“Una lettera per Sara” e altre cose: chiacchierata con Maurizio De Giovanni

Maurizio De Giovanni, “Una lettera per Sara”, Rizzoli

Con Maurizio De Giovanni a Librixia 2019
Audio dell’intervista

 “Sara”, “Mina”, “I Bastardi” ed altre storie: chiacchierata con Maurizio De Giovanni

Maurizio De Giovanni: “ C’è una cosa che vorrei dire a te per prima, Giancarla: non vorrei che questo libro (“Una lettera per Sara”: n.d.r.) uscisse a librerie chiuse. Alcuni libri – e, per fortuna, i miei sono fra questi- vendono di più e consentono alle librerie di mantenersi aperte: se io, che ho già consegnato il romanzo, consentissi che questo libro uscisse soltanto con le vendite on-line, come per forza di cose deve essere adesso, priverei le librerie di un territorio di vendita, il che, credo, sarebbe lesivo per la loro sopravvivenza. Non capisco per quale motivo le librerie siano rientrate nei negozi chiusi durante questa emergenza: i tabaccai sono aperti, le librerie sono chiuse. Credo sia un fatto gravissimo: i libri sono un genere di prima necessità in questo momento. Il fatto che librerie siano chiuse dovrebbe coinvolgere tutti quanti noi a cercare di aiutarle. Per questo ho chiesto a Rizzoli il sacrificio di rinviare l’uscita di questo libro a quando saranno riaperte le librerie. Mi hanno spiegato che commercialmente io forse potrei essere anche favorito dalle vendite on-line, però non mi piace l’idea, quindi approfitto di te per dichiarare che vorrei che i nuovi libri belli e forti uscissero a librerie aperte”.

Così Maurizio De Giovanni ha concluso la nostra chiacchierata: non poteva esservi cappello migliore all’intervista che potete leggere qui di seguito e il cui audio trovate in alto, nella sezione audio di questa pagina.

Canzone consigliata: “Notte che se va “, Pino Daniele

Giancarla: Anche in questo momento terribile, stiamo registrando in piena emergenza covid-19, ci sono momenti di quiete, come quello che ci apprestiamo a vivere con Maurizio De Giovanni. Anzi, partiamo proprio da questa “peste”, che tanto dolore sta creando. Ovviamente sono annullati tutti gli incontri con i lettori, che tu tanto ami, però tu hai deciso di raggiungerli con alcuni appuntamenti “on-line” è una bella idea.

Maurizio De Giovanni: Bellissima e malinconica: bellissima, perché consente di mantenere questo contatto e di sentire l’affetto, l’amore dei lettori per i personaggi; malinconica perché fa capire ancora di più quanto è bello – e quanto sbagliavamo a darlo per scontato – anche il nostro modo di incontrarci, di girare per l’Italia, frequentare le librerie, metterci tutti insieme a chiacchierare di “storie”, abbracciarci, farci delle foto… E’ tutto molto triste, adesso: sembra passata una vita… Speriamo che torni il prima possibile.

G.: Per la verità, gli argomenti con te non mancano mai, però io comincerei da tuo nuovo romanzo, che ha per protagonista Sara Morozzi, “Una lettera per Sara”: il sottotitolo è “Il passato non dimentica”. Che cosa ci puoi dire?

M.D.G.: Quella con Sara è la mia serie più nera. Io ho diverse serie e sono felice di averle, perché è come la diversificazione delle colture nei poderi: bisogna cambiare coltura per far mineralizzare il terreno. E’ una cosa che mi serve molto, anche perché ho la fortuna di poter ambientare le mie storie in una città che racconta così tante storie e in maniera così diversa l’una dall’altra che uno potrebbe avere non quattro, ma quattrocento serie senza avere mai il problema di ripetersi.  “Sara” dicevo, è la mia serie più nera, perché lei non è un poliziotto (anzi, per certi versi è il contrario di un poliziotto, è più una giustiziera, addirittura è un giudice) e lavora sul passato, il che mi consente di guardare ad un Paese che molte volte ha voltato pagina prima di rileggerla, molte volte ha alzato il tappeto e ha buttato la povere sotto, molte volte ha chiuso delle stanze e ha buttato la chiave: ci sono molti buchi nel passato del Paese. Con Sara, in maniera romanzata, mi è consentito aprire queste porte per vedere cosa c’è dietro e andarle a spiegare nella prospettiva del passato. Questo libro, in particolare, è dedicato a Graziella Campagna, una ragazza che lavorava in una lavanderia: nel 1985, a diciassette anni, fu uccisa per motivi apparentemente inspiegabili. Solo più vent’anni dopo, grazie alle indagini di suo fratello carabiniere che ha cercato per tutta la vita di fare luce sull’omicidio della sorella, si è scoperto il motivo per cui era stata uccisa: all’interno di un paio di pantaloni che le avevano portato a lavare aveva trovato un biglietto, dal quale, ingenuamente, aveva evinto che la persona che aveva portato in lavanderia i pantaloni non era chi diceva di essere. Questo provocò l’uccisione della ragazza e l’insabbiamento dell’omicidio. Su questa base io ho reinventato la storia (prendendo da questo evento solo le mosse, ma poi cambiando tutto nella sostanza naturalmente), raccontandola ex novo.

G.: … Quindi ci sono ancora di mezzo i fantasmi…

M.D.G.: Sì:lo sai,il passato è fatto di fantasmi. Pensare di poter fare a meno del passato camminando in un presente libero da quello che abbiamo fatto, da quello che è successo, secondo me è pura follia.

G.: Quella temporale mi sembra una tematica molto forte e molto presente in Sara: in fin dei conti, lei ha il suo passato di donna e di professionista che considera chiuso e vive in un presente sospeso. Quello che mi commuove molto, e mi ha commosso da subito in Sara, è questo suo disinteresse per il futuro, il che fra l’altro, dato il periodo che stiamo vivendo, è particolarmente struggente.

M.D.G.: Sì: Sara è distante, non ha mai tenuto conto del futuro. Il non mentire, l’essere sempre te stesso, ti obbliga a legarti al presente in maniera costante. La menzogna è programmatica; la bugia serve a stare meglio in futuro, a risolvere le situazioni per poter vivere un’altra vita rispetto alla tua. Se scegli di non mentire, fatalmente sei calato nel presente. Per questo Sara, scegliendo di non mentire, vive in un eterno presente, che è cambiato con la nascita del nipotino. Tu leggerai e mi saprai dire, ma penso che questo sia il migliore della serie di Sara, perché qui lei raggiunge un vertice forte di umanità (poi vedrai perché) che non aveva nei primi due romanzi: sono convinto che il processo di ricciardizzazione di Sara sia in corso…

G.: Ma Sara è una donna libera?

M.D.G.: Non lo sei mai (libero). Sara è prigioniera: è prigioniera del suo passato; è prigioniera della consapevolezza di avere sbagliato molto e di dovere in qualche modo riparare; è vittima della consapevolezza di non saper voltare pagina, di non saper chiudere col proprio passato; lei è prigioniera di tutto questo, e lo sarà sempre, e quindi anche la prigionia di Sara è un racconto.

G.: Ci ha messo un po’ di tempo, in verità, ma ora Sara è una beniamina dei tuoi lettori: visto che quando i personaggi “funzionano” arriva anche la televisione, c’è in programma una serie tv su di lei?

M.D.G.: Sì: i diritti televisivi di Sara sono stai acquistati dalla “Palomar”, la casa di produzione di “Montalbano”. C’è una grande attenzione e sono state determinate anche alcune scelte artistiche, che io condivido pienamente. Non so quanto Sara sia adatta ad una piattaforma generalista: Ricciardi, Mina Settembre, gli stessi “Bastardi” sono più convenzionali; Sara ha molte tematiche, anche di rottura. Non so insomma fino a che punto Sara sia adatta, ma questa – ringraziando il Cielo! – non è una scelta mia: io mi limito a scrivere le mie storie. Ripeto: Sara non fa sconti; è un indice puntato e come tale non è mai semplice da leggere… e, per la verità, non è semplice nemmeno da raccontare…La sua è una serie molto particolare: è la mia serie meno napoletana e contemporaneamente è la più nera. A volte mi fanno domande sui riferimenti dei modelli di scrittura: dico sempre che ( nel mio tanto, per carità, nessuno aspira ad arrivare a quei livelli) così come Ricciardi fa riferimento allo Steven King più sentimentale per l’ingresso del soprannaturale nel naturale, per la comprensione della mente umana; così come “I Bastardi di Pizzofalcone” fanno esplicito riferimento a Ed Mc Bain e al suo “87°Distretto” (con la sua polifonia, la policromia, tutte le minoranze e il racconto di tutte le crepe); così come Mina Settembre fa riferimento a Westlake, il grandissimo giallista umoristico americano contemporaneo, così Sara fa riferimento a Le Carré e quindi a un racconto più intimo e puro del fallimento di tante politiche su aveva degli ideali e raccontare Sara è anche fare riferimento esplicito a quel tipo di scrittura.

G.: Hai nominato la signorina Settembre: lei e Sara sono fra loro veramente come il giorno e la notte. Nella lettura di “Dodici rose a Settembre” mi sono divertita a immaginarti mentre scrivevi.

M.D.G.: Mina mi diverte tantissimo, innanzitutto perché esce dai canoni del poliziesco e diventa un veicolo attraverso il quale racconto quella meravigliosa parte della mia città che sono i Quartieri Spagnoli: un mondo a parte, bellissimo e divertentissimo da raccontare. Rispetto a Sara, Mina è speculare: anzi, diametrale. Se quella di Sara è la mia serie meno napoletana, quella di Mina è la più napoletana, la più profondamente ventrale; è il mio racconto – divertente e divertito – di una parte di città che è assolutamente peculiare. C’è solo qui, modestamente. Racconto Mina sempre con grande gioia: è lei il mio prossimo impegno: insomma, faccio una doccia scozzese di scrittura, passando da Sara a Mina e non vedo l’ora!

G.: …E in tutto questo, ci sono anche i “Bastardi di Pizzofalcone”: il più recente capitolo della serie, “Nozze”, li vede alle prese con un caso che, ancora una volta, farà scoprire a loro stessi “cose” di loro stessi. Il paradosso che tu metti nei tuoi romanzi (nel caso di “Nozze”, la vigilia di un giorno meraviglioso, quello del matrimonio, che invece diventa il momento della massima tragedia, con l’uccisione della futura sposa) è come la doccia scozzese di cui tu parlavi prima. Questo paradosso ti serve per la dinamica narrativa, o è questa la tua visione della vita?

M.D.G.: Io credo che chi racconta storie debba raccontare quelle degli altri, non se stesso. Ne abbiamo parlato altre volte, ricordi? Io credo che questa autofiction, la ricerca costante dell’autobiografismo anche sotto forma di racconto di storie degli altri, sia un grande limite della letteratura italiana: in realtà, lo scrittore continua a raccontare se stesso, la propria esperienza di vita. Penso che il bello della narrativa sia proprio raccontare le storie degli altri: guardare altrove, guardare gli altri e guardarne l’enorme varietà, l’enorme diversificazione. Ti manterrai originale sempre se scrivi le storie degli altri, mentre se scrivi di te stesso in realtà scriverai sempre lo stesso libro. Lo dico da lettore: da lettore, questo lo rilevo.

G.: “Nozze” è…carezzevole, è velluto…

M.D.G.: Man mano vai avanti nelle serie e conosci i personaggi, fai amicizia, ti coinvolgono: ti raccontano le loro storie e ogni volta ti arrabbi con loro, ci discuti, perché è come quando un amico ti chiede un consiglio e poi fa di testa sua. Ti arrabbi, ma gli vuoi essere assolutamente vicino, in qualche modo.

G.: …Infatti stai anche facendoci amare Aragona, cosa che francamente credevo impossibile: sei diabolico!

M.D.G.: Sì, Aragona è un personaggio particolare: cerco sempre di tenerlo a bada, ma non ci riesco.

G.: Questa relazione con i personaggi, che fai bene a ricordare, forse ti arriva in parte anche dai lettori: per esempio, tu giustamente sottolinei l’invisibilità di Sara, ma secondo me Sara è invisibile, non trasparente.

M.D.G.:  No, esatto.

G.: …E quindi su questa cosa ti scontrerai con i personaggi, perché magari la tua vena narrativa ti porterebbe e invece devi rimanere dentro uno “steccato” che – paradossalmente – hai costruito tu.

M.D.G.: E’ vero: io sono creativo solo nel momento in cui creo le premesse, ma la loro evoluzione è assolutamente indipendente dalle premesse stesse. Sono convinto che lo scrittore sia creativo solo nel primo passaggio, quando mette insieme tutti i contesti, ma quando poi li attiva il sistema gravitazionale complesso di tutti i corpi che ha messo in movimento non dipende più da lui, ma dall’attrazione o dalla repulsione di ogni singolo corpo rispetto agli altri: è questo il bello della scrittura. Mi annoierei mortalmente se tutti si muovessero sulla base di quello che io dico: invece io li metto in moto e poi sto a guardare.

G.: In tutto questo, c’è un grande segreto che cerco di estorcere a Maurizio da molti anni (senza riuscirci) e cioè come mai le sue giornate durino dieci volte più delle nostre…

M.D.G.: Mi diverto molto a spezzare lo stereotipo del “napoletano pigro”. Invece, c’è una cosa che vorrei dire a te, per prima: non vorrei che questo libro uscisse a librerie chiuse. Alcuni libri (e, per fortuna, i miei sono fra questi) vendono di più e consentono alle librerie di mantenersi aperte: se io, che ho consegnato il romanzo ( Una lettera per Sara: n.d.r.), consentissi che questo libro esca soltanto con le vendite on-line, come per forza di cose deve essere adesso, priverei le librerie di un territorio di vendita, il che, credo, sarebbe lesivo per la loro sopravvivenza. Non capisco per quale motivo le librerie siano rientrate nei negozi chiusi durante questa emergenza: i tabaccai sono aperti, le librerie sono chiuse. Credo sia un fatto gravissimo: i libri sono un genere di prima necessità in questo momento: Il fatto che librerie siano chiuse dovrebbe coinvolgere tutti quanti noi a cercare di aiutarle. Per questo ho chiesto a Rizzoli il sacrificio di rinviare l’uscita di questo libro a quando saranno riaperte le librerie. Mi hanno spiegato che commercialmente io forse potrei essere anche favorito dalle vendite on-line, però non mi piace l’idea, quindi approfitto di te per dichiarare che vorrei che i nuovi libri belli e forti uscissero a librerie aperte.

G.: Beh, posso solo ringraziarti, a nome mio e non solo. Tu sei così, e noi ti siamo grati anche per questo.

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2 thoughts on ““Una lettera per Sara” e altre cose: chiacchierata con Maurizio De Giovanni

  1. che bella intervista. sempre un piacere reggere Maurizio De Giovanni. le sue parole sono come luce che illumina. e poi sempre questa attenzione agli altri, così rara.. eppure da un ariete non ti aspetti che non fa emergere il suo ego, che se spende una parola in più è solo per dare voce a chi non la ha. Grazie di esserci, Maurizio. è una fortuna per me che percorriamo lo stesso tempo anche se così complicato

    1. Buongiorno, Rosalba. E’ vero: leggere o ascoltare Maurizio De Giovanni, e parlare con lui, è sempre un grande piacere.Grazie per l’attenzione e…buone letture!

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