“Ombre dal fondo”: chiacchierata con Domenico Quirico

con quirico. torino maggio 2017. 1jpgDomenico Quirico “Ombre dal fondo”, Neri Pozza Ed.

2017

Pagg. 160
Libro+Dvd : € 23,00

 

 

 

Domenico Quirico “Ombre dal fondo”. 

 

Nessun libro mi lascia indifferente: ci sono libri che mi piacciono e altri no, ovviamente, ma ho imparato a leggerli dalla prima all’ultima parola, a prescindere grado di fascinazione che possono esercitare su di me, e non ho preferenze di genere. Parafrasando quel famoso detto riferito alla musica, dico senz’altro che esistono solo due generi di libri, quelli belli e quelli brutti: ciascuno ha diritto di stilare la classifica di merito come ritiene più giusto. Per questo non amo chi, ergendosi a (spesso discutibile e autonominato) giudice, dispensa, più che giudizi critici, sentenze di morte: spesso, anzi, è valido il proverbio “Chi sa fa e chi non sa fare insegna”; per questa ragione vi parlo solo di libri e Autori che mi abbiano colpito e per questo non troverete mai, nelle mie parole, condanne e libri neri. E’ un concetto, questo, che ho già più volte espresso, ma mi va di ribadirlo ancora e con forza.

 “Ombre dal fondo” (Neri Pozza Ed), il più recente libro di Domenico Quirico, è uno di quelli che lasciano il segno: “Non lascia indifferenti e nemmeno indenni”, ho detto all’Autore, ed è così.

Nelle sue pagine, Domenico Quirico, oggi inviato del quotidiano La Stampa di Torino, una lunghissima esperienza di responsabile degli Esteri e corrispondente, profondo conoscitore della realtà dell’Africa e dell’Islam di questi ultimi decenni, affronta con lucida e coraggiosa scrittura questioni di spessore ed impegno enormi: parla di giornalismo, naturalmente, ma anche di etica, di dolore, di morte, di quell’ homo homini lupus che, con modalità diverse, sembra essere il mantra dell’umanità dei giorni nostri in ogni angolo del mondo.

In uno di questi, Domenico Quirico, mentre si trovava in Siria, ha vissuto nel 2013 la più terribile delle sue esperienze: il rapimento. Otto mesi Quirico ha trascorso imprigionato da carcerieri pronti a tutto, trasferito da mani insanguinate ad altre ancora più pericolose, guardando ripetutamente in faccia la morte, sprofondando negli abissi dell’animo umano ed emergendone grazie ad una straordinaria ricchezza interiore e culturale, oltre che – quella sì – profondamente umana.

Come scoprirete direttamente dall’intervista che vi sto proponendo, Domenico Quirico è convinto che “… Purtroppo il mondo (…) segue le leggi del Male, compie il Male, vive di Male, e il numero di chi soffre aumenta, invece di ridursi. Il problema del nostro tempo è l’assenza di commozione e la dilatazione del cinismo e dell’indifferenza. Il correttivo al cinismo e all’indifferenza è la commozione: commuoversi, piangere”.

Così, per chi fa il mestiere del giornalista o dello scrittore la domanda fondamentale deve essere: “Riesco a far commuovere?”.

Il problema non è il numero dei libri o dei giornali venduti, ma come leggono che cosa scriviamo, che cosa passa nella testa e nel cuore dei lettori quando arrivano all’ultima pagina del giornale o chiudono il libro… L’unica cosa che si deve raccontare, e dovrebbe essere pubblicata dai giornali, è il rapporto terribile fra Dolore e Male, cioè fra uomo e uomo. (…) Noi che facciamo il mestiere dello scrivere (anche libri, non solo settanta righe sul giornale), dobbiamo chiederci intimamente se il nostro fallimento degli ultimi dieci anni non sia frutto della nostra incapacità: forse non abbiamo più gli strumenti tecnici, cioè la scrittura che usiamo non riesce più a restituire alla gente l’emozione da cui nasce la coscienza”, spiega Quirico.

Come vedete, uso le su stesse parole, che nelle sue pagine e nel film arrivano dure, taglienti, ineludibili: di migliori non so trovarne.

E’ un estenuante e quotidiano lavoro, quello di Domenico Quirico, non solo rispetto alla sua professione (e vocazione) di giornalista vero, ma nei riguardi della coscienza sua e collettiva: è lavorare su stessi, pretendere da sé prima che dagli altri e pensare, infine, che anche se lo si fa per salvarsi la pelle, uccidere chi ti vuole uccidere è comunque diventare assassini, e provare orrore.

Leggete questo libro e guardate il dvd allegato (regia di Paola Piacenza), nel quale un grande giornalista, con inaudito coraggio, ripercorre i luoghi non solo fisici del suo calvario: lo fa per se stesso e – penso soprattutto – per noi.

 

L’AUTORE:

Domenico Quirico è giornalista de La Stampa, responsabile degli esteri, corrispondente da Parigi e ora inviato. Ha seguito in particolare tutte le vicende africane degli ultimi vent’anni, dalla Somalia al Congo, dal Ruanda alla primavera araba. Ha vinto i Premi giornalistici Cutuli e Premiolino e, nel 2013, il prestigioso Premio Indro Montanelli. Ha scritto quattro saggi storici per Mondadori (Adua, Squadrone bianco, Generali e Naja) e per Bollati Boringhieri Primavera araba. Presso Neri Pozza ha pubblicato Gli Ultimi, la magnifica storia dei vinti e Il paese del male (libro+dvd).

 

Ecco l’intervista a Domenico Quirico, il cui sonoro trovate in alto, nella sezione audio di questa pagina.

Canzone consigliata: “La guerra di Piero”, Fabrizio De André.

 

 

Giancarla: Credo che il libro affronti tre tematiche fondamentali: il Mestiere (raccontare, come raccontare, che cosa raccontare e quando) e il Dolore; la terza tematica, quella del Bene e del Male, punta sul discrimine fra queste forze e si collega alle prime due. E’ d’accordo?

Domenico Quirico: Sicuramente lei ha individuato i tre temi del libro, che sono tutti storicamente connessi fra loro perché il Mestiere è il contenitore degli altri due. E’ il mestiere che faccio che mi ha portato a investigare su due elementi, che poi sono gli unici per cui io provo interesse: la sofferenza dell’uomo e chi questa sofferenza determina, ovvero altri uomini. Il Male agisce attraverso gli uomini e le loro azioni, non è qualcosa che sta al di sopra: il Male è negli atti che compiamo, nelle parole che diciamo. Io ho progressivamente “asciugato” il Mestiere fino a ritenere che l’unica cosa che si deve raccontare, e dovrebbe essere pubblicata dai giornali, è il rapporto terribile fra Dolore e Male, cioè fra uomo e uomo. Nonostante io creda ancora alla mia grande idea (o sogno, o utopia) tutta ottocentesca del Progresso, secondo la quale l’umanità è destinata naturalmente a migliorare (come diceva Victor Hugo), purtroppo il mondo in cui ho lavorato e lavoro invece segue le leggi del Male, compie il Male, vive di Male, e il numero di chi soffre aumenta, invece di ridursi. Si può dire che il libro sia la testimonianza di una delusione, quella per cui attraverso il mestiere dello scrivere sia possibile ridurre i “territori del Male”; invece devo constatare che, per esempio sui temi dei quali mi sono occupato quasi ossessivamente negli ultimi dieci anni (cioè le guerre scatenate dal fanatismo e la migrazione), il modo di pensare di coloro che leggono i giornali – e forse qualcuno legge anche i miei articoli – non è cambiato in termini di progresso, ovvero di riduzione del pregiudizio: anzi, il numero di coloro che hanno pregiudizi, o sono indifferenti a questi due luoghi fondamentali del nostro tempo, si è allargato. A un signore che mi diceva che la qualità di Le Monde è superiore a quella dei giornali italiani ho risposto: “Lei ha perfettamente ragione, ma c’è il piccolo problema che in Francia dieci milioni di persone hanno votato Marine Le Pen: allora c’è qualcosa che non funziona nemmeno a Le Monde, perché non ha reso i cittadini meno xenofobi, razzisti e conservatori ottusi e il loro numero aumenta.” Noi che facciamo il mestiere dello scrivere (anche libri, non solo settanta righe sul giornale), dobbiamo chiederci intimamente se il nostro fallimento degli ultimi dieci anni non sia frutto della nostra incapacità: forse non abbiamo più gli strumenti tecnici, cioè la scrittura che usiamo non riesce più a restituire alla gente l’emozione da cui nasce la coscienza. Credo sia questo, oggi, il problema del giornalismo, della scrittura, di quelli che una volta si chiamavano “intellettuali”, categoria così disastrata da non avere più una sua identità certa.

G.: Però viviamo nella società delle immagini, più che dello scrivere e del leggere; non che le immagini in generale non abbiano una funzione educativa, ma diventano diseducative quando quasi portano all’assuefazione. E’ giornalismo anche quello televisivo, è informazione sul campo, ma a sua volta non sempre è didattico per la società: quindi?

D.Q.: Precisiamo: non è che io creda a un giornalismo che, come dire, fa dell’ingegneria… Per carità, questa è eredità dello stalinismo, per cui bisognava portare lo scolaro, il lettore o il soggetto politico alle “gioie del comunismo” …: no, no, per carità! Il compito di un giornale è molto più ristretto: è raccontare e vivere le cose fondamentali del tempo in cui si vive. Certo, quello dell’eccesso di immagini è un problema su cui si sono interrogati in molti. Recentemente ho partecipato a un dibattito con un famoso fotografo di guerra, che sosteneva che era bastata la straordinaria fotografia di Aylan, il bambino annegato sull’arenile turco, per far cambiare atteggiamento a molti sulla questione: io ho risposto che invece non è proprio cambiato niente. La foto è servita solo a riempire la prima pagina dei giornali per un giorno. Quanti “Aylan” sono venuti dopo, che non abbiamo fotografato, o li abbiamo fotografati ma sono finiti a pagina 28 e non a pagina 1! Allora la domanda (che è poi un tema del libro) è: la commozione è ancora descrivibile? Abbiamo ancora gli strumenti tecnici (la scrittura, l’immagine) per creare commozione? … Perché il problema del nostro tempo è l’assenza di commozione e la dilatazione del cinismo e dell’indifferenza. Il correttivo al cinismo e all’indifferenza è la commozione: commuoversi, piangere. Questo è un mondo che piange per delle stupidaggini, che so? per la trasmissione di Maria De Filippi, e non piange per i quattrocentomila morti in Siria! Dobbiamo suscitare commozione, dobbiamo ossessivamente preoccuparci di creare commozione. Come riuscirci? Io seguo un metodo molto empirico: andare sul posto, soffrire, rischiare e, raccontando quello che ho provato io, commuovere gli altri. Evidentemente, non funziona: non sono diventato editorialista del Corriere della Sera, continuo a fare quello che ho sempre fatto (… e meno male che me lo fanno ancora fare!). Anzi, scrivo meno adesso di prima: per esempio, di migranti non mi hanno fatto più scrivere una riga, perché sono “troppo sbilanciato e fare entrare tutti, anche il jiadista” (lo dico come paradosso, naturalmente). Dunque, dicevo, evidentemente il mio sistema non ha funzionato: non vendo ottocentomila copia dei miei libri, semmai le vende Vespa. Beato lui, complimenti: non sono invidioso, quello che voglio dire è che (noi giornalisti) non siamo più l’accendino della commozione, la polvere pirica dell’esplosione della coscienza collettiva; questo è il problema dello scrivere, oggi, e secondo me deve porselo anche chi vende centinaia di migliaia di copie; è un meccanismo che ci ha fagocitato, raffreddato. Noi che scriviamo siamo un pianeta freddo, giusto per citare Piovene: siamo diventati il pianeta freddo della scrittura, un pianeta pieno di libri (alcuni meravigliosi, altri inutili, altri nocivi); la gente li compra e quindi dovrebbero essere tutti progressisti, razionali, capaci di distinguere la bugia dalla verità perché leggono, ma non è così. L’acquisto non è necessariamente l’inizio di una emozione. In Francia, dicevo, in dieci milioni hanno votato la Le Pen, in Italia ci sono alternative locali simili, ma anche gli altri, i cosiddetti moderati, si muovono nell’ipocrisia: “Gli immigrati sono troppi, poi rompono, rubano…” Non ci siamo distaccati da lì: c’è qualcosa che non funziona. Il problema non è il numero dei libri o dei giornali venduti, ma come leggono che cosa scriviamo, che cosa passa nella testa e nel cuore dei lettori quando arrivano all’ultima pagina del giornale o chiudono il libro: questo è il problema fondamentale che oggi devono porsi gli intellettuali (categoria della quale, per altro, non faccio parte).

G.: Comunque, il suo libro non solo non lascia indifferenti, ma nemmeno indenni. Nelle sue pagine, per esempio, si inciampa continuamente nella questione dei “limiti”, dei “confini” …

D.Q.: … Ma poi si superano, questi confini, perché io sono un viaggiatore. Quelli da evitare sono i confini tradizionali: io vado a cercare quelli che non esistono e spesso sono più complicati da superare di quelli amministrativamente corretti. In Siria, in Iraq, non c’è la guardiola di confine, nessuno chiede il passaporto, ma se scavalchi quei confini entri in un mondo dove non sai che cosa si può trovare, un mondo vuoto e pieno allo stesso tempo, che non conosci e può inghiottirti. Sì, è vero: frequento persone per cui il confine non esiste, cioè il migrante, che è il “negatore” del confine, colui che lo irride, lo scavalca. Questo è, in realtà, il mio mondo.

G.: Però i limiti che pone a se stesso sono molto severi: come quando, per esempio, trovandosi in una condizione estrema, si dice che per salvarsi potrebbe uccidere e si chiede se sia accettabile compiere un gesto così grave come togliere la vita a un altro uomo; o come quando, analogamente, si chiede se dall’altra parte ci siano degli assassini seriali o dei santi, perché fanno del male e uccidono un altro essere umano in virtù di un ideale (dilemma, questo, che appartiene a ogni cosiddetta “guerra di liberazione”). Allora, forse, il discrimine potrebbe essere “la crudeltà”? … Perché lei fa un ulteriore passo in avanti e parla di “compassione” o, magari, di “pietà”…

D.Q.: Provare pietà per l’altro è l’atto fondamentale dell’essere Uomo. Tendere la mano a chi è in difficoltà: è lì che scatta il passaggio in territorio etico, ma questo in mote parti del mondo ormai non è più possibile. Non si può provare pietà per un altro se si sta per essere uccisi: non è un’alternativa, è un optional, un lusso. Vuole suicidarsi? Allora abbia pietà dell’altro e morirà, perché lei è debole. Questo è quello che avviene nel nostro tempo. Noi immaginiamo di vivere in un mondo globalizzato, dove tutti parlano con tutti, dove c’è l’integrazione: … ma quale integrazione! Dove sta l’integrazione in questo nostro che è il mondo del rifiuto, che non solo nega l’altro come presenza fisica, ma nega anche la possibilità di dialogare con lui! E questo problema si allarga: sono sempre di più le parti del mondo dove non si può più mettere piede e anche da noi è così. Se tu sei l’altro, non ti fanno più entrare… Integrazione? Stiamo parlando di cose che non ci sono. Io vivo in un apparato giornalistico in cui le idee fondamentali sono: “Dobbiamo fare il giornale online, perché così anche chi sta al Polo Nord legge La Stampa”, ma intanto non esistono nemmeno più le edicole per comperare la copia di carta… C’è il ribadire in modo tambureggiante degli assiomi: l’Europa, il liberismo, il libero mercato, l’Occidente … Ma queste parole, oggi, che cosa vogliono dire? Decifriamole! Dove sta lOccidente? Dove sta? Io, Domenico Quirico, e Donald Trump siamo Occidente perché entrambi facciamo parte della famigliola, ma cosa abbiamo in comune? Assolutamente niente. Io ho più cose in comune col nomade somalo che conosco da cinquant’anni e i cui valori sono la terra, la vita, la morte, il dolore: quello per me è l’Occidente e lo si può trovare in altre parti del mondo, mentre all’interno del mio mondo tutto quello che significava Occidente non esiste più. Oggi l’Occidente è un mondo fatto di concorrenza, di valori puramente estetici e comunicativo-formali, l’apparire, il moltiplicare, la velocità … quella roba lì, che non è l’Occidente. Lo stesso vale per altri concetti che compaiono sui giornali, come l’assioma secondo cui l’Europa è un bene: ma… un momento, calma… Ogni volta che viene usata una parola bisognerebbe spiegarla: due punti, aperta parentesi e poi mettere il suo significato. Come democrazia, diritti, eccetera. I giornali sono fatti di parole-feticcio da mettere nei titoli: brodaglia presa qua e là… Bisogna interrogarci su come scrivere: forse il mio sarà un modo ottocentesco, ma quello del terzo millennio è peggiore! Secondo me, bisogna sperimentare sui giornali nuove forme di scrittura, che non sono mai state adottate perché non rientrano nei “Canoni”, con la “C” maiuscola: che so, la scrittura continua, per rendere la rapidità del mondo in cui viviamo, il carattere tumultuoso degli eventi cui abbiamo la fortuna, o la sfortuna, di assistere. Dobbiamo cominciare a discutere di tutto questo, ma non lo fa nessuno: i giornali sono la comunità più immobile, conservatrice e cinica del mondo moderno, composta da gente che lavora in modo burocratico, girando tutti i giorni la stessa ruota, fregandosene assolutamente di quello che racconta, cercando di risparmiare sui costi, sulla carta, sul tipografo, sul giornalista, e così via. E’ un mondo alla rovescia. Badi che però io non sono né un nostalgico, né un conservatore: non sono un bavoso che dice “Ai miei tempi si facevano giornali meravigliosi…”: trent’anni fa nei giornali c’erano degli idioti esattamente come oggi, tanto per parlarci chiaro. Mi piace la modernità e sono curioso (se no, non farei il giornalista): è che c’è un mondo amorfo, di cui spesso i principali protagonisti sono giovani che non vedono l’ora di immergersi nel carattere amorfo del nostro tempo, o  nuotare con grande gioia in mezzo ai luoghi comuni o ai pregiudizi.

G.: Quindi, secondo lei: siamo alla fine di un ciclo o all’inizio di un altro?

D.Q.: Il nuovo ciclo è già iniziato, perché due elementi storici fondamentali hanno già sventrato il mondo che avevamo prima: la nascita del totalitarismo islamico e l’immigrazione. L’immigrazione ci ha già cambiato: politicamente, moralmente, non siamo già più quelli di prima. Ci hanno letteralmente sconquassato, questi poveretti che parlano lingue incomprensibili e attraversano mari, monti, deserti, che possono essere buoni o essere cattivi, perché nella massa non sono tutti buoni o tutti cattivi: sono come noi, alcuni buoni, altri no. Hanno già fatto saltare dighe e muri, anche interni, confini, idee, progetti. E’ già un mondo nuovo e in tumulto, nelle nostre periferie, nelle stazioni, all’arrivo nei centri di raccolta: è già qui.

(nella foto: Giancarla con Domenico Quirico. Grazie a Daniela Pagani)

 

 

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