“La cura dell’acqua salata”: chiacchierata con Antonella Ossorio

“La cura dell’acqua salata”, Antonella Ossorio, Neri Pozza Editore

Pagg 304

€ 17,00

ebook € 9,99

 

 

 

 

 

 

 

 

“La cura dell’acqua salata”, Antonella Ossorio

Vi piacciono le favole? Io le adoro da sempre.

La favola, se ci pensate, permette di spaziare in ogni genere letterario: avventura, fantasy, amore, commedia, tragedia, noir, giallo e persino horror; leggendo una favola, o ascoltandola, la mente percorre strade e mondi sconosciuti, inventati o reali, impossibili, improbabili, credibilissimi; in una favola possono coesistere creature meravigliosamente mostruose ed altre normalissime, gli animali possono parlare e le donne e gli uomini sono capaci di gesti eroici senza pretesa di contropartita. Soprattutto, nelle fiabe, c’è sempre un lieto fine, che precede “la morale della storia”. Sì, perché le favole sono meravigliosi strumenti di crescita culturale ed etica; nelle fiabe la storia procede di pari passo con la simbologia che ogni vicenda, ogni personaggio, ogni dettaglio, racchiudono: sono, per dirla in una sola parola, educative. Per questo mi piacciono le favole e per questo mi è molto piaciuta la più recente “favola” pubblicata da Antonella Ossorio con Neri Pozza Editore: non piace solo a me, evidentemente, visto che a tempo di record (nemmeno un mese dalla sua pubblicazione), il romanzo è andato in ristampa.

“La cura dell’acqua salata” è una favola di amplissimo respiro, narrata su più piani temporali (il ‘700 e la prima metà del ‘900), costruita con sapienza e narrata con linguaggio ricercato dalla scrittrice napoletana, già cara al pubblico dei lettori – anche i più piccoli – proprio grazie alla sua felice propensione per questo genere. Ne “La cura dell’acqua salata”si legge la storia di una famiglia di orafi partenopei, i Romeo, e della maledizione caduta su tutti i primogeniti di quella schiatta da quando il capostipite, il tormentato e sanguigno Brais Carrero, soggiogato dalla droga e dalla ossessione per il più bel gioiello che mai sia riuscito a creare (una splendida collana tipica della sua terra), si macchia di un orrendo crimine e fugge dalla sua terra, la Galizia, imbarcandosi avventurosamente su un mercantile inglese fino ad approdare a Napoli. Il gioiello si chiama sapo, che significa “rospo”: troverete nel libro la spiegazione “ufficiale” di questo nome, ma ecco che siamo già davanti ad una fortissima e doppia simbologia: una è quella relativa all’oggetto e al suo nefasto potere (fra poco, nella sua intervista, sarà la stessa Autrice a darcene una interpretazione); l’altra è proprio nel soprannome storicamente autentico del monile, perché il “rospo” è, in molte antiche credenze di varie parti del mondo, legato all’acqua e alla ricchezza, ma anche alla prepotente sessualità, alla manipolazione allucinogena della mente, alla stregoneria.

E qui, se avete già letto il libro, avrete capito a chi e a che cosa mi riferisca: per gli altri, l’invito è a lasciarsi trasportare da queste bellissime pagine, che riescono a saltare da un’epoca, quella del capostipite, all’altra, quella dei discendenti, mescolando fatti realmente accaduti (la cornice storica e geografica è perfettamente costruita) con pure invenzioni letterarie, protagonisti immaginari e personaggi davvero esistiti, uomini, donne e bambini di cui Antonella Ossorio, con mano gentile ma ferma, ci fa conoscere mente e anima.

Sullo sfondo – ma non troppo – Napoli: quella sognata da Lamont Young, il geniale e misconosciuto architetto napoletano di origine scozzese che alla fine dell’800 aveva già progettato una linea metropolitana partenopea e la creazione di un grande area urbanistica che collegasse le zone più belle della città con Bagnoli, da lui immaginata come eccellente località turistica di richiamo internazionale. Bisognerebbe anche soffermarsi sulla lingua che l’Autrice fa usare ai suoi personaggi, un napoletano dolcissimo e musicale, autentico e non macchiettistico, che, se vi lasciate andare appena un pochino, finirà col suonarvi naturalmente nelle orecchie anche se Napoletani non siete; e magari, se siete lettori curiosi, di quelli che vogliono sapere quanto più possibile per capire quanto più possibile che cosa stanno leggendo, andate – come ho fatto io – a cercare la storia di Lamont Young e le immagini della sua magnifica e oggi triste abitazione, Villa Ebe a Pizzofalcone.

… Ma … basta: mi sto dilungando troppo. Vi lascio così all’intervista con Antonella Ossorio, con la raccomandazione di passare un po’ di tempo con le sue belle pagine: sarà tempo ben speso.

 

L’AUTORE:

Antonella Ossorio, nata a Napoli, dopo alcuni anni di insegnamento, ha deciso di dedicarsi esclusivamente alla scrittura. Ha iniziato pubblicando libri per bambini debuttando con Einaudi Ragazzi, cui sono seguiti gli Editori Giunti, Electa, Fatatrac, Interlinea, Rizzoli. Fra i suoi titoli, la raccolta Passaggi di stagione (Besa), L’unicorno sulle scale (Falzea), Se entri nel cerchio sei Libero (Rizzoli). Nel 2014 è uscito per i Coralli Einaudi il romanzo La mammana, con cui si è aggiudicata il Premio Società Lucchese dei Lettori. Nel 2018 ha pubblicato con Neri Pozza il romanzo La cura dell’acqua salata.

 

Ecco l’intervista ad Antonella Ossorio, il cui sonoro potete trovare in alto, nella sezione audio di questa pagina.

 

Canzone consigliata: Lo so, dovrei segnalarvi “Ma l’amore no” di Alida Valli (leggete il libro e saprete perché), ma io invece ho pensato che potrebbe essere perfetta “Mar Adentro”, di Carlos Nuñez.

 

 

Giancarla : Questo è un libro che mi ha molto colpita: ha un intreccio narrativo complesso e proprio per questo affascinante. Puoi raccontarci qualcosa della trama? So che non è facile…

Antonella Ossorio: Beh, facilissimo non è, perché, come dicevi, è complesso: però spero di avere reso semplice il “lavoro” del lettore, perché più fatica fa lo scrittore e più questa fatica al lettore viene sottratta. Ci sono tre piani temporali che si intrecciano fra loro: il 1700 della Galizia spagnola, le guerre coloniali in Tripolitania e il 1943 dei quartieri Spagnoli di Napoli. Al centro, la famiglia dei Romeo e un oggetto che ha anche la valenza simbolica dell’oggetto magico che si trova nelle fiabe: è il sapo gallego, un pendente in filigrana molto elaborato tradizionale della Galizia. Questo sapo viene tramandato di padre in figlio, ma mi è più facile parlare dei significati simbolici che della trama, che è davvero troppo complicata.

G.: … Allora del significato simbolico parleremo più avanti e invece veniamo ai personaggi, che (e questo credo sia un merito che ti vada riconosciuto) non sono moltissimi malgrado la storia sia molto articolata, per cui al lettore non è difficile individuarli fra i molti flash back:  fra tutti, emerge potentissimo Brais Barrero, alias Romero, anche se io ho amato molto quello di Carolina, che mi pare anche il più vicino al tuo cuore. Mi sbaglio?

A.O.: Beh, io li amo tutti, sono tutti figli miei..! Carolina ha una tenerezza brusca difficile da scoprire: sembra una donna terribile, anche se in realtà è ha una fragilità di fondo molto forte. Sì, le voglio bene, come voglio bene ai “piccoli” della storia, Tina e Franco, e voglio bene anche al cattivissimo Brais, perché è vittima di se stesso, della sua incapacità di abbandonarsi ai suoi sentimenti.

G.: Brais è un uomo in guerra con se stesso e forse la sua natura non è così negativa, visto che è alla ricerca di una redenzione che raggiunge, sia pure alla sua maniera, cercando di venire a patti con la sua natura sanguigna.

A.O.: E’ vero: decide di redimersi, ma con pochissimo successo: basti vedere l’atteggiamento che ha nei confronti del suo unico figlio. Sì, ci prova, ci prova disperatamente, ma chi leggerà il libro scoprirà che (Brais) ha un vissuto personale molto pesante, il che in qualche modo lo giustifica.

G.: Ho una curiosità: perché hai voluto inserire il personaggio, realmente esistito ed importantissimo per la città di Napoli anche se altrove è forse poco conosciuto, dell’architetto suicida Lamont Young?

A.O.: Lamont Young è stato un personaggio fantastico, una specie di profeta che ha previsto tutto: l’estrema espansione di Napoli – e tutto ciò che ne sarebbe derivato – e anche il rimedio alla sua congestione. Ma nessuno è profeta in patria e i suoi progetti non sono mai stati realizzati. Non solo: nell’area di Bagnoli, per la quale aveva progettato cose meravigliose, è sorta una acciaieria e così un luogo bellissimo, naturalmente votato al turismo, è diventato una zona industriale. Tuttora la questione di Bagnoli è irrisolta: il suo mare e la sua sabbia sono ancora inquinati e per quanto si sia tentato di adibire gli edifici che vi sorgono a usi diversi, per accogliere mostre ed eventi culturali, la sua sorte doveva essere un’altra. Anche in questo caso, Lamont Young e Bagnoli hanno per me una valenza simbolica, perché rappresentano il destino di Napoli: bellissime idee e grandiose aspirazioni, che però continuano a scontrarsi contro muri molto resistenti.

G.: E poi (e tu mi scuserai, ma per me che non sono di Napoli è stata una rivelazione), ho scoperto che la figura di Lamont Young è legata a Pizzofalcone, che ora è conosciuto in tutta Italia grazie alla penna di un altro, straordinario, narratore e cioè il grande Maurizio De Giovanni! Ma, insomma, persino casa sua ora versa in uno stato di totale abbandono: quella di Young mi sembra una storia molto malinconica…

A.O.: Sì, molto malinconica: Villa Ebe, in cui si è suicidato buttandosi giù dalla terrazza, è un luogo che avrebbe dovuto diventare una sorta di sacrario e invece, purtroppo, è abbandonata…

G.: Torniamo al romanzo: in questo libro c’era materiale per scriverne altri tre, perché ognuna delle storie ha (e mantiene, pur perfettamente inserita nell’intreccio narrativo) la dignità di una pubblicazione autonoma. Tu lo hai pensato così o hai trovato questi spunti e solo in un secondo tempo la tua arte li ha fatti diventare una storia unica?

A.O.: …Mah… Mentre del libro precedente, “La mammana”, so dire esattamente la genesi, per questo romanzo mi è davvero difficile, perché è nato da una lenta sovrapposizione di spunti, che però ad un certo punto sembravano incastrarsi persino in maniera indipendente dalla mia volontà… (Naturalmente, quest’ultima cosa non è vera: quando si scrive, si raggiunge uno stato un po’ maniacale, per cui ti sembra che il mondo giri in funzione di quello). Sono partita da una cosa che mi è molto congeniale e cioè “rimestare fra le radici”, mi ritrovo spesso a scrivere del passato. In realtà, i miei non sono esattamente romanzi storici: racconto vicende molto private che si inseriscono in un determinato periodo storico solitamente lontano perché tendo a trovare la chiave del presente nel passato, quindi cercando fra le radici; in questo caso, anche fra le mie radici, perché la mia origine è gallega. Io l’ho scoperto con un grande ritardo: sapevo dell’origine spagnola della mia famiglia, ma non ne conoscevo l’esatta provenienza. Dire “Galizia” è diverso dal dire “Spagna”: diversa è la cultura, diversa è la lingua, perché se quella ufficiale è il castigliano, la lingua gallega somiglia moltissimo al portoghese, è diverso il clima, è diverso il paesaggio… Sentivo una fascinazione verso tutto questo, ma non ne sapevo il perché: evidentemente, la memoria ancestrale, che ancora non è dimostrata scientificamente, va studiata. Insomma, per me scrivere questo libro è stato riappropriarmi di queste radici, oltre che di quelle napoletane, che conosco bene e sono molto forti. Anche la documentazione, fondamentale quando si scrive di tempi e luoghi che non sono parte dell’esperienza quotidiana, serve non solo a evitare inesattezze, ma anche a portare lo scrittore per strade che non pensava assolutamente di percorrere: quindi è stato davvero un lavoro di lento inserimento di tessere…

G.: Chiamano “reminiscenza” questa capacità di ricordare cose che non è possibile che abbiamo vissuto, né che ci siano state raccontate: per recuperarle, però, servono il sesto senso dell’artista per avvertirle e del narratore per saperle rendere, e tu ci sei sicuramente riuscita. Racconti la Grande Storia attraverso le storie piccole, la vita quotidiana del ‘700 e del ‘900: insomma, hai raccontato “la gente”.

A.O.: Sì, è una cifra che mi appartiene molto. Nasco come autrice per l’infanzia e quando ho cominciato a raccontare a lettori decisamente più grandi ho mantenuto “la mano lieve”. Secondo me, ai bambini si può davvero parlare di tutto (a bambini molto piccoli ho parlato anche del tabù per eccellenza, la morte), ma per farlo bisogna sforzarsi di trovare le parole giuste: mi è rimasto naturale farlo comunque, e penso che attraverso le persone, la loro vita quotidiana, i piccoli gesti, si possano raccontare – e a me piace farlo – anche i momenti che fanno parte della Storia con la “s” maiuscola.

G.: … E siamo arrivati a parlare del significato simbolico dei tuoi protagonisti e delle loro vicende. Questa è una grande favola che della favola ha tutti gli elementi fondamentali: il “c’era una volta”, il protagonista bello e dannato, la magia, la maledizione, l’incertezza fra ciò che sembra vero e ciò che lo è veramente, il non capire se ci si trovi in una dimensione o in un’altra; c’è il viaggio nel tempo, c’è la follia, che però potrebbe essere l’occhio lucido di chi vede “oltre” la realtà. Senza nulla togliere al lettore del piacere di una sua interpretazione, che cosa rappresenta, secondo te, il sapo?

A.O.: Parto sempre con l’intenzione di raccontare semplicemente una storia: poi, come tutti gli scrittori, incontro dei nodi che cerco di sciogliere. Questo (ma bada bene: l’ho capito solo dopo aver finito il libro) è un racconto sulla identità, come il mio precedente e il sapo è il peso che molto spesso all’interno delle famiglie ci si trasmette di padre in figlio: gli obblighi, quel qualcosa che impedisce di essere esattamente ciò che si è votati ad essere… perché, alla fine, è quello il problema. Riusciamo a diventare chi siamo? Molto spesso, purtroppo, no.

G.: E “l’acqua salata”?

A.O.: Per risponderti dovrei fare uno spoiler, ma diciamo che è il farmaco per eccellenza: viene ogni tanto nominata proprio così, come farmaco. Ho appreso, documentandomi per il romanzo, che veramente l’acqua salata cura moltissime affezioni. Quando Brais si imbarca sul mercantile inglese per le sue rocambolesche vicende soffrirà, oltre che di marusìa (un termine galiziano del ‘700 oggi caduto in disuso e della quale mi ha dato conferma una amica che insegna lingua spagnola all’Università Orientale di Napoli), anche, banalmente, di mal di mare. Il primo ufficiale gli spiega che non dovrà stendersi in cuccetta, come invece lui è tentato di fare (quindi, simbolicamente, non dovrà sfuggire alla sua sorte tentando di rintanarsi), ma dovrà guardare la linea dell’orizzonte, quindi curare attraverso il male stesso. Brais, a un certo punto, si accorge che funziona: si rende conto che guardando in faccia l’origine del suo malessere sta meglio.

G.: Quindi, in conclusione, è questa la “morale della fiaba”?

A.O.: Sì: ciò che fa male va affrontato, e può anche far guarire.

 

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