“Commedia nera n°1”: chiacchierata con Francesco Recami

recami commedia cover

 

recami foto“Commedia nera n°1”. Francesco Recami,Sellerio editore Palermo

2017, 3ª edizione

224 pagine

€ 14,00
e-book 9,99

 

“Commedia nera n°1”. Francesco Recami,Sellerio editore Palermo. Lui, lei: un matrimonio sbagliato, segnato dalla passione che ha, per ciascuno dei due coniugi, una tempistica così diversa da diventare motivo di disamore; ma, a ben guardare, non c’è nulla, in questo matrimonio che vada come dovrebbe, anzi. Fra marito e moglie si instaura un meccanismo perverso, per cui c’è chi domina la vita dell’altro, che diventa vittima di soprusi e abusi fisici e psicologici. La situazione per la parte più debole diventa insostenibile, al punto che, sia pure fra mille paure, la scelta è prima quella di fuggire e poi di eliminare la causa di tanto dolore.

Di questo parla il nuovo romanzo di Francesco Recami (“Commedia nera n°1, Sellerio editore Palermo) e, detta così, ci si aspetterebbe una storia che, per quanto frutto di invenzione, somigli a quelle fin troppo vere che la cronaca racconta ogni giorno, fatte di violenza nei confronti di chi si diceva di amare e di sopraffazioni che finiscono, in un modo o nell’altro, nel sangue: ma – e qui sta la prima trovata dell’Autore – se di solito a subire sono le donne, in questo caso la vittima è il marito, Antonio Maria, sposato al commissario di Polizia Maria Antonietta, truculenta orchessa che con pantagruelico appetito divora uomini e pietanze (cucinate dal marito, naturalmente) e che, anche abusando della propria posizione, ottiene grandi successi professionali: Maria Antonietta diventa invincibile agli occhi di quel pusillanime fallito e complessato di Antonio Maria e lui finisce col sembrare la replica umana del suo ”eroe di cartone” preferito, Wile Coyote, perpetuamente sconfitto nella sua gara contro l’insopportabile Road-Runner. L’altra idea vincente è quella di raccontare tutto con i toni della “commedia noire”, per cui, in un crescendo parossistico di paradossi e situazioni surreali, il lettore se la ride, anche se la tematica di fondo è tutt’altro che divertente. Francesco Recami, del resto, nella sua “Commedia nera n°1” (Sellerio editore Palermo), non fa che replicare in letteratura l’antico motto latino “Ridendo castigat mores”: meditate, gente, meditate.

L’Autore:

Francesco Recami, dopo un’iniziale esperienza nella redazione di testi divulgativi e guide di montagna, esordisce come scrittore per ragazzi con i romanzi “Assassinio nel paleolitico (Mondadori, 1996) e “Trappola nella neve” (Le Monnier, 2001). Con Sellerio ha pubblicato L’errore di Platini (2006), Il correttore di bozze (2007), Il superstizioso (2008, finalista al Premio Campiello 2009), Il ragazzo che leggeva Maigret (2009), Prenditi cura di me (2010, Premio Castiglioncello e Premio Capalbio), La casa di ringhiera (2011), Gli scheletri nell’armadio (2012), Il segreto di Angela (2013), Il caso Kakoiannis-Sforza (2014), Piccola enciclopedia delle ossessioni (2015), L’uomo con la valigia (2015) e Morte di un ex tappezziere (2016) e la raccolta di racconti Piccola enciclopedia delle ossessioni, con cui vince il Premio Chiara 2015.

Ecco l’intervista a Francesco Recami, il cui sonoro trovate in alto, nella sezione audio di questa pagina.

Canzone consigliata (inevitabilmente): “Vil Coyote”, Eugenio Finardi.

 

Giancarla: Grazie per avere accettato di parlare con noi di questa strana, originale “Commedia nera n°1”: posso chiederle un piccolo accenno di trama?

Francesco Recami: Certo, me lo può chiedere, ma io posso anche non raccontarglielo…! No, dunque: è la storia di due coniugi, che si chiamano l’uno Antonio Maria e l’altra Maria Antonietta (ovviamente questa specularità non è casuale), che rovescia i tristi stereotipi delle coppie italiane (e forse non solo italiane). Lei è un commissario di polizia molto ben “in carriera”, che grazie ai suoi sistemi poco ortodossi ottiene grandi successi; è una donna bella e “robusta”, che gode dei suoi successi. Lui è il suo contrario: è un uomo piccolo e inetto che, dopo i primi anni di matrimonio, non riesce a tenere il passo della moglie; questo causerà fra loro rapporti un po’ strani, per cui lui è segregato in casa, cucina, dipende economicamente dalla moglie, che lo maltratta, anche. Questa situazione porterà il “nostro” povero Antonio Maria a cercare delle soluzioni: prima tenta di fuggire, poi prova ad eliminare la moglie, e poi tenta di eliminare… qualcun altro. I tentativi vanno a vuoto, perché il personaggio di ispirazione è Wile Coyote, cartone animato senza virtù destinato al fallimento. Questa è la trama, più o meno, se vi va bene detta così!

G.: Spero di essere troppo didascalica, ma vorrei che partissimo a ragionare di questo libro dal titolo, perché nel gioco di contrasti fra i protagonisti, che lei ha già molto bene raccontato, si gioca anche con due generi che, apparentemente, sono fra loro in totale contraddizione: la commedia e il noir. Il suo libro, così paradossale, strappa al lettore più di qualche risata: ma se ridere di cose paradossalmente truci è facile, com’è scriverne?

F.R.: Non è semplice, perché si parla di problemi seri e li si rivolge in “commedia”: la “commedia” ha la stessa struttura della “tragedia”, solo che finisce diversamente. La “commedia nera” è strutturalmente simile alla tragedia, ma nella narrazione, nei dialoghi e nelle battute è una “commedia”, perché lo scopo è sì quello di far ridere, ma di un argomento molto serio, come la Morte: e si ride della Morte perché se ne ha paura.

G.: Lei ci ha ricordato di essersi ispirato al personaggio del cartone animato di Wile Coyote: ma perché proprio a lui, che cosa l’ha colpita?

F.R.: Beh, a me, come a milioni di persone, è sempre piaciuto moltissimo Wile Coyote; su di lui sono state scritte moltissime pagine di psicologia e sociologia, perché è una sorta di riproposizione filosofica del “supplizio di Tàntalo”, ovvero della ripetizione all’infinito dei tentativi di acchiappare Be-Beep, Il Road Runner, quella specie di struzzo. In realtà, Wile Coyote è immortale, come tutti i personaggi dei cartoni animati e dei fumetti e così come lo sono i personaggi della mia “Commedia nera”: sono personaggi “piatti”, sono disegnati, hanno solo il contorno. Ma che cosa cerca veramente di fare Wile Coyote? Qual è il suo scopo? Per me, vuole acchiappare Be-Beep a scopi evidentemente sessuali: ovviamente i suoi sono tentativi del tutto fallimentari. Certo, detta così la storia è un po’ diversa, perché il mio personaggio, Antonio Maria, dal punto di vista narrativo somiglia al classico inetto, che non riesce nei suoi scopi, che è un fallito: in realtà, essendoci una completa inversione di ruoli fra maschio e femmina, per cui la femmina fa la parte del maschio (ma secondo lo stereotipo del maschio, non del maschio “vero”), cambia tutto e si ride, perché si finisce nel paradosso. Se avessi narrato questa storia a ruoli “giusti”, con un commissario sciupafemmine, che si comporta scorrettamente sia nei confronti delle donne, sia nelle sue inchieste, con i suoi sottoposti e con gli indagati, non ci sarebbe stato niente di strano: sono tutte così le storie con i commissari… Infatti, e non a caso, ho voluto che la commissaria, Maria Antonietta, avesse un gran gusto per il cibo: cosa che di solito avviene con i commissari maschi…

G.: Questo libro si intitola “Commedia nera n°1”, a indicare una serialità e cioè che arriveranno la due, la tre e così via: ma la sua è una critica all’abitudine di molti Autori di essere, per ovvie ragioni, seriali? O- pensavo- la critica è rivolta ai lettori, che sembrano quasi avere bisogno, per rassicurarsi, di questa serialità? O, invece, molto più semplicemente lei ha pronti altri racconti da pubblicare?

F.R.: Un po’ di tutto questo; certo, non sono così snob da avere intitolato un libro “Commedia nera n°1” e poi non pubblicare la numero due solo per ironizzare a tutti i costi sulla serialità. La “Commedia nera n°2” è già pronta, ma fa parte di una serialità che in Italia non si usa molto, cioè quella chiamata “antologica”, nella quale in ogni puntata ci sono personaggi diversi: non ripropongo il solito personaggio, il belloccio che fa innamorare le lettrici e le telespettatrici, ma ogni volta ci sono personaggi diversi; ciò che costituisce la serialità è la struttura di queste “commedie”, che sono scritte come dei testi teatrali, per cui tutto avviene nell’unità di spazio e di tempo (l’azione si svolge sostanzialmente in un ambiente unico, in questo caso un  appartamento) e sarà così anche nelle successive. E’ un ottimo pretesto per darsi dei “paletti” che, secondo me, stuzzicano la creatività, più che annullarla.

G.: Lei che idea si fa del suo lettore? Che tipo di rapporto sviluppa nei suoi confronti?

F.R.: Mi hanno spiegato che uno scrittore non dovrebbe mai pensare troppo al lettore, altrimenti si incanala nel pregiudizio, ne rimane condizionato. Io interloquisco con i miei lettori, ma so di essere uno scrittore che fa dei dispetti al lettore, certamente la maggior parte delle volte non cerco di metterlo a suo agio. In questo caso il lettore maschio, che però è minoritario, si arrabbia, perché vede un maschio così perdente e così inetto che non lo accetta: è una dinamica un po’ alla Vitaliano Brancati, che, con grande coraggio da parte sua, dipingeva presunti pubblici eroi della sua Sicilia che in realtà erano dei falliti impotenti. La lettrice, invece, non può immedesimarsi in questa “cattivaccia”, in questa…. Posso usare una parolaccia?

G.: Certo.

F.R.: Ecco: in questa stronza che è Maria Antonietta. Però, quando penso al lettore, penso che non sospenda mai l’incredulità: questo luogo comune della sospensione dell’incredulità, del patto col lettore, mi sembra… mi sembra un po’ una scemenza. Io preferisco un lettore che l’incredulità non la sospende mai, e cioè che sa sempre che sta leggendo un libro.

G.: Allora le dirò che quando ho cominciato a leggere le sue pagine ho temuto che ci fosse un po’ di maschilismo, o anti-femminismo, eccetera: invece piano piano sono “cresciuta” con questo personaggio e il suo ambiente, e insieme sono aumentate le risate; lei mi ha preso per mano e mi ha portata all’interno di questa vicenda paradossale e surreale. Come lettrice, mi sono trovata bene.

F.R.: Beh, prima di tutto, grazie …Sì, effettivamente sono misogino, però sono nella stessa misura anche misantropo (dove per “antropos” intendo proprio “il maschio”): non mi risparmio né nei confronti degli uni, né nei confronti degli altri, ma con questa sottile distinzione (antropos) dimostro di non essere misogino. Però, effettivamente ho la tendenza a misurarmi con personaggi negativi: lo so, può essere un limite, ma sono talmente tanti gli scrittori che cercano disperatamente di creare un personaggio positivo, che di quelli c’è già una grande scelta.

G.: Ma, allora: che cos’è, in letteratura, la “cattiveria”?

F.R.: Nel mio caso, è cercare di essere il meno ipocriti possibile: è sempre una ricerca di verità… A parte il fatto che, come diceva Zola, “Se tutti sono buoni, bravi e si comportano sempre bene, la loro storia non interessa a nessuno”, comunque sì, io credo che in questo periodo di grandissima crisi e paura per la catastrofe (politica, ideologica, militare ma, soprattutto, ecologica) la “cattiveria” può essere una blandissima difesa nei confronti delle paure che ci attanagliano.

G.: Un’ultima domanda: quando uscirà la “Commedia nera n°2”?

F.R.: Non lo so dire con esattezza: non fra molto, comunque. Anche se negli ultimi tempi sto pubblicando tantissimi libri, non sono di quelli che a scrivere un libro ci mettono un mese…

 

 

About Giancarla Paladini

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *