“Le rughe del sorriso”: chiacchierata con Carmine Abate

CARMINE ABATE, “LE RUGHE DEL SORRISO”, Mondadori (2018)

Pagg 264

€19,00

e-book € 9,99

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mai come di questi tempi, parlare di immigrazione e di accoglienza appare complesso, se non complicato: tuttavia è anche necessario farlo, comunque la si pensi, e per questa ragione vi propongo “Le rughe del sorriso” (Mondadori), il nuovo romanzo di Carmine Abate, che su questi argomenti – e molti altri – ragiona.

Partendo da un fatto realmente accaduto qualche anno fa e al quale ha assistito l’Autore (le violente proteste di alcuni cittadini romani per l’assegnazione di alloggi popolari ad extracomunitari), Carmine Abate sciorina un romanzo agile che ha il ritmo e la forma del giallo, ma che nei contenuti è un vero réportage nel quale i nomi di alcuni protagonisti, così come molti dei luoghi in cui la vicenda si snoda, sono di persone realmente esistite ed esistenti.

Che cosa è successo a Sahra, la bellissima donna somala, sparita improvvisamente da un centro di seconda accoglienza in Calabria, dove era arrivata con la cognata Faaduma e la nipotina Maryan? Si è allontanata di sua volontà? Sta nascondendosi da qualcuno? E perché? E’ davvero quello che sembra, cioè una ragazza serena dal sorriso affascinante, o nasconde un segreto che nessuno deve conoscere? Nel Centro di accoglienza e nel paese, Sahra non passa certo inosservata: raccoglie su di sé sguardi maliziosi, vogliosi, ostili, ma anche quello, decisamente innamorato, del suo insegnante di italiano Antonio Ceresa, che decide di saperne di più e, magari, di ritrovarla. Grazie al racconto di Faaduma, all’inizio frammentario e reticente, poi sempre più dettagliato, Antonio ricostruirà la storia misteriosa della donna e di suo fratello Hassan, geologo a sua volta scomparso senza lasciare traccia.

Non è certo la prima volta che Carmine Abate, calabrese di origine arbëresh (albanese), parla di migranti, di multiculturalità, di accoglienza: “migrante” egli stesso (dopo la laurea ha vissuto ad Amburgo, dove ha raggiunto il padre emigrato), la sua opera è da sempre attenta a queste tematiche così drammaticamente attuali. Tuttavia, come ci spiega lo stesso Autore, questo romanzo non vuole raccontare la cronaca, ma, proponendola sotto la specie del romanzo, desidera dare dignità letteraria ai suoi protagonisti perché non se ne perda memoria, chiunque essi siano e comunque la pensino.

 

L’AUTORE

Carmine Abate è nato nel 1954 a Carfizzi (Kr), un paese arbëresh della Calabria. Emigrato dopo la laurea ad Amburgo, oggi vive a Besenello, in Trentino. Come narratore ha esordito in Germania con Den Koffer und weg! (1984). Nel 1991 è uscito il suo primo romanzo, Il ballo tondo (Piccola biblioteca Oscar Mondadori, 2005); nel 1996 pubblica un libro di poesie, Terre di andata (Argo), seguito dai romanzi  La moto di Scanderbeg (Fazi, 1999), Tra due mari (Mondadori, 2002), La feste del ritorno (Mondadori, 2004), vincitore del “Premio Selezione Campiello“. Nel 2006 pubblica il romanzo Il mosaico del tempo grande (Mondadori, 2006), nel 2008 scrive il romanzo Gli anni veloci (Mondadori). Del 2010 il libro di racconti Vivere per addizione e altri viaggi (Piccola Biblioteca Oscar Mondadori).

Nel 2012 vince il premio Campiello con il romanzo La collina del vento (Mondadori); dello stesso anno Le stagioni di Hora (Mondadori), che comprende i tre romanzi  “Il ballo tondo“, “La moto di Scanderbeg” e “Il mosaico del tempo grande“. Nel 2013 pubblica Il bacio del Pane (Mondadori), nel 2015 La felicità dell’attesa (Mondadori), nel 2016 Il banchetto di nozze e altri sapori (Mondadori).

La sua opera più recente, Le rughe del sorriso (Mondadori, 2018), in poche settimane è giunta alla terza edizione.

Carmine Abate è uno degli Autori italiani più apprezzati anche all’estero: i suoi libri sono tradotti in Francia, Stati Uniti, Germania, Olanda, Grecia, Portogallo, Albania, Kosovo, Giappone e in arabo.

 

Ecco l’intervista a Carmine Abate, il cui sonoro trovate in alto, nella sezione audio di questa pagina.

Canzone consigliata: inevitabilmente, “Mio fratello che guardi il mondo”, Ivano Fossati.

 

Giancarla: La  mia prima domanda credo serva a far capire il clima del libro, il cui tema principale è quello dell’accoglienza: oggi parlare di questi argomenti è più difficile che in passato?

Carmine Abate: Sì, credo di sì: era meno difficile tre anni fa, quando ho cominciato a scrivere il romanzo e a frequentare i Centri di seconda accoglienza; (l’accoglienza: n.d.r.) era ritenuta un valore normale, di cui non si poteva fare a meno. Oggi è più difficile. Devo ammetterlo: è vero, ci sono stati molti scandali in Centri che hanno sfruttato la migrazione, ma in generale, e in quelli che ho visitato, i Centri sono necessari per dare una vita dignitosa a chi scappa da luoghi dove la dignità viene calpestata giornalmente. Ho parlato con molti migranti: anche al mio paese, in Calabria, c’è un Centro di seconda accoglienza. Questi Centri, distribuiti sul territorio nazionale e gestiti solitamente dai Comuni, accolgono piccoli numeri di stranieri e cercano per loro anche una forma di integrazione. Oggi, sui Centri di accoglienza e sui migranti che vi vengono ospitati esistono moltissime fake-news, la più famosa delle quali (che ho sentito poco tempo fa ripetuta anche da un ministro) è quella secondo cui i migranti percepiscono trenta euro al giorno: non è vero. Al mio paese ai migranti viene dato poco più di un euro e il resto della cifra resta nel paese stesso, perché serve per pagare i salari delle persone che vi lavorano (dieci giovani hanno trovato occupazione grazie all’accoglienza), il cibo e tutto quello che al Centro occorre. Comunque, nella mia attività di scrittore non ho mai inseguito la cronaca: se lo avessi fatto avrei scritto un romanzo per certi versi già “superato”. In effetti il romanzo non è così legato alla cronaca di tutti i giorni: é una storia con cui cerco di dare dignità letteraria ai migranti.

G.: Il libro si legge veramente d’un fiato, anche perché viene condotto come un giallo. Lei dice di non aver scritto di cronaca, ed è vero, però è anche vero che questo è un libro di inchiesta, sia pure travisata: si parla di fatti realmente accaduti, si riportano storie vere, nomi di persone e di luoghi esistenti ed esistiti. La scelta del ritmo incalzante del giallo è stata la via per catturare l’attenzione del lettore?

C.A.: Sicuramente: devo però dire che non è stata una scelta voluta. Quando comincio a scrivere un libro non so mai come procederà, non ne conosco nemmeno la scrittura: è la storia, con la sua struttura, che si impone. Parto sempre da un’immagine, che a volte mi insegue per anni, mi ossessiona: è qualcosa che ho visto e fotografato con i miei occhi. In questo caso, una folla inferocita, tre o quattro anni fa, a Roma: era furiosa contro un gruppo di famiglie, probabilmente africane, per fortuna protette da un cordone di poliziotti. La loro colpa era di avere avuto assegnate delle case popolari in quel rione della periferia romana: l’immagine che mi ha colpito è stata quella di una ragazza (che nel libro è diventata Sahra e che somigliava a una giovane del Centro di seconda accoglienza del mio paese), che alla ferocia della gente reagiva con un sorriso. Non era un sorriso di sfida o ironico: no, era una specie di richiesta di comprensione, se non addirittura – come scrivo nel libro – una preghiera. Sono partito da questa immagine e mi sono accorto che attorno agli occhi e alle labbra di questa ragazza c’era una tramatura di rughe sottilissime: lì è “uscito” lo scrittore che è in me e mi sono immediatamente detto: “Chissà che segreti, che dolori, che sofferenze si trovano dentro queste “rughe del sorriso”… Così è nata l’indagine per scoprire i segreti e la storia di questa ragazza, indagine condotta da un giovane amorato: amorato è una parola, sintesi fra “amore” e “innamoramento”, che ho sentito realmente da un immigrato durante i miei giri nei Centri di accoglienza nei luoghi emblematici della migrazione in Italia (Riace, Rosarno, Lampedusa).  A questo giovane amorato, Antonio, insegnante di italiano di Sahra, dicono che lei è sparita e lui va a cercarla: cercandola, cerca di carpirne la storia e i segreti. Naturalmente per riuscirci ha bisogno di tante altre voci e testimonianze e quindi il romanzo diventa corale … A posteriori mi chiedo: è possibile affrontare un tema tanto complesso, in un momento tanto complesso, senza la coralità, senza dare voce prima di tutto a chi non ne ha (non sentiamo mai le voci di chi viene da fuori), ma anche a chi sul tema della migrazione la pensa diversamente da me o da altri personaggi del libro? Per evitare che il romanzo diventasse troppo buonista c’era bisogno della coralità anche nella ricostruzione dei fatti realmente successi, come quelli di Rosarno del 2011, quando avvenne uno scontro feroce fra i migranti e la popolazione locale. L’unica strada è raccontare la verità (se c’è una verità in questi fatti), dando voce sia ai migranti sia alla popolazione, per sentire anche le sue ragioni. E’ vero: il romanzo procede come un’indagine che ognuno vuol sapere come va a finire, esattamente come lo volevo sapere io mentre scrivevo. Lo dico da sempre e lo penso tuttora: se lo scrittore sa già che cosa succede nell’ultima pagina, che gusto ci prova a scrivere? Io stesso mi devo appassionare alla storia, devo aspettarmi situazioni che mi sorprendano: se non mi sorprendo io, se dalla storia non mi sento incalzato io, perché dovrebbe esserlo il lettore? Credo davvero che in ogni libro ci sia un punto in cui il lettore diventa quasi l’autore del libro stesso: forse non all’inizio, ma a un certo punto sia il lettore, sia lo scrittore obbediscono alle esigenze e alla volontà dei personaggi. Il finale del libro mi ha sorpreso tantissimo: io, lo scrittore Carmine Abate, forse l’avrei concluso diversamente, ma i personaggi mi hanno portato a quella conclusione. In questo sta la bellezza, la magia della scrittura, della letteratura…

G.: Lei ha detto, molto giustamente, che nel libro viene data voce a tutte le voci: per questo c’è anche la figura della madre di Antonio, che rappresenta chi – teoricamente, per avere vissuto la fatica dell’emigrazione, la discriminazione, magari anche il disprezzo – non dovrebbe essere razzista e, in effetti, dice di non esserlo; eppure questa donna si ribella all’amore di Antonio e, addirittura, se la prende anche con i bambini. Sono cose che succedono davvero: che interpretazione ne dà?

C.A.: Non è solo la madre di Antonio ad avere questo atteggiamento. Lei ne è toccata personalmente e questo è il punto: se ragioniamo in termini astratti ci dividiamo fra buonisti e cattivisti, ma se realmente conosciamo una certa situazione e persone in carne e ossa, o ragioniamo da persone profonde, o, ragionando sulla base di pregiudizi e luoghi comuni che ci vengono propinati quotidianamente, non riusciamo ad inquadrare bene il problema. La madre di Antonio ragiona come molti del paese di Spillace: soprattutto, come lei ragionano molti emigranti rientrati che dicono al giovane professore: “Io non sono razzista, ma non capisco perchè dobbiamo accoglierli proprio noi, che abbiamo dovuto emigrare e abbiamo lavorato per decenni all’estero.” La mia interpretazione? Io credo che i migranti di oggi (non solo i nìvuri, gli africani, ma anche quelli che hanno iniziato ad arrivare in Italia negli anni ’90 anche dall’Europa dell’Est) ci ricordano troppo chi noi eravamo fino all’altro ieri, o, per certi versi, siamo ancora oggi (perché ancora oggi si continua a partire dal Sud e da tante altre regioni italiane) e noi, invece, vorremmo dimenticarcene; ci ricordano troppo la nostra povertà di una volta, ci ricordano che anche noi siamo stati costretti a partire. Lascerei lì il paragone, ma la costrizione della partenza ci accomuna: anche noi siamo stati costretti a partire. Nonno Carmine è stato un ‘mericano: un mio romanzo precedente (“La felicità dell’attesa”: n.d.r.) partiva proprio da nonno Carmine e dal 1903, quando ha raggiunto la Merica bona, e proseguiva con mio padre e poi con me. Adesso i migranti vengono da Paesi in guerra, scappano dalla fame più nera che, se restassero, equivarrebbe alla morte. E’ una costrizione che, come mi hanno raccontato mille volte e come succede ai protagonisti del libro, devono affrontare e così affrontano il deserto, le carceri libiche, il Mediterraneo: se restassero nella loro terra – dove resterebbero molto volentieri – sarebbero quasi sicuramente oggetto di violenza e rischierebbero la morte molto di più di quelli che affrontano il viaggio.

G.: Nel libro lei racconta la Somalia dal punto di vista dei Somali che vogliono affrancarsi, racconta di concreta solidarietà “bianca” che incontra la voglia di riscatto della popolazione “nera”, affronta il problema dell’emancipazione femminile, dell’infibulazione, della religione, della violenza in suo nome… Insomma: gli argomenti sono davvero molti. Lei, mi diceva, ha scritto questo libro perché lo leggano i giovani: sta già trovando dei riscontri?

C.A.: Sì. Naturalmente, da ex insegnante (ho insegnato per più di trentacinque anni) vorrei che il romanzo venisse letto nelle scuole, perché i ragazzi hanno meno pregiudizi degli adulti ma conoscono meno storie e con una storia come questa aprirebbero gli occhi su questi temi: al momento lo stanno adottando in tante scuole, e non solo in Calabria. Ho già incontrato due scuole e ne incontrerò altre in gennaio: i ragazzi hanno letto il romanzo come un giallo, ma erano anche pieni di curiosità soprattutto per il villaggio da cui sono partiti i miei personaggi, un villaggio reale, un villaggio di orfani che si chiama Ayuub, fondato nel 1992; volevano sapere di più anche dei suoi fondatori Maana Suldan, figlia di un sultano somalo e quindi somala e musulmana, e Aderelio, che nella realtà ha un altro nome ed è un geologo e religioso cattolico (Elio Sommavilla: n.d.r.). Maana e Aderelio sembrerebbero due opposti, ma superano i pregiudizi reciproci e lavorano benissimo insieme: anzi, devono lavorare insieme per risolvere i problemi. Addirittura,devono salvare centinaia di vite umane: orfani che scappano dalla ferocia della guerra civile, mentre i genitori sono stati ammazzati. Maana Suldaan e Aderelio, anziché mandare in un orfanotrofio i bambini che vagano senza sapere dove andare, hanno fondato un villaggio. Fondare: questa parola per me che sono di origine arbëresh, è bellissima; il mio paese è stato fondato – appunto – alla fine del ‘400 dai profughi che scappavano dalla guerra e dalla dominazione ottomana. Fondare, costruire: Maana Suldaan e Aderelio sono stati capaci di costruire, di fondare dal nulla, su un pezzo di deserto vicino al mare, un villaggio diventato simbolo di integrazione e pace. … E di accoglienza: oggi, infatti, accoglie orfani che vengono da altre parti della Somalia. Insomma, come diceva Maana Suldaan (che ho incontrato nella mia scuola) bisogna fare qualcosa, non possiamo starcene con le mani in mano. Uno scrittore deve raccontare queste storie.

 

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