“Ognuno riconosce i suoi”: chiacchierata con Elena Rausa

Elena Rausa, “Ognuno riconosce i suoi”, Neri Pozza Editore

2018

Pagg: 304

€17

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Elena Rausa, “Ognuno riconosce i suoi”, Neri Pozza Editore

Se è vero – e certamente è vero – che ”, come canta De Gregori, “La Storia siamo noi, allora questo romanzo ne è ulteriore testimonianza: in “Ognuno riconosce i suoi” (Neri Pozza Editore) Elena Rausa racconta infatti del come il certosino e necessario lavoro di ricostruzione delle vicende di famiglia che, alla fine degli anni ’90, Caterina compie per il cugino Michele, sperso in un doloroso e inaccessibile coma, finisca con l’aderire perfettamente alla Storia italiana degli anni del terrorismo politico. Caterina ha tre anni quando nella sua famiglia arriva Michele, quattro mesi, figlio della sorella di suo padre, Anna, che, si scoprirà molto presto, si è data alla “lotta armata” e alla latitanza. I due bambini vivranno in un contatto così stretto che quando Caterina scoprirà che Michele non è suo fratello, ma suo cugino, ne resterà scossa e stupefatta: troppe cose, troppi ricordi, troppi affetti li legano e proprio questo Caterina vuole restituire a Michele, leggendogli ogni giorno in ospedale la storia della loro famiglia, che ricostruisce ignara e indifferente al fatto che lui possa sentirla o no. Anche per Caterina, del resto, quelli sono mesi cruciali: incinta di un amore forte ma (forse) finito, impegnata a terminare gli studi universitari e a crearsi una sua vita indipendente, Caterina ripercorrerà la Grande Storia italiana di venticinque anni di attentati, uccisioni di giovani di destra e di sinistra, rapimenti e stragi, a partire dalla fine degli anni ’60 quando l’Italia perse l’innocenza, scoprendo sempre più chiaramente quanto, appunto, “La Storia siamo noi”.

Aggiungo una postilla del tutto personale: credo sia verissimo che la Storia sia “maestra di vita” e quindi credo nella assoluta necessità di studiarla, che sia antica o moderna; credo anche, però, che chi la Storia recente ha vissuta quando ancora era cronaca, abbia il dovere di ricordarla e raccontarla ai più giovani, comunque la si pensi politicamente, intendo, perché, come canta De Gregori, “La Storia siamo noi: nessuno si senta escluso”. Anche le omissioni sono peccati gravi.

 

L’AUTORE

Elena Rausa è nata a Milano. Dopo la laurea in Lettere presso l’Università Cattolica di Milano, ha conseguito un dottorato di ricerca in Italianistica-Filologia umanistica. Oggi è docente di lettere al liceo scientifico. Con Neri Pozza nel 2014 ha pubblicato il romanzo Marta nella corrente. Ognuno riconosce i suoi è il suo secondo romanzo.

 

Ecco l’intervista a Elena Rausa, il cui sonoro potete trovare in alto, nella sezione audio di questa pagina.

Canzone consigliata: “La Storia siamo noi”, Francesco De Gregori.

 

Giancarla: Stiamo per occuparci di un libro che definisco denso e intenso: quando leggerete il romanzo “Ognuno riconosce i suoi”, di Elena Rausa, mi darete ragione.  Sono due aggettivi che non uso gratuitamente: denso, perché il libro racconta tanti fatti di Storia recente d’Italia e dunque è denso di eventi dell’Italia degli anni di piombo, del terrorismo, delle stragi; è anche molto intenso, perché qui si parla di affetti fondamentali, quelli di una famiglia unita e, al tempo stesso, distante, eppure non certo disgregata. Data l’ambientazione, possiamo considerare “Ognuno riconosce i suoi” un romanzo “storico”?

Elena Rausa: Secondo il modello di impatto “verità/finzione” sicuramente sì: c’è una storia privata collocata in un contesto reale. E’ un romanzo che indaga una possibilità, e la famiglia che racconta è una delle possibilità che si potevano verificare in quegli anni: accumula alcune esperienze che negli anni che descrivo, cioè quelli che vanno dalla metà degli anni ’60 fino ai primi anni ’90 (il momento in cui la storia viene raccontata dalla voce narrante) le esperienze di questa famiglia erano quelle che potevano interessare molte persone.

G.: Vorrei soffermarmi ancora sulla ricognizione storica. L’espressione è certamente cruda e forse non la si usa per una forma di pudore (o di ipocrisia), ma bisogna dire le cose come stanno: nel periodo considerato nel libro, in Italia si è combattuta una vera e propria guerra civile; all’inizio sono morti ragazzi di diciotto, vent’anni (come il libro stesso testimonia), appartenenti all’ultra-sinistra e all’ultra-destra, poi l’eversione contro lo Stato culminata, ma non terminata, con il sequestro Moro, e così via. Dal momento che lei comunque ci racconta una storia di fantasia, perché ha scelto di inserirla non solo in un contesto storico, ma in un contesto storico così delicato?

E.R.: La domanda è veramente particolare, perché io un interesse per quegli anni che hanno fatto parte della mia vita: io ho la stessa età di Caterina, la voce narrante della storia, e dunque Caterina ha vissuto i miei anni e, come me, li ha vissuti a Milano, una città che, con Genova, Torino, Roma, è stata fortemente colpita da eventi di rilevanza nazionale: forse chi viveva in una dimensione più periferica vedeva queste cose solo al telegiornale, però l’insicurezza cittadina si percepiva chiaramente. Io abitavo a Milano e ricordo che una volta, quando ero bambina, ci fu una sparatoria nella via che costeggiava il palazzo dove abitavo: in quel momento, io ero per strada. Quei fatti sono per la mia generazione qualcosa che per i bambini di oggi è paragonabile ad alcuni recenti attentati terroristici. Il giorno successivo all’attentato al Bataclan la maestra di mia figlia organizzava una lezione per  sondare che cosa i bambini ne avessero capito e provato: quando ero piccola io, succedevano eventi importanti che però non trovavano spazio nel racconto. Credo di avere avuto il desiderio di raccontare “da grande” la vicenda personale di questa famiglia e di affidare a chi narra il compito di fare le domande che, all’epoca dei fatti, non avevo chiare e che oggi vorrei fare: infatti, questo romanzo ha una voce, ma credo sia anche corale. Per accennare la trama, siamo fra il 1992 e il ’93 e Caterina vive una situazione molto particolare: il cugino, che ama moltissimo perché è stato quasi un fratello durante la sua infanzia, è in coma, collegato a delle macchine. Caterina decide di scrivere su un quaderno la storia della loro famiglia perché quella storia sarà “la strada per casa” del cugino, quando, al risveglio, Michele non saprà più chi sia. Così comincia la sua indagine, partendo da quello che non sa, cioè quello che è avvenuto prima della nascita sua e del quasi coetaneo cugino: ricostruisce la famiglia, i cui due rami negli anni ’60 raggiungono Milano dal sud e dall’est d’Italia, raccontando la partecipazione civile che ha coinvolto inizialmente i suoi genitori e il loro successivo passaggio ad una vita di più adulta responsabilità  e, contemporaneamente, anche quella più giovane degli zii, che invece viene completamente travolta dai tumulti degli anni ’70. Il cugino Michele è il figlio della sorella di suo padre, Anna, che, conquistata giovanissima dalla politica, precocemente passa alla clandestinità e partecipa alla lotta armata, con tutto ciò che ne consegue. E’ una famiglia di persone comuni in cui, però, la Storia ha un grande peso.

G.: …la Storia con la “S” maiuscola, che si intreccia con quella di Caterina e Michele. Caterina è alle prese con una gravidanza complicata dal complicato rapporto col padre del bambino (anzi, della bambina): mi sembra una immagine fortemente simbolica, non è casuale che Caterina sia incinta…

E.R.: No, non lo è. Dal punto di vista della costruzione narrativa ci sono due polarità: Michele fermo nel letto d’ospedale, che tiene Caterina ancorata al passato, e poi c’è una nuova vita che preme in direzione del futuro. Caterina è in un momento di impasse: la sua scrittura è anche all’insegna di un mutamento di pelle, di una trasformazione in atto, come se il futuro richiedesse un bagaglio leggero e quindi la piena rielaborazione di ciò che è stato. Caterina scrive sicuramente per Michele, ma scrive anche per se stessa: per andare avanti ha bisogno di sapere che cosa portare con sé e che cosa lasciare andare.

G:: … E il “lasciare andare” credo che sia forse una delle cose più difficili della vita, no?

E.R.: Sì, è così: c’è anche questo elemento (“il lasciare andare”: n.d.r.) di cui mi chiedono poco, ma che è una tematica importante del libro. Caterina diventa madre osservando, in questa ricerca, altre madri, cioè la sua e Anna, la madre di Michele, che ha fatto scelte radicali tanto da rinunciare alla maternità. Anna mette al mondo, ma non accudisce; al contrario, l’altra madre, quella di Caterina, è tutta mamma, una donna che si occupa delle persone che le sono affidate e fatica a “lasciarle andare”. Caterina è dunque una giovane donna che, nel mettere al mondo una vita, “prende le misure” di ciò che vuole essere.

G.: Il suo è anche un modo di guardare la genitorialità …da sotto a sopra: l’imperfezione dei nostri genitori è qualcosa che non perdoniamo.e, Essendo figli, non perdoniamo ai nostri genitori di essere, alla fine, uguali a noi: sbaglio?

E.R.: No, è assolutamente così, anche perché verso gli adulti che sono intorno a Caterina non è difficile nutrire una certa tenerezza, perché provano a vivere senza avere le istruzioni per riuscirci e fanno un sacco di errori, come è naturale, e sono sempre alla ricerca di una soluzione non facile da trovare, perché i tempi della generazione dei genitori di Caterina, nati alla fine degli anni ’40, sono rapidissimi e sono tempi in cui ha fatto capolino un aspetto nuovo nell’esistenza delle persone, cioè il diritto alla felicità, la possibilità di realizzarsi; se ci pensiamo, molte generazioni hanno pensato di vivere con quello che potevano, ma senza nemmeno l’idea di avere progetti da realizzare. Queste persone si guardano con tenerezza, perché nella vita vanno a tentoni, ma creano lo stesso le basi per alcune buone cose di oggi.

G.: Diciamo che, in questo caso, le buone intenzioni salvano i risultati: l’imperfezione qui è al massimo della sua espressione positiva…

E.R.: Alla fine, è così che va la vita: si impara anche dalle cose storte e, anzi, direi che la perfezione non è proprio un obiettivo.

G.: Sto per fare una domanda che non bisognerebbe mai fare. Io ho percepito una grande tenerezza nella descrizione del personaggio di Nicola: potrebbe essere il suo preferito?

E.R.: …Chissà… Nicola è lo zio di Caterina da parte di madre: è fragile e rappresenta l’altro modo in cui la generazione che è stata giovane negli anni ’70 si è persa, cioè la tossicodipendenza…Sì, io l’ho amato moltissimo: non so da dove sia uscito. Nicola è quello che fa fatica, perché porta in estrema purezza le ferite di quegli anni, è un idealista, è tenero. E’ anche la persona che riesce a stare più vicina a Caterina, che riesce a offrirle la possibilità di un ascolto sincero, che non cerca di guarire le ferite, ma, semplicemente “lascia che siano”…: questa è una forma di accudimento di cui abbiamo moltissimo bisogno.

G.: E’ appunto questo l’aspetto che mi intenerisce molto di Nicola, che pur essendosi chiuso nella gabbia della tossicodipendenza, dalla quale comunque cercherà di uscire, è invece del tutto aperto all’amore verso i più piccoli di lui, come a dire: “Non vorrei mai che succedesse a voi quello che sta succedendo a me”.

E.R.: E’ così: è come se Nicola avesse meno scorza degli altri, come se il suo problema e la sua virtù fossero delle difese deboli; attraverso di esse Nicola può farsi molto male, ma è anche capace di arrivare proprio lì dove gli altri stanno.

G.: …Perché, come diceva una vecchia canzone, più o meno in quegli anni, Nicola è “un’anima pura”.

E.R.: Sì …e non vorrei “spoilerare” troppo, ma ha la fortuna di trovare Daria, un personaggio fiabesco che amo molto: fiabesco, veramente, perché la vicenda di Nicola è un po’ una favola. Il modo in cui Nicola si salva non so se sia esperienza così reale, perché ci riesce ritrovando un contatto con la terra, con le cose semplici, in una specie di Eden lontano che sarà anche il luogo che culla tutta la famiglia nei momenti di difficoltà. L’evoluzione di Nicola è un percorso fiabesco, perché nel libro si racconta poco delle sue ricadute, delle sue fatiche, ma accanto a lui arriva una persona fiabesca fino in fondo: è un’artista che a sua volta ha alle spalle un dolore molto forte, ma che ha trasformato in un’arte particolare. Daria lavora la creta. Per lei mi sono ispirata ad una persona che conosco realmente e fa bellissime sculture: quando l’ho vista lavorare la creta mi è sembrato che i suoi gesti somigliassero a quelli di un fisioterapista, che il lavoro su quella creta fosse molto simile a un gesto di cura verso un corpo. Ho visto in Daria un elemento quasi angelico…Stiamo parlando di argomenti dei quali non parlo mai durante le interviste, perché il discorso va sempre sulla questione della lotta armata, e invece nel romanzo c’è un altro tema che mi è piaciuto moltissimo indagare, e cioè quello del “lasciare andare”. A un certo punto della mia scrittura, sono andata al Museo del Novecento di Milano e ho visto l’installazione di un’artista piemontese, Marzia Migliora: su di uno sfondo nero c’erano molte forbici bianche ed un oggetto simile ad una teiera; accanto, i versi di una poesia di Erri De Luca dedicata a sua madre, “Mamm’Emilia“: …sono sgusciato dalla tua pienezza senza lasciarti vuota perché il vuoto l’ho portato con me…”. Per me queste parole sono state una folgorazione: che la “pienezza” fosse tutta nel gesto di “lasciare andare” è stata una folgorazione. Daria, con il suo amore per Nicola e il modo in cui si occupa di Caterina e della sua famiglia testimonia l’amore gratuito, capace veramente di “lasciare andare”.

G.: In effetti, il tema del “lasciare andare” è chiaro in tutto il libro: in fin dei conti, Caterina ripercorre la sua storia e, attraverso quella, la storia italiana di venticinque difficili anni perché soltanto sapendo può liberarsi; il suo è un gesto d’amore per il cugino, ma lei stessa in questo modo può ritrovarsi e non può farlo essendo bloccata dalla zavorra del passato.

E.R.: Sì. Anche il tema “materno” è parte della trama, perché Caterina è incinta e ci sono altre madri nella storia, e la tematica che abbiamo appena affrontato è molto legata alla maternità che ha in sé il dualismo del dare la vita (quindi, dare al mondo) e l’accudire: se trasferiamo questa metafora ad altre cose della vita (ad esempio ad un progetto importante, che ha bisogno di accudimento ma anche che si faccia pace con l’imperfezione e lo si lasci andare), il rapporto stesso con la nostra storia può essere visto sotto questa luce. Tutto ha bisogno di accudimento, ma un eccesso di accudimento soffoca: il tema che mi interessava affrontare era anche questo, ma l’ho capito dopo, non l’ho progettato. Mi interessava quel periodo storico, l’ho studiato e volevo raccontarlo, ma per farlo dovevo necessariamente partire da un “vissuto” personale, perché non sono abbastanza intelligente e costante da occuparmene come studiosa: io ho un altro modo per comprendere le cose ed è quello della narrazione. Immaginiamo dal vissuto che ci appartiene, credo.

G.: Prima dell’intervista, mi ha detto di avere amato così tanto questo libro che non sa se potrà scriverne un altro: affermazione terrificante, speriamo proprio che non sia così. Ma perché?

E.R.: Perché si è trattato di un lavoro molto lungo: alla fine del 2014 usciva il mio precedente romanzo (Marta nella corrente, Neri Pozza Editore) e io già cominciavo a pensare a questo libro, a questi temi. C’è stato un periodo di ricerca ossessiva, in cui ho cercato di leggere tutto quello che potevo, ho visto il materiale filmico che la Rete offre in abbondanza, poi avuto incontri con molte persone, ho fatto interviste, tutte cose molto interessanti: in pratica, mi sono immersa da adulta in un mondo che avevo conosciuto dalla visuale di una bambina. Mentre il libro arrivava alla sua conclusione, è uscito per Il Saggiatore un capolavoro di civiltà e arte, cioè “Il libro dell’incontroVittime e responsabili della lotta armata a confronto”, di Guido Bertagna, Adolfo Ceretti e Claudia Mazzucato, che è il resoconto, in alcuni passaggi davvero poetico, di anni di incontri tra ex-terroristi e familiari delle vittime della lotta armata: secondo me, questo libro dovrebbe stare in tutte le famiglie ed essere letto a scuola perché spiega quanto, perché ci sia un futuro per tutti, sia difficile ma necessario il processo di riparazione. Io mi sono commossa all’idea che nel silenzio, lontani dai media e dalle volgari contrapposizioni che vediamo continuamente ovunque, ci fossero persone che tessevano e ricucivano, l’ho trovato bellissimo. Tutto questo ha fatto parte della scrittura di questo libro, che è anche una scrittura di addio: diciamo che in questo momento sento la pienezza del lasciare andare di cui parla De Luca, ma confido che prima o poi ritorni a trovarmi un po’ di quella inquietudine necessaria all’ispirazione.

G.: Tempo fa, ho intervistato il professor Giovanni Moro, figlio dello statista, e gli ho chiesto se oggi possiamo guardare a quegli anni così difficili con la giusta prospettiva storica, essendo cioè scientifici ed obiettivi, o se, anche per un fatto generazionale, li dobbiamo ancora considerare legati più alla “cronaca” che alla Storia: non mi ha risposto direttamente, ma il senso delle sue parole era: “Dovremmo riuscire a metterci nella prospettiva storica”. In un certo senso, è la morale della favola terribile di quegli anni: invece, quale potrebbe essere la morale di questa storia?

E.R.: Il titolo. “Ognuno riconosce i suoi” è un verso che ho rubato alla bellissima poesia di Eugenio Montale “Piccolo testamento”, una poesia insieme privata e politica: la scrive ad una donna che ha amato moltissimo e che perde di vista dopo che nel ’38 lei solca l’oceano per salvarsi dalle leggi razziali, ma la scrive all’inizio degli anni ’50, in piena Guerra Fredda. E’ privata e politica perché nel verso “ognuno riconosce i suoi” il Poeta si rivolge alla donna che ha molto amato scegliendo parole che chiunque sente proprie riguardo gli affetti della sua vita: riconoscersi significa pensare a se stessi e alle persone care come ad anime belle; ma sul piano politico “ognuno riconosce i suoi” e solo i suoi è un grosso problema. In quegli anni, ma con radici molto lontane, si sono create con molta evidenza opposte letture degli eventi, anche perché probabilmente la giustizia civile non le ha facilitate: non sappiamo tante cose e si è creata l’abitudine a pensare che anche dietro le cose che sappiamo ci sia molto altro che non è stato scoperto o sia stato secretato. Abbiamo ancora un rapporto molto complesso con quegli anni: auguro agli storici la possibilità di lavorare con tutto il materiale esistente, perché si ritrovi la serenità. Se devo dire la mia, credo che veramente il lavoro di cui parla Il libro dell’incontroVittime e responsabili della lotta armata a confronto sia fatto per tutti noi, che un grande aiuto ci arrivi da lì.

Giancarla Paladini

 

 

 

 

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