“Troppo lontano per andarci e tornare”: chiacchierata con Stefano Di Lauro

Stefano Di Lauro
(ph. per gentile concessione dell’Autore)


Stefano Di Lauro, “Troppo lontano per andare e tornare”, Exorma Ed.

Pagg. 348

€ 16,50

Audio intervista a Stefano Di Lauro

La fine dell’anno 1899 coincide con l’inizio di un secolo bello e tremendo, quale è stato il ‘900: per gli artisti della pittoresca e affascinante compagnia del “Diable Vauvert” il 31 dicembre 1899 è però anche la data che divide la loro vita fra passato e futuro. Al crepuscolo di quel giorno fatidico li troviamo, infatti, su di un piroscafo a motore che li porterà dalla Francia all’Argentina, dove riprenderanno la loro vita di circensi girovaghi sotto uno chapiteau che, a differenza degli altri circhi del momento, non propone roboanti numeri da baraccone, ma suggestioni, illusioni, poesia, sogno. Quelli del “Vauvert” sono tipi strani: anzi, “strani” è dir poco. Non potrebbero essere più diversi fra loro, così come lo sono le loro storie personali e le rispettive provenienze raccontate dall’Autore attraverso ampi flash-back: ma proprio nella diversità alberga la magia che sanno creare, Sono diversi dalla gente comune nel corpo e nei modi, sono tremendamente reali e tuttavia eterei, sono carne e al tempo sono tutto spirito. Sono, soprattutto, una famiglia, non legata da vincoli di sangue non desiderati, ma unita da una complicità ed un amore tanto più nobili quanto liberi e disinteressati: una vera famiglia, perché famiglia vera.

Il nuovo fiabesco ed elegante romanzo di Stefano di Lauro “Troppo lontano per andare e tornare”, (Exorma Editore) porta il lettore in un’altra dimensione “in capo al mondo”, proprio come dice il nome di questa onirica Compagnia: “Au diable vauvert”.

Imperdibile.

L’AUTORE:

Stefano Di Lauro

È autore, regista e compositore.
Ha pubblicato Eroine: nient’altro da dichiarare (2012) e Dittico dell’amore osceno (2011) per Shamba Edizioni; La mosca nel bicchiere – La poetica di Carmelo Bene (Icaro, 2007); ÒperÉ (Besa, 2006).
Come regista teatrale ha lavorato in Italia e in molti paesi esteri. Autore di testi teatrali, adattamenti di opere straniere e riscritture di classici, ha anche realizzato opere di video-arte e documentari, e scritto musiche di scena, affiancando numerosi progetti musicali e discografici.
Da bambino stravedeva per l’arte primitiva e gli innesti botanici. Si definisce un mitonauta.
Memorie di un delfino spiaggiato è il titolo orfano del libro che non scriverà mai.

Ecco l’intervista a Stefano Di Lauro, il cui sonoro trovate in alto, nella sezione audio di questa pagina.

Canzone consigliata: “Nuovo Mondo”, Ex-Otago.

Giancarla: Sono al telefono con Stefano Di Lauro, autore del romanzo “Troppo lontano per andare e tornare”, pubblicato da Exorma: un libro molto particolare, che racconta storie peculiari, di protagonisti peculiari, le cui vite confluiranno in una storia comune perché casualmente si aggregano a tre fratelli a loro volta molto peculiari, fino a formare una unitissima e peculiare famiglia sotto il tendone di un circo dal meraviglioso nome di “Au diable vauvert” (che si potrebbe tradurre dal francese “in capo al mondo”). Questa l’estrema sintesi della trama: lascio a te aggiungervi qualcosa.

Stefano Di Lauro: Comincio dal titolo, che deriva dalla locuzione francese che significa “in capo al mondo”, “sulla Luna”: ogni Paese ha il suo modo di dire per raccontare questo senso di lontananza assoluta, di irraggiungibilità, in modo tanto scherzoso quanto emotivo. Ognuno di noi ha il suo punto di non ritorno

G.: I futuri lettori scopriranno che questo è un libro circolare, perché si arriva alla fine e si vorrebbe ricominciarlo, aspettando nuove storie.

S.D.L.: Ti ringrazio: questo è molto bello.

G.: Dicevo che è un libro molto originale anche nella costruzione del racconto, per la pluralità dei personaggi, per l’ambientazione storica. I protagonisti sono artisti circensi, sia pure – lo spiegherai tu meglio – diversi da quello che oggi si potrebbe immaginare parlando di “circo”.

S.D.L.: Siamo nella seconda metà dell’800, quando imperversava lo stile circense rutilante, su tutti quello dell’americano Barnum, che faceva spettacoli su tre piste in cui nessuno capiva nulla, ma succedevano tante cose: c’erano serragli con “mostruosità” vere e presunte, cose esotiche, wunderkammer insomma. Per contro, qui abbiamo a che fare con un piccolo circo, che si dice tale solo per indicare alla gente che accadrà qualcosa sotto lo chapiteau. In realtà, questi circensi hanno provenienze diverse e una cosa in comune: sono dediti al culto della meraviglia; estrinsecano il loro bisogno di fare arte, il bisogno del prodigio, il bisogno di incantare in modo cameristico (fuori dalle grida, dal rumore mediatico di cui Barnum è stato fra i più insigni rappresentanti, imponendo il “non importa quello che si vede, purchè accada di tutto e di più” : … il che, forse, ci ricorda qualcosa del nostro tempo…).

G.: Infatti. A proposito di tempo, l’azione inizia il 31 dicembre 1899, alla vigilia non solo di un nuovo anno, ma di un nuovo secolo: e che secolo! Il ‘900 è stato fondamentale e al tempo stesso terribile, splendido e dannato: il secolo dei contrasti. Non credo sia un caso: certamente il periodo offriva la possibilità di raccontarci il mondo artistico che hai appena ricordato, ma, a parte questo, perché hai scelto questa collocazione temporale?

S.D.L.: La scelta non è assolutamente casuale, perché in Francia e in Europa i sintomi di ciò che si andava preparando con l’arrivo del XX secolo davvero non lasciavano presagire nulla di buono. A parte tutti i conflitti e i disastri bellici, nello specifico (e non è cosa da nulla) stavano cambiando l’Arte e il modo di fruire l’Arte, stava cambiando il pubblico e si conclamava un nuovo tipo di “mercato”: era la nascita del mainstream. Questo circo, invece, sta esattamente all’opposto del mainstream, è l’anti-Barnum: è “Au diable vauvert”, cioè “troppo lontano per andarci e tornare”.

G.: Nel romanzo si parla molto di “famiglia” e questo mi ha colpito in maniera particolare.

S.D.L.: Sì, assolutamente.

G.: Qualcuno dei protagonisti proviene da una famiglia spezzata, altri da famiglie felici; si è una famiglia perché si è parenti, o perché ci si sceglie liberamente. Oggi viviamo in tempi di famiglie definite, con una espressione raccapricciante, “mononucleari”: forse, come a volte fanno i lettori, mi spingo un po’ oltre le tue intenzioni, ma mi pare questa sia quasi una carezza, che ci sia un po’ di nostalgia per certi valori…

S.D.L.: Sì. Intanto io credo che la famiglia, salvo casi davvero unici, finisca col diventare un inferno costruito su una serie di non- detti, di vecchiaia, di piccole cose che fanno parte della vita, che rendono la famiglia un luogo un po’ costrittivo. Io dico scherzosamente che “ Dio ci dà gli amici per scusarsi dei parenti ” : insomma, la famiglia che ti scegli non è quella che ti tocca in sorte e non decidi di avere, ma quella che si crea attraverso esperienze e condivisioni di anni, ribadite ogni giorno: “Io sto bene con questa gente, mi sento supportato”. Sicuramente nel mio racconto c’è anche una modalità ideale di stare con gli amici. La frase che ho messo in esergo è una citazione di Rainer Maria Rilke: “In questo consiste l’amore: che due solitudini si proteggano, si lambiscano e si inchinino, l’una davanti all’altra”. Amicizia, amore, affetto, sempre con un modo rispettoso di rivolgersi all’altrui e alla propria solitudine: insomma, guardiamoci da singoli quali siamo e cerchiamo di avere rispetto anche per la singolarità dell’altro. Anche gli affetti vanno costruiti in questo rispetto e questo nel Diable accade, per fortuna dei protagonisti e mia scelta: l’ho voluto per esprimere una possibilità, un altro modo di pensare le relazioni, un altro modo di stare insieme.

G.: E’, il tuo, un libro pieno di spunti per riflessioni molto profonde: io, a parte questo che riguarda la famiglia, penso di averne estrapolato un altro che vuoi fare arrivare ai lettori e riguarda la “diversità” che caratterizza ciascuno dei personaggi: la diversità, sembri dire, non è un difetto, ma al contrario spesso è un’opportunità. I protagonisti accettano la propria diversità attraverso gli altri, trovando alla fine un equilibrio su di una base che sembrerebbe squilibrata. E’ così?

S.D.L.: Sì: è un libro sull’orgoglio della diversità che si riscatta e, in qualche modo, sancisce la differenza fra questa famiglia, fatta da un gruppo di artisti con una sincera vocazione, e l’esterno, dove si viene indicati come diversi. Uno dei temi che ha segnato la mia scrittura e tutto il percorso della mia creatività è anche il femminile, da cui sono molto attratto. Ovviamente, qui non potevo perdere l’occasione di fare uscire questo femminile e quindi c’è la voce di tante donne che si raccontano proprio attraverso la diversità. Dopo aver esplorato in altre avventure letterarie o teatrali il femminile di donne apparentemente non-diverse, questo è invece un femminile raccontato attraverso la lente dell’essere e del sentirsi diverse.

G.: Un’altra conclusione è che soltanto insieme si va avanti: considerati i tempi in cui viviamo, nei quali ognuno basta a se stesso…

S.D.L.: … Crede di bastare a se stesso…

G.: …Esattamente: la tua è una provocazione…

S.D.L.: Assolutamente! Parto da una osservazione che può sembrare cinica: tutti siamo soli, nasciamo soli, ma per superare la solitudine dobbiamo costruirci dei gruppi e, soprattutto, sistemi di cooperazione in cui le cose funzionano. Quello che accade oggi è esattamente il contrario: c’è l’incapacità di cooperare, anche nel mondo della Cultura. E’ una guerra fra poveri: invece di creare una rete virtuosa di connessioni di competenze e condivisioni di saperi, ognuno bada al suo minuscolo orticello. Così non si va lontano: la stessa cosa avviene sul piano relazionale. Alla fine, bisogna scegliersi la propria famiglia, bisogna scegliere un modo per praticare una cooperazione virtuosa che ci sostenga nelle idee e nella fatica di vivere con gli altri, rispettando – lo ripeto – la solitudine.

G.: Come è nata l’idea di raccontare questa storia?

S.D.L.: Anche se vengo dall’esperienza teatrale, a me piace moltissimo il nouveau cirque, mi piace la sua poetica: quindi mi piaceva l’idea di creare un archetipo di “nuovo spettacolo” proprio nel momento in cui il circo stava andando in una direzione più grandiosa e rutilante. Quando lavoravo nella Svizzera francese e nei Paese francofoni fummo lì-lì per mettere su una compagnia con chapiteau: il progetto era maturo (eravamo in quattro “padri fondatori”) ma “improvvidamente” uno dei quattro convolò a “ingiuste nozze”! Fu come una tegola sulla testa, che cambiò tanto la sua vita, quanto le sorti del progetto: era un progetto che avevo sognato, era per me un investimento personale… Poi ho conosciuto il circo dei fratelli Forman (figli del regista Miloš): è stata un’esperienza straordinaria e di grandissima poetica. Ho fatto con loro lunghissime chiacchierate. E ancora: un amico francese mi ha dato da leggere un vecchio libro di viaggi, un libro del primo’900 di un autore sconosciuto. Il libro di intitolava proprio “Au diable vauvert”… Alla fine, ho incamerato una serie di dati che si sono via via stratificati e che ho cercato di mettere insieme in questa narrazione, composita ma soddisfacente, perché mette insieme una serie di istanze, di esperienze e di tematiche in maniera equilibrata (e credo sia così perché me lo ripetono e io comincio a convincermene: non so se questo sia grave…): insomma, credo che quando si hanno tante storie e tanti temi che stimolano la scrittura sia importante trovare la giusta misura.

G.: In questo la tecnica narrativa è fondamentale e la tua prosa mi è molto piaciuta: è decisamente elegante e colta, ma non per questo fredda, scostante. Così mi sono fatta una domanda: tu, che sei un uomo di “parole dette” in teatro, anche musicate e cantate, ti occupi di video e altro ancora, come ti trovi con la “parola scritta”? Del resto, questo non è il tuo primo o unico esempio di scrittura…

S.D.L.: Il mio ingresso nella scrittura è avvenuto in punta di piedi, non attraverso la carta stampata ma attraverso la drammaturgia: sicuramente ho trasferito questa esperienza nella mia scrittura, sia perché c’è una forte impronta visiva (da uomo di teatro, uso più parole- immagine che parole-concetti), sia perché, da autore drammatico, scrivo pensando a qualcuno che dica quello che ho scritto, e quindi c’è il ritmo, c’è la visionarietà. La mia non è una letteratura pensata per la pagina: anche in questo caso, pur trattandosi di un romanzo (ma è successo anche con un altro mio romanzo e con alcuni miei racconti), tradisco la mia estrazione da teatrante. Ma c’è un’altra cosa che ha segnato la mia scrittura: io ho fatto una lunga esperienza all’estero lavorando con una lingua che non era la mia, il francese. E’ stata un’esperienza molto interessante, perché lavorare sui testi e tradurli porta a confrontarsi con i corrispettivi delle parole: ci sono parole o locuzioni che non hanno corrispettivo in un’altra lingua, o che il corrispettivo ce l’hanno ma magari non suona bene. Esercitando questo tipo di lavoro, va a finire che cominci a pensare che all’improvviso alcune parole italiane diventano indisponibili e quindi fai dei giri strani: così l’approccio alla lingua cambia. A volte penso che la linea più breve fra due punti possa essere un arabesco e questo ha sicuramente influito sulla mia scrittura.

G.: Nel libro si parla molto di balene, compresa quella mitica e mitologica (e fra poco arriveremo a chiederti perché tu ti definisca un mitonauta), ovvero la “Balena Bianca” … Come mai la balena costituisce una specie di fil rouge del romanzo?

S.D.L.: Per una mia esperienza pre-adolescenziale: fra gli anni ’60 e i ’70, girava per l’Europa e in Italia un carrozzone che aveva una balena impagliata di ventidue metri, pescata in Norvegia ed esposta per le città; per vederla si entrava nel grandissimo rimorchio che la trasportava. Mi ci portò mio fratello in un giorno di pioggia, di mezza estate (lo ricordo bene): ne rimasi atterrito, vidi una specie di divinità. Quell’episodio mi ha molto segnato, tanto che nel corso della mia vita ho sempre cercato libri sulle balene: questo ricordo mi accompagna, per me è una Grande Madre… Sì, questa è la mia lettura simbolica: mi sgomenta, mi produce stupore, a parte la sua intelligenza, dimostrata dalla zoologia. Le balene sono creature sensibilissime…

G.: …Che cantano…

S.D.L.: Sì, creature straordinarie che, fra l’altro, cantano.

G.: A proposito di canto, va ricordato che nel tuo libro c’è tanta musica, ma c’è anche tanta letteratura: tu che tipo di lettore sei?

S.D.L.: Sono un lettore sensibile e molto selettivo: sono tanti gli Autori che in qualche modo mi hanno segnato. Ti confesso però che da qualche anno leggo sempre meno letteratura, perché non ne sono attratto, non mi soddisfa…  Per altro, su “Troppo lontano” aleggiano molti Autori: Leopardi, Racine, Molière, Montaigne, Schwob, Melville, perché, alla fine, ogni libro parla di libri; poi, si può scegliere se mettere sotto silenzio un’appartenenza, un debito, un riferimento, o se esplicitarli, provare a dialogarci come, in qualche modo, ho fatto io. Di sicuro sono un po’ sospettoso sui libri orfani di citazioni più o meno esplicite, perché mi fanno pensare ad Autori che abbiano scritto molto più di quanto abbiano letto.

G.: Ti definisci “mitonauta”: c’est à dire?

S.D.L.: La vocazione l’avevo già con la balena, senza rendermene conto: poi ho trovato nella mitologia grandi spunti di riflessione. Parlo di mitologia soprattutto rispetto alla formazione scolastica che se ne ha: si confonde il “mito” con la “leggenda”. Parliamo di mitologia come bagaglio di esperienze fondative che ci portiamo addosso: sono vecchie narrazioni che hanno capito come va il mondo, come funziona e cosa può succedere in situazioni-limite. Io ho molto esplorato i Miti riscrivendoli, soprattutto al femminile: Didone, Antigone, una “Odissea” completamente raccontata dalle donne (senza Ulisse, finalmente!); anche in “Troppo lontano” c’è un patrimonio arcaico e simbolico che emerge prepotentemente e che è anche il sogno di questo circo, piene di visioni antiche, come dicono i personaggi per invogliare il pubblico: “Vi ricorderete cose che avete scordato nella culla, attraverso piccoli prodigi!

G.: Stefano, ci ricapiterà di ritrovare questi affascinanti protagonisti in un seguito di questo romanzo, o invece, dopo avere tanto lavorato per loro, adesso che sono salpati li lasci andare e ti rimetti alla caccia della tua Balena Bianca?

S.D.L.: Un’altra, una nuova Balena Bianca … Mah… Del resto, anche Marquez importava ed esportava i suoi personaggi… “Cent’anni di solitudine” è un libro che viene da personaggi già apparsi in altri racconti… Mi piace l’idea dell’autocitazione, mi piace l’idea di riutilizzare… La scrittura è come il Teatro, come il maiale: non se ne butta via niente…

About Giancarla Paladini

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