Cosi’ leggero

E piovono baci dal cielo
Leggeri come fiori di melo
Gocce di mercurio dal cielo”

 

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