Cronaca semiseria di una cronista a “Tempo di Libri” 2017

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A bocce ferme, ecco il resoconto della mia giornata a “Tempo di Libri” 2017: mettetevi comodi, di roba ce n’è.

“Con mio grande rammarico, posso dedicare solo la giornata di sabato 22  a “Tempo di libri” di Milano, la “Fiera dell’editoria italiana” (così si presenta a pubblico e stampa) di scena a Rho dal 19 al 23 aprile, che qualcuno ha definito “l’anti-Salone del libro di Torino”: mi dispiaccio non solo perché, vivendole da anni in prima linea, so quanto rassegne come questa mi regalino in termini di crescita personale, culturale e professionale, ma anche perché sono spinta dalla fortissima curiosità di vedere che cosa di alternativo a Torino siano riusciti a organizzare i Grandi Transfughi Milanesi.

Per fortuna avevo alcuni “agenti segreti”, che dal giorno dell’inaugurazione mi hanno quotidianamente informata sull’andamento dei lavori: le notizie, per la verità, erano abbastanza sconfortanti e parlavano di scarsa affluenza di pubblico, tanto scarsa che alcuni incontri erano andati deserti e altri erano stati addirittura sospesi.

Quindi mi avvio verso “Tempo di libri” speranzosa (anzi: certa) che la giornata di sabato sarà cruciale per verificare l’appeal della Fiera sul popolo di lettori, milanesi e non. Non sapendo a che ora me ne andrò via (dipenderà dagli incontri che farò e dalle proposte della Fiera) arrivo in automobile: sia pure poco felice di dover spendere 17 euro per il parcheggio giornaliero, sono però contenta di vedere che già alle 9.30, cioè mezz’ora prima dell’apertura, una bella folla di visitatori si è messa in coda.

Mi avvio verso gli ingressi, convinta che ce ne sia uno riservato per la stampa, giusto per agevolare chi è lì per lavoro. Invece…

“Non c’è un ingresso dedicato e comunque non si può entrare prima delle 10”, mi dice con tono ultimativo e poco cordiale un addetto ai tornelli, che mi rispedisce in fondo alla fila.

“Benissimo: come inizio, niente male”, borbotto contrariata. Odio fare i paragoni con Torino, perché non è con spirito demolitivo nei confronti di Milano che sono arrivata, ma non posso non pensare che, invece e molto giustamente, al Lingotto ci siano ingressi specifici per stampa e addetti ai lavori. 1 a 0 per Torino? “Aspetta -mi dico- in fin dei conti fra dieci minuti sarai dentro”. “Sì: però se avessi avuto una intervista a inizio giornata, dovendo entrare con il pubblico sarei stata costretta a correre come una matta per non perdere altro tempo”, mi suggerisco pure.

Comunque i tornelli si aprono, la folla sciama velocemente all’interno e io chiedo a un addetto (un altro: il malmostoso di prima nel frattempo l’ho mentalmente mandato a quel paese) dove si trovi la sala stampa, che da piantina sembra assai lontana dall’ingresso: sul lato opposto, per la precisione; ancora mio malgrado, penso che a Torino, invece, si trova proprio lì, a un passo da dove si entra, comodissima per ritirare la cartella stampa e organizzarsi senza spreco di tempo (che, specie in queste occasioni, è preziosissimo).

Dentro, la prima impressione è disorientante: sembra di trovarsi al Lingotto. Voglio dire: una fiera del libro è una fiera del libro e uno stand è pur sempre uno stand e non si può pretendere quello che non esiste, ma qui davvero tutto somiglia tanto – forse “troppo” – a Torino. Niente di male, intendo, ma è strano, questo sì.

Mi incammino con passo veloce, anche perché voglio seguire la presentazione del libro di Marco Malvaldi “Le due teste del tiranno” (Rizzoli), in cui lo scrittore toscano dei “vecchietti del Bar Lume”, chimico ed ex ricercatore dell’Università di Pisa, prova a dimostrare il potere salvifico della matematica contro chi vuole sottrarci la libertà. Incontro imperdibile, ma sono già le 10.20 e ho solo dieci minuti prima che cominci: a Torino gli incontri con Malvaldi si scontavano con mezz’ore di attesa e io ho paura di restare fuori (mannaggia: ancora Torino…).

Per fortuna l’incontro si terrà proprio dietro la sala stampa e infatti, mentre sto per entrarvi, ecco Marco, che arriva con sua moglie  e l’addetta stampa di Rizzoli. Ci salutiamo cordialmente e gli dico, ridendo: “Ora vengo ad ascoltarti: meno male che la sala stampa è qui, perché per arrivarci ho dovuto fare chilometri, uffa…”. E raggelo: nascosta da Malvaldi, che è alto, c’è una giovane signora piccola, magra e scattante, che molto probabilmente ha sentito le mie parole. E’ Chiara Valerio, direttore della Fiera.

Non male, come esordio, commettere una gaffe spaziale con la “padrona di casa”: per fortuna il mio tono era scherzoso e io abitualmente non dico parolacce… Comunque, lei mi fa un cenno di saluto, sorridendo: o non mi ha sentito, o è una persona carina. Entrambe le ipotesi mi piacciono, perciò procedo verso la tanto agognata sala stampa: accoglienza cortesissima fuori e altrettanto all’interno, dove camerieri in divisa bianca servono a getto continuo caffè, bevande varie, ciambelle e biscotteria assortita. Mi faccio un buon un caffè: mi serve proprio e me lo gusto comodamente seduta al tavolino. A Torino, a parte il caffè della macchinetta servito in un bicchierino di carta con spatolina in plastica per lo zucchero e bottigliette di acqua, non ci sono altri generi di conforto: qui invece c’è la macchina da bar e il caffè viene offerto nella regolamentare tazzina di porcellana bianca con cucchiaino in acciaio, accompagnato da un dolcino.

A questo punto, miei venticinque lettori, vi e mi starete chiedendo: “Ma che c’entra questo con la Fiera?”… Oh, miei carissimi e (come direbbe Carlo Verdone) ingenuissimi lettori, ma placare i capricci e la atavica fame di alcuni colleghi è fondamentale per predisporne critiche miti! Per carità: offrire conforto a chi sta lavorando per far circolare notizie è un pensiero intelligente, oltre che gentile, ma credetemi se vi dico che lavorando in un ufficio stampa (ebbene sì: ho fatto anche questo, nella vita, e con piacere) ho conosciuto colleghi/e che quasi sembravano notare, e particolarmente apprezzare, questi aspetti dell’organizzazione prima e più che altri. E poi l’ho precisato: questa mia è una cronaca semi- seria; se cercate resoconti seriosi (e spocchiosi), non li troverete qui. Tant’è.

Rilevo che dietro il lounge c’è un ampio spazio attrezzato per i giornalisti che, fra un caffè e l’altro, stanno lavorando seriamente. Ottimo.

La pausa-caffè è stata salutare ma necessariamente breve: ho mille cose da fare, la prima delle quali entrare nella sala attigua per ascoltare Malvaldi, intervistato da Chiara Valerio. La sala, di medie dimensioni, è piena ma non stracolma: strano per un autore come Malvaldi, sempre seguitissimo. Però, per dovere di cronaca, aggiungo che in contemporanea ci sono gli altri importanti incontri, come quello con Licia Troisi, amatissima regina italiana del fantasy. Trovo agevolmente posto, ascolto con grande piacere i brillantissimi ragionamenti di Malvaldi puntellati dagli esuberanti interventi di Chiara Valerio, che hanno il solo torto di sottrarre troppo tempo all’ospite: perché, e questa è una costante anche a Torino, il programma è così fitto che gli incontri hanno una durata tassativa di cinquanta minuti, che sembrano tanti ma, se gli ospiti e l’argomento sono interessanti, volano in un amen. Chiusura un po’ affrettata, saluti e via, verso le altre proposte della fiera, che sono, appunto, tantissime.

Io, però, ho un vizio: a meno che non ci siano proposte “ufficiali” davvero più che uniche, preferisco spulciare liberamente il programma e gli stand, perché solo così porto a casa un bottino di interessanti esperienze e scoperte e, magari, ritrovo degli amici, come i “poliziotti-scrittori” che ho conosciuto molti anni fa. Si tratta di un gruppo di agenti e graduati di polizia con l’hobby della scrittura: scrivono, come Maurizio Lorenzi, gialli ispirati alle loro esperienze professionali, ma c’è anche chi, come Marco Turchetto, ex seconda linea di Benetton Treviso, Fiamme Oro e altri team, è approdato alla scrittura per parlare del rugby, la sua grande passione. Hanno molto da fare, allo stand della polizia: ospiti, visitatori e anche servizio d’ordine per la visita della Presidente della Camera Laura Boldrini. Una bella rimpatriata fra le molte altre, come quella con Fabio Genovesi, nel 2015 vincitore dello “Strega Giovani” con “Chi manda le onde” (Mondadori) e a settembre in libreria con il suo nuovo libro, e Marco Balzano, premio Campiello 2015 con il toccante “Ultimo arrivato” (Sellerio) e a sua volta impegnato nella scrittura del prossimo romanzo: bella gente, oltre che Autori di tutto rispetto, che mi piace leggere e, nel mio piccolo, far leggere.

Ci avviamo a metà della giornata: la gente arriva, gli stand cominciano a riempirsi, ma – siamo onesti- non c’è la ressa che fin dalle prime ore del primo giorno di apertura si registra a Torino (almeno così è stato negli anni passati: vedremo a maggio che cosa succederà): oggi è sabato, sono quasi le tredici e nei due padiglioni allestiti per la kermesse si passeggia comodamente.

A proposito di comodità, “Tempo di libri” rispetto a Torino offre molte più comode sedute agli esausti visitatori (anche se non moltissime): infatti ci si stanca, a queste manifestazioni, si cammina molto e a piccoli passi e, specie se si comprano libri, la schiena prima o poi si fa sentire; scarpe comode, quindi, e per i pesanti acquisti meglio munirsi di zaini, preferibili ai trolley, che diventano di intralcio in caso di folla.

Al momento, lo stand più affollato è quello del “Libraccio”, che propone anche una interessante raccolta di libri “introvabili”, per collezionisti: ci si muove a fatica fra gli stretti corridoi e i commessi, efficienti e gentili, fanno fatica a tenere in ordine gli scaffali. Il popolo dei lettori di libri a metà prezzo è implacabile e avanza come uno stuolo di cavallette, facendo il vuoto dietro di sé; è metodico e scorre velocemente con lo sguardo i nomi degli Autori, i titoli disponibili, le edizioni, lo stato dei volumi e il loro prezzo: quindi agisce con ratto fulmineo e sicuro, accaparrandosi le prede più ghiotte. Chi scrive ha dovuto sostenere una battaglia strategica con una bionda e spietata guerriera che, avendo adocchiato, come me, una serie di quattro libri di P.D.James, non ha fatto il mio educato e ingenuo errore di ragionarne l’acquisto senza appropriarsi materialmente dei libri, ma li ha presi in mano, li ha soppesati, sfogliati, valutati. Come è finita? In pareggio: la guerriera ha fatto lo sbaglio di ripensarci e ha lasciato un paio di volumi, che io ho afferrato al volo. Due lei, due io: non vi dico lo sguardo di odio che mi ha rivolto… Brrr, che paura…

“Paura?” Beh, nell’attesa di tenere la sua lectio magistralis, fra gli stand gira il sempre gentilissimo Carlo Lucarelli, pronto a rispondere al saluto della gente. Divertente un commento colto al volo: “Ma quello lì non è “Paura?”, con gesto abbinato. Scempi della televisione: Carlo Lucarelli, come mi confermò direttamente durante la mia intervista di qualche anno fa, non ha mai pronunciato la famigerata domanda, che è invece un tormentone inventato da Fabio De Luigi nella sua imitazione televisiva dello scrittore emiliano; però, aggiungo io, quella volta Lucarelli la pronunciò, sorridendo, “pro bono” mio. Un signore, vi dicevo, intelligente e di conseguenza spiritoso: e pazienza se la Gialappa’s batte la letteratura uno a zero…

Rilevo poi la massiccia presenza dell’editoria cattolica che – mi chiedo – forse preferisce Milano a Torino? O è solo una questione di comodità “logistica”?

Buona, ma nulla più, l’affluenza del pubblico allo stand della Rai, al quale mi avvicino solo quando sento una voce femminile calda e sicura: è quella di Angela Baraldi, artista vera e tutto tondo, troppo poco conosciuta dal grande pubblico, tanto che c’è meno gente a sentire il suo concerto di quella che  assiste con curiosità alla registrazione del immancabilmente fresco di phon e parrucchiera Gigi Marzullo. Per dire.

Altro stand affollato quello di Bonelli Editore: “Tex Willer”, “Dylan Dog” “Martin Mistére” esercitano un fascino sempiterno e generazionalmente trasversale, non c’è niente da fare. Folla anche da Newton-Compton, Giunti, Mondadori e Rizzoli: folla, ma non ressa.

Nel momento in cui scrivo non dispongo ancora dei dati di vendita presso i singoli stand (ammesso che vengano mai diffusi) ma, vista la scarsa affluenza generale, immagino non siano stati esaltanti.

Bene: è arrivato il momento di ragionare seriamente.

“Tempo di libri” chiude la sua prima edizione con settantamila ingressi, ovvero circa diecimila in meno rispetto alla bigliettazione auspicata alla vigilia, e molti e molti meno di quelli conteggiati lo scorso anno al Lingotto (dove 25.000 erano stati i soli visitatori “giovani”).

Eppure qui di scena erano i Grandi Editori, con uno spiegamento di forze non indifferente e molti ospiti prestigiosi: “2000 autori, 1000 incontri, 35mila metri quadrati espositivi”, recitava lo strillo della Fiera.

Già: gli “spazi espositivi”. Per qualcuno, scegliere la Fiera di Rho è stato un errore: troppo grande, troppo fuori dalla città, tropo costoso arrivarci in macchina (17 euro il parcheggio giornaliero) e costoso e faticoso arrivare con treni e mezzi pubblici. Il paragone con il “Lingotto” di Torino segna un punto a favore di quest’ultimo, che si trova in piena città.

Anche la scelta di chiudere i lavori alle 19.30 a molti è apparsa inopportuna: gran parte del “target” di rassegne come questa lavora e durante la settimana non riesce certo ad arrivare in tempo pagando, per altro, il biglietto intero; da qui la saggia decisione di offrire un biglietto scontato del 50% per gli ingressi dopo le 16.00, sulla falsariga della analoga iniziativa torinese.

“Potevano pensarci prima”, hanno commentato i soliti disfattisti. “E poi – continuano – il periodo è sbagliato: il “ponte” del 25 aprile, sia pure in tempi magri come questi, da sempre invoglia alle gite fuori porta”: questa spiegazione, come saprete, è stata accettata anche dal Sindaco di Milano, Beppe Sala. Rumors (che non ho potuto verificare, per cui ve li passo con enorme beneficio di inventario) sostengono che, data per certa la presunta la volontà degli organizzatori di allestire la Fiera prima del Salone di Torino (che sarà aperto da giovedì 18 a lunedì 22 maggio), gli spazi della Fiera di Rho avrebbe consentito solo due finestre: la settimana immediatamente precedente a quella del salone torinese e quella su cui, obtorto collo?, la scelta è poi caduta. Comunque la prossima edizione si terrà in un periodo diverso, hanno annunciato gli organizzatori, che però non indicano ancora la data certa anticipando solo che sarà sempre in primavera.

E a proposito di visitatori, ammettendo che i lettori dei Grandi Editori e quelli dei Piccoli si dividano a loro volta (ipotesi surreale e utile solo a livello speculativo), se a quelli del Salone di Torino 2016 si sottraggono quelli della Fiera milanese di quest’anno, le cifre sembrano dire che il favore del pubblico va a chi a Milano preferisce Torino: sarà così? Quello che è certo è che, dopo lo strappo con il “Salone” e l’annuncio della nuova manifestazione milanese mentre non erano ancora concluse le trattative torinesi con Chiara Appendino e Sergio Chiamparino, le aspettative di tutti erano molto alte.

Rimane la domanda, la cui risposta arriverà con la comunicazione del programma di Torino, su quanti dei transfughi milanesi andranno al Lingotto, ora che il costo di uno stand è stato praticamente dimezzato rispetto al 2016: ci saranno eclatanti sorprese?

Forse (e il ragionamento vale anche per Torino) bisognerebbe chiedersi chi sia il “visitatore- tipo” di queste manifestazioni e perché le frequenti.

Mi spiego.

Oramai le presentazioni di libri e gli incontri con gli Autori, sporadici o all’interno di eventi letterari, sono diffuse in tutte le regioni e le principali città italiane, e i libri si comprano con sconti notevoli online e persino nei supermercati: perché, allora, una famiglia dovrebbe spendere una barca di soldi (viaggio per e da, parcheggio, ingresso- 10 €-, acquisto di libri, bibite e panini) per visitare queste rassegne? Ovviamente perché nel giro di poche ore si possono seguire diversi incontri e vedere di persona- e magari salutare- il proprio Autore preferito (il firma-copie di uno scrittore è sempre più simile all’incontro di una stella della musica pop con i suoi fans). Se però il calendario è penalizzante per chi lavora o studia (non leggono libri solo i pensionati) o la manifestazione avviene in giornate già sature (perché è chiaro che chi può permettersi di approfittare di un “ponte” non rinuncerà alla sua vacanza per andare a una fiera di libri e scrittori: non in Italia, almeno), è evidente che i risultati saranno questi.

Malgrado gli organizzatori parlino di “Miracolo a Milano”, ora sembrano ammorbidirsi nei confronti di Torino, almeno nella scelta delle date.

Da parte mia, lancio l’ipotesi di un accordo tutto milanese fra “Tempo di libri” e “Bookcity”, manifestazione, quest’ultima, tanto interessante quanto spesso massacrata dalla pioggia, visto che avviene in autunno: se Bookcity, che si articola in vari spazi della metropoli meneghina, si tenesse in primavera, sarebbe più agevole seguirla e potrebbe richiamare anche i turisti di passaggio; in cambio, la Fiera dell’editoria si potrebbe tenere a Rho, quindi al chiuso, in ottobre o novembre, senza tema di uggiose e fredde giornate e per giunta collocandosi fuori dalla competizione diretta e rischiosa con il primaverile Salone torinese. Ma non sarà così.

Che ne penso io?

Penso che le divisioni non servano a nessuno, nemmeno commercialmente, ma che comunque dove si fa spazio a libri e cultura si fa spazio anche alla civiltà; penso che (a Milano come a Torino, come ovunque) si dovrebbero offrire accattivanti sconti sul prezzo di copertina dei libri in vendita agli stand e penso che se (a Milano come a Torino, come ovunque) si eliminassero i baracchini che vendono magliette e gadget vari come a una qualsiasi sagra di paese tutto sembrerebbe più credibile e i visitatori arriverebbero.

E mentre aspetto quello che sarà, dopo avere incontrato con gioia molti colleghi e colleghe carissimi, da “Tempo di libri” mi porto via i due baci affettuosi che Maurizio De Giovanni – fra le divertite “proteste” di alcune sue lettrici – mi stampa sulle guance, salutandomi. “Racconto storie per interessare la gente”, ha appena detto l’autore di “Ricciardi” e i “Bastardi di Pizzofalcone”, che in soli quattro giorni ha polverizzato la prima edizione del suo nuovissimo e anomalo “I Guardiani” (Rizzoli). Come al solito, Maurizio ha colto perfettamente l’essenza stessa della letteratura e di tutto quello che le gira intorno: bisogna pensare alla gente, parlarle, aprirsi al confronto, preoccuparsi dei suoi bisogni sapendola ascoltare, cercare di dare e, forse, sperare di ricevere.

Vedremo.

(nelle foto: con Michela Murgia, Marco Balzano, Fabio Genovesi; Visitatori; Marco Malvaldi e Chiara Valerio; Maurizio De Giovanni; Angela Baraldi)

 

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2 thoughts on “Cronaca semiseria di una cronista a “Tempo di Libri” 2017

  1. Ho letto con piacere la tua cronaca semiseria, che mi ha dato qualche spunto per i prossimi acquisti, una briciola di buonumore mattutino ed una punta di orgoglio campanilista…!

    1. Molte grazie, Antonella. Fra poco arriverà il Salone del libro di Torino: parleremo anche di quello. Resta con noi, mi raccomando!

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