La Torta di Compleanno (Questa è una storia vera)

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LA TORTA DI COMPLEANNO

Questa è una storia vera: me l’ha raccontata un’amica per dimostrarmi che esiste ancora la brava gente.

Leggetela se anche voi, come me, da anni avete a che fare soprattutto con gente arida, egoista, disonesta e pensate che tutta l’Umanità sia così.

 

Il suo fornaio, Giulio (il nome è di fantasia), era molto bravo: la donna lo aveva scoperto alcuni anni prima, quando, per caso, era entrata nel suo negozio attratta dal profumo irresistibile del pane appena sfornato. Il bancone era lungo e stracolmo di pani, pizze e grissini di ogni tipo, che veniva l’acquolina solo a guardarli; biscotti, brioches, torte secche e di pasticceria, sul lato opposto, non erano da meno. In poco tempo quella era diventata la forneria più apprezzata della zona, sempre piena di clienti affezionati, tanto che, per evitare discussioni, Giulio aveva comprato il distributore di numeri e si veniva serviti a chiamata.

Anche il personale era via via aumentato, ma ugualmente lui era sempre lì, con gli orari pazzeschi che il suo mestiere esige e, in più, le richieste pressanti dei clienti sempre in aumento che lo avevano costretto ad allargare l’orario di apertura. Gli affari andavano benone, ma Giulio non lavorava per avidità: certo, non vedeva l’ora di estinguere il prestito che aveva dovuto chiedere per avviare l’attività, ma quello che più di tutto lo spingeva ogni giorno a svegliarsi all’alba e a rincasare la sera tardi era l’amore per il suo lavoro; era un perfezionista, e più la gente dimostrava di gradire i suoi prodotti, più lui si ingegnava a crearne di nuovi e migliori. Per questo, appena poteva, scambiava due chiacchiere con i clienti e spesso, se la ressa era molta, usciva dal laboratorio per sistemare il bancone come gli sembrava meglio, valorizzando le sue creazioni.

Quel giorno la donna si disse fortunata, perché in attesa davanti a lei, stranamente, c’erano solo due persone: una ragazzotta convinta di essere bella e alla moda – e invece non la si poteva guardare – e un signore alto alto che, in materia di eleganza, dava alla ragazza mille punti di distacco. Niente di speciale: giacca blu, camicia a quadretti azzurrini, jeans, ma quel suo semplice vestire stile anni ’70 era sintomo di grande classe; paragonando l’una all’altro, la donna pensò che la sua teoria sulla rapida degenerazione della specie umana non era poi così campata in aria.

Le commesse chiamarono il numero e prima che la ragazza potesse parlare fu l’uomo a dire, allegramente: “Eccomi: sono venuto a ritirare la mia torta!”. “No, signor Giacomo (anche questo è un nome di fantasia), tocca alla signora, non a lei”. L’uomo fece un passo indietro con la maggiore agilità che poteva e, rivolgendosi alla ragazzotta che lo stava guardando torvamente, disse: “Ah, signorina, mi scusi tanto! Ero convinto che toccasse a me ma, cosa vuole, alla mia età si rimbambisce. Prego, prego, e mi scusi ancora”. La ragazzotta non parlò, limitandosi a guardarlo acida con la coda dell’occhio e l’espressione di chi pensa: “Sì, vabbè, ci hai provato: fai il rimbambito per cavartela, ma io mica sono scema…”. La donna pensò che se non fosse intervenuta la commessa, la ragazzotta avrebbe anche potuto scatenare la rissa, per quella precedenza saltata.

Giulio, intanto, sistemava le brioches: alzò lo sguardo, osservò la scena e salutò cordialmente il cliente che, incurante del sussiego della ragazzotta e rivolgendosi alla commessa, continuò: “Del resto, un po’ di rimbambimento oggi mi deve essere concesso: è il mio compleanno e di anni ne compio tantissimi”. La donna lo guardò: le faceva simpatia questo signore, che ai suoi tempi doveva essere stato un tipo interessante; aveva i capelli sale e pepe dal bel taglio non troppo corto, appoggiati in onde morbide, il fisico asciutto, i modi educati. “Un compleanno importante? Settant’anni – si disse la donna – ma solo perché  cammina con il busto leggermente inclinato in avanti: altrimenti direi di meno”. “Ottanta!”, esclamò lui, come a rispondere alla domanda che tutti, nella forneria, si erano appena fatti. “Ottanta?! Complimenti!” pensò la donna che, con suo massimo orrore, si rese subito conto di avere pensato a voce alta. “Eh, complimenti… Lo dice lei: io, questi anni qui, me li sento addosso tutti, uno a uno…”. Il signore si era rivolto alla donna sorridendole e scuotendo appena la testa.

Imbarazzo raggelante della donna che per la sua indelicatezza avrebbe voluto sparire, magari inghiottita da una di quelle magnifiche e spumose meringhe davanti a lei.

A salvare la situazione arrivò Giulio, che mostrò al signor Giacomo la sua torta. “Bellissima! Ho fatto bene a fidarmi di te: e se è buona la metà di come è bella…!”. In effetti, era un magnifico dolce al cioccolato, decorato con ciuffi di panna e frutti di bosco: Giulio se la cavava bene anche come pasticciere, niente da dire. La ragazzotta, nel frattempo, era uscita senza salutare nessuno, non la commessa né, tanto meno, il signor Giacomo, che pure le aveva fatto un cenno con il capo e aveva mormorato “Buonasera”. “Brutta e pure maleducata – pensò cupa la donna, sempre più convinta che l’umanità fosse in piena regressione – Ti ha chiesto scusa, ti ha salutato, ha ottant’anni e oggi è pure il suo compleanno: lo ignori perché è vecchio, ma vedrai che bello quando sarai vecchia tu e ti tratteranno come hai fatto con lui, anzi: peggio!”, e sghignazzò fra sé e sé, pregustando con sottile sadismo quella giusta nemesi. Una rapida occhiata in giro le suggerì che tutti i clienti avevano fatto il suo stesso pensiero: anche la commessa, che era diventata rossa rossa e però non poteva commentare. “Sarà mortificato, poverino”, si erano dette con gli occhi.

Per fortuna, in quel momento Giulio uscì dal laboratorio con la torta perfettamente confezionata: “La tenga in frigorifero e poi la tiri fuori mezz’ora prima di mangiarla, quando sta finendo la cena”. “Ah, no, guarda: se lo sa il mio medico mi ammazza lui prima che lo faccia il diabete, ma questa torta è la mia cena”. Giulio lo guardò serio, decisamente preoccupato. “Ma no, tranquillo, scherzo… Stasera vengono i miei nipoti: la mangerò con loro. Quanto devo?”: La commessa stava per rispondere, ma Giulio fu più svelto: “Niente”. “Prego?”. “Niente”. “Come niente?”. “Niente, ho detto”. Giulio era un tipo burbero e di poche parole, ma in quel momento sorrideva. “E’ il suo compleanno, no? Quindi questo è il mio regalo: auguri!”. E prima che l’esterrefatto signor Giacomo potesse replicare (e soprattutto ringraziarlo, la cosa che temeva di più), Giulio sparì nel laboratorio, ripetendo a voce alta: “Mezz’ora prima di mangiarla la tiri fuori dal frigo, mi raccomando!”.

Ecco fatto: il signor Giacomo era stato risarcito della maleducazione della ragazzotta e la donna pensò che il suo era veramente il fornaio migliore del mondo.

Questa è una storia vera, lo giuro.

Lo so, qualcuno storcerà il naso e già mi pare di sentirli: “Troppo sdolcinata, grondante melassa da tutti i lati”.

No, amici, non melassa, semmai glassa: al cioccolato, per la precisione.

E del resto, questa è la storia vera di una torta di compleanno: se non può essere dolce lei…

Giancarla Paladini

 

(nella foto: “Torta mousse cioccolato e frutti di bosco”, http://blog.giallozafferano.it)

 

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