“Sara al tramonto”: chiacchierata con Maurizio De Giovanni

MAURIZIO DE GIOVANNI, “SARA AL TRAMONTO”, RIZZOLI, 2018

Pagg 224

€ 18.50

 

 

 

 

 

 

 

“Sara al tramonto”: chiacchierata con Maurizio De Giovanni

Nelle sue pagine, ne ha raccontate di donne, Maurizio De Giovanni! Giovani e vecchie, belle e bruttine, innocenti e criminali, felici e dannate, utili e dannosissime…: donne di tutti i caratteri, insomma. Ma di una come Sara Morozzi no, non ci aveva ancora detto.

Perché? Semplicemente perché non l’aveva ancora incontrata.

… Però, qualche tempo fa, in una notte di bagnata dalla pioggia, rientrando da teatro De Giovanni nota un’automobile parcheggiata lungo la strada: a bordo, una donna di età indefinibile. I capelli di lei, lasciati al naturale colore grigio, sembrerebbero quelli di un’anziana, ma nel chiaroscuro dei fari lo scrittore scorge un viso più giovane di quanto si sarebbe aspettato: ne resta colpito e forse vorrebbe rivederlo, ma è passato un attimo e la donna è già sparita, lasciando sull’asfalto, unica prova della sua esistenza, il segno asciutto della sagoma della sua auto, parcheggiata lì fin da prima che piovesse.

Chi era quella donna? Che ci faceva in una strada senza ristoranti o bar, in piena notte e sola, le mani sul volante, pensierosa e immobile nella sua macchina?

Le domande rimbalzano nella testa di Maurizio De Giovanni e trovano immediata risposta: la mattina dopo, la storia di Sara, quella presente, quella passata, quella che verrà, é già perfettamente costruita e pronta per essere pubblicata da Rizzoli con il titolo di “Sara al tramonto”.

Così scopriamo che Sara sa rendersi invisibile: lo fa per necessità professionale (é una ex poliziotta destinata a indagini delicatissime); lo fa per scelta personale (“sparire” dalla sua famiglia – un marito, un figlio bambino – per il suo inatteso e grande amore), lasciando il certo per l’incerto; lo fa per cancellarsi agli occhi del mondo, consegnandosi ad un precoce pensionamento; lo fa, Sara, anche decidendo di nascondere la sua bellezza, di modificare la sua età apparente, di celare la voce, sussurrando e mai gridando, di mascherare con lenti scure gli occhi altrimenti vistosi, di indossare abiti dimessi per non farsi notare e calzare scarpe silenziose per attutire i suoi passi.

Se non é lei a decidere di mostrarsi – e di solito sceglie di non farlo – Sara é invisibile anche agli occhi di chi la conosce: arriva, trasparente, e fa sobbalzare pure chi la sta aspettando.

Al contrario, Sara tutto e tutti sa, tutto e tutti vede, tutto e tutti capisce solo osservando il mondo che la circonda: é questo l’altro suo talento, per il quale era una professionista apprezzata; é per quest’altro suo talento che i colleghi di un tempo (che, a sua insaputa e con suo grande disappunto, sono gli unici a non averla mai persa di vista) la contattano e coinvolgono in una inchiesta non ufficiale.

Niente che mi riguardi è ufficiale. Io non sono con lei, in questo momento, non ci siamo mai visti. In realtà io non esisto”.

Questo dice Sara ad uno dei personaggi del romanzo e questo, opportunamente, potete leggere sulla quarta di copertina: ma, che lo voglia o no, Sara scoprirà di esistere per molti, come Viola, incinta del figlio che lei aveva abbandonato anni prima e che un incidente drammatico si è portato via.

A partire da questo incontro con una ragazza che ha il colore nel nome e nel cuore, proseguendo con quello con altri comprimari in un’indagine poliziesca che fa scoprire al lettore non solo il bandolo dell’inevitabile mistero, ma anche la forte interiorità di Sara, Maurizio De Giovanni racconta una donna inconsueta, di primo acchito forse anche respingente, in bilico fra passato, presente e, soprattutto, futuro: un personaggio che nulla ha a che vedere con i suoi precedenti e che ritornerà presto, anche grazie ad una prossima trasposizione televisiva (i diritti sono già stati acquisiti dalla Palomar di Carlo Degli Esposti, produttore, fra le altre, della serie su Montalbano e di Braccialetti Rossi) e alla sua comparsa in un racconto inedito dell’antologia “Sbirre” (Rizzoli), in libreria dal 12 giugno.

Riuscirà, Sara Morozzi, a prendere nel cuore dei lettori il posto dell’amatissimo Commissario Ricciardi, la cui epopea, per espresso desiderio dell’Autore, volge al termine (il 26 giugno 2018 è la data di pubblicazione del penultimo romanzo della serie)? E’ ancora presto per dirlo, benché le oltre settantamila copie di questo romanzo, vendute nel giro di pochissime settimane, sembrino un ottimo viatico.

 

L’AUTORE:

Maurizio de Giovanni nasce nel 1958 a Napoli, dove vive e lavora. Nel 2005 vince un concorso per giallisti esordienti con il racconto I vivi e i morti, ambientato nella Napoli degli anni ’30 con protagonista il Commissario Ricciardi. Il racconto è la base di un romanzo edito da Graus Editore, Le lacrime del pagliaccio, pubblicato nel 2006 e riedito l’anno successivo con il titolo Il senso del dolore: ha così inizio la serie di inchieste del Commissario Ricciardi e pubblicata da Einaudi Stile Libero, che comprende Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano miaVipera (Premio Viareggio, Premio Camaiore), In fondo al tuo cuore e Anime di vetro. Nel 2012 esce per Mondadori Il metodo del Coccodrillo (Premio Scerbanenco), dove fa la sua comparsa l’ispettore Lojacono, poi fra i protagonisti della serie dei Bastardi di Pizzofalcone, ambientata nella Napoli contemporanea e pubblicata da Einaudi Stile Libero (nel 2013 Buio; nel 2014 Gelo; nel 2015 Cuccioli; nel 2016 Pane e nel 2017 Souvenir). Nel 2014, sempre per Einaudi Stile Libero, de Giovanni ha pubblicato l’antologia Giochi criminali (con Giancarlo De Cataldo, Diego De Silva e Carlo Lucarelli). Nel 2015 è uscito per Rizzoli il romanzo Il resto della settimana. I suoi libri sono tradotti, o in corso di traduzione, in Francia, Germania, Inghilterra, Spagna, Russia, Danimarca e Stati Uniti. De Giovanni è anche autore di racconti a tema calcistico sulla squadra della sua città, della quale è visceralmente tifoso, e di opere teatrali. Nel 2018 crea il nuovo personaggio di Sara Morozzi, protagonista di un racconto dell’antologia Sbirre e del romanzo Sara al tramonto (entrambi per Rizzoli).

Ecco l’intervista a Maurizio De Giovanni, il suo sonoro trovate in alto, nella sezione audio di questa pagina.

Canzone consigliata: “Just the way you are”, Billy Joel

 

Giancarla: Maurizio, ci hai portato un nuovo personaggio, mentre – mi viene da dire, in senso buono – incombe il nuovo di Ricciardi…

Maurizio De Giovanni: Effettivamente, dovendolo consegnare in tempi brevissimi perché esce il 26 giugno, su di me incombe: come al solito, per me è una sfida contro il tempo, ma è sempre bello farsi una passeggiata e andarlo a incontrare. E poi questo è l’ultimo Ricciardi (l’ultimo uscirà il prossimo anno), per cui già ho molta malinconia per non incontrarlo più, a breve: mi spiace molto…

G.: Beh, io mi faccio portavoce dei tuoi lettori, che la tua scelta di terminare la serie di Ricciardi stanno subendo: ne potremmo riparlare, magari, anche se questa decisione è un tuo diritto, naturalmente.

M.D.G.: Più che un diritto, è una necessità: credo che quando si fa la scelta di non lasciare “fermi” i personaggi seriali (come invece fa, ad esempio, Simenon con Maigret, che rimane uguale a se stesso per tutto l’arco della sua narrativa), portando le loro vicende “avanti” nell’ambito delle singole storie che racconti, come episodi verticali nel singolo romanzo, anche nella storia totale del personaggio, qui di Ricciardi, il tragitto deve avere un’origine ed una fine. Il personaggio non un bancomat e lo scrittore non ha il diritto di considerare il personaggio una fonte perenne di reddito: il fatto che Ricciardi venda tanto e piaccia a tanta gente non significa che vada spremuto al di là di se stesso. Penso che sia bello scrivere un libro in meno, rispetto a quelli che avresti potuto, e non uno in più: non sopporterei la stanchezza dei lettori; amano Ricciardi e lo continueranno a ricordare affettuosamente. Non ha senso insistere in una sorta di accanimento terapeutico quando la storia ha già detto tutto quello che doveva dire.

G.: A proposito di Ricciardi e del rapporto che i lettori hanno con lui, ti racconto di una conversazione in spiaggia con un amico. Apro una parentesi: volutamente rimarco che questo dialogo è avvenuto in spiaggia, perché i tuoi libri si leggono dovunque, non solamente in spiaggia, ma anche lì.

M.D.G.: Sono felicissimo di essere uno “scrittore da ombrellone”: non è affatto una cosa diminutiva, per me. Sono molto felice quando mi dicono che mi leggono in bagno, in metropolitana, sotto l’ombrellone, perché sono i tempi “personali” e dunque i preferiti.

G.: Proprio per questo l’ho sottolineato, con una voluta vis polemica: non contro di te, naturalmente, ma verso certuni che talvolta dovrebbero tacere… Comunque, l’amico si chiedeva quale sarebbe stato il futuro di Ricciardi, che cosa avresti deciso per lui… Quando un Autore, come nel tuo caso, arriva al cuore dei lettori credo abbia fatto onore all’Arte che rappresenta. Ciò detto, poiché non voglio che qualcuno pensi che io parli per l’affetto che sai ho nei tuoi confronti, direi di parlare di Sara, che è un personaggio eclatante: tu dici di averla incontrata davvero…

M.D.G.: Sì, e di Sara devo dirti due cose, una precedente il libro e una successiva: la precedente è che io ho incontrato Sara fisicamente. A volte capita che le storie vengano e non che le si vada a cercare. Stavo tornando a casa: era notte e, dopo lo spettacolo teatrale e la cena,  stavo tornando a casa sul mio scooter. Io abito in una zona residenziale, dove non ci sono ristoranti o locali aperti la notte. Mi sono accorto di una macchina in sosta con una donna dai capelli bianchi seduta al posto di guida: la cosa ha attirato la mia attenzione, anche perché era, come dicevo, molto tardi. Istintivamente ho pensato che fosse una persona anziana che avesse bisogno di aiuto. Poi il faro ne ha illuminato il viso e ho visto che non era dell’età che il colore dei suoi capelli lasciava immaginare: avrà avuto una cinquantina d’anni, non di più, senza trucco, bei lineamenti, sguardo nel vuoto…  Sono entrato nel parco in cui abito, ho preso la spazzatura da gettare e sono ritornato fuori: la macchina non c’era più, ma al suo posto c’era una macchia di asciutto sull’asfalto, segno che era lì da prima che iniziasse a piovere, cioè da molto tempo, visto che aveva iniziato a piovere nel primo pomeriggio. Indossava un cappotto grigio e i mezzi guanti, quelli che lasciano scoperte le dita: insomma, sembrava uscita da casa, non da qualche locale il sabato sera… Sono rientrato con mille domande in testa, quelle che possono venire per un evento casuale, da poco: “Perché non si tinge i capelli? Dove è andata? Da dove ritornava? Se di sabato sei per strada all’una e mezzo della notte sei andata da qualche parte, o da qualche parte stai tornando, e quindi è difficile che tu sia senza trucco, in abiti dimessi”. La mattina dopo, al risveglio, avevo tutte le risposte, tutte: sapevo come quella donna si chiamava, sapevo che cosa ci faceva lì, sapevo che cosa aveva fatto negli ultimi trenta/quaranta anni della sua vita, sapevo il suo futuro, che cosa aveva in mente di fare, che cosa stava aspettando in quel luogo… Allora ho chiamato il mio primo editore. Avendo in uscita quattro libri, quest’anno, non avevo slots liberi, ma una delle cose positive dell’essere uno scrittore che vende più di cento copie è che si possa chiamare l’editore di domenica o la sera tardi e lui risponde: e infatti mi ha risposto immediatamente, gli ho detto che avevo una storia che DOVEVO raccontare e gliel’ho raccontata. Sara èuna anomalia, non avrebbe dovuto esserci, perché dovevo scrivere altre cose, ma è una anomalia che ha un senso, se l’editore ha subito accettato di pubblicarla: così ho scritto Sara al Tramonto. Questo è quello che ti dovevo dire “a monte” del libro. A valle, invece, devo premettere che quando scrivo un libro non voglio lanciare “messaggi etici”: sono uno che racconta storie, e basta; se poi dentro queste storie ci sono dei “messaggi etici” starà al lettore tirarli fuori, non a me scriverli in maniera pregiudiziale. Però alla fine mi sono accorto di avere scritto una storia autenticamente femminista, perché, senza volerlo, credo di avere spezzato una serie di stereotipi e pregiudizi che annettiamo socialmente alle donne. Mi spiego meglio. Sara lascia marito e figlio per andare con un altro uomo di cui si è innamorata: la sua è una scelta di coerenza e di sincerità; lei (essendo una che non si maschera, come è testimoniato dal fatto che non si tinge i capelli, non si mette scarpe col tacco, non si trucca), semplicemente, non potrebbe vivere vicino ad un uomo amandone un altro. E’ una scelta che, socialmente, in un uomo accettiamo: di un uomo che lascia la moglie e si mette con una ragazza di cui si è innamorato diciamo che uno stronzo, ma non andiamo al di là di questo giudizio etico, che possiamo dire bonario, e il mondo è pieno di gente che fa cose del genere; invece siamo molto più punitivi nei confronti di una donna, siamo più rigidi nel giudicarla. La cosa grave è che sono le donne a dare questo tipo di giudizio delle altre donne: non sono gli uomini a condannarle, ma le donne. Un uomo che decide di non tingersi i capelli, di non mettersi scarpe col rialzo, di non truccarsi (… un uomo, insomma, diverso da Berlusconi) è socialmente accettato e può tranquillamente girare per strada – anzi, in qualche modo assume fascino; se una donna fa la stessa cosa e cioè non si tinge i capelli, non si trucca e porta scarpe senza tacco viene considerata sciatta, e non dagli uomini, che magari non ci fanno caso, ma dalle altre donne, che la vedono negativamente; Teresa (altro personaggio del libro: n.d.r.) è una donna di potere, che si porta a letto uomini molto più giovani di lei: di un uomo di potere che fa lo stesso (cioè va a letto con ragazze più giovani di lui) diamo un giudizio quasi positivo (“Ah, caspita! E’ un Casanova, un tombeur de femmes!), di una donna così parleremmo in altro modo; un uomo che vuole sposarsi, vuole una famiglia e si compra la casa, come fa Davide Pardo (altro personaggio del libro: n.d.r.), ci fa ridere, sembra ridicolo, è un personaggio quasi comico; il suo è un comportamento che invece attribuiamo a una donna, perché per noi una donna che compra una casa, vuole sistemarsi, desidera dei figli è normale e invece se lo fa un uomo è “ridicolo”. Insomma, dopo avere scritto il libro (solo dopo) mi sono accorto di avere contraddetto una serie di stereotipi sociali che in noi sono radicatissimi. Ecco perché credo di avere scritto un romanzo veramente femminista, ma femminista nella sostanza, cioè nella rottura di tutti questi stereotipi: non ho presentato una donna tipo Lara Croft, che è come le donne vorrebbero essere viste dagli uomini. Il personaggio di una poliziotta forte, brava, sexy, è comunque uno stereotipo maschile; Sara, invece, è la rottura totale con questi stereotipi: è una donna di una certa età, con i capelli bianchi, che non si trucca, una nonna… E’ una che, a vederla così, diciamo: la sua vita è finita; invece, non solo la sua vita non è finita ma, in qualche modo, comincia.

G.: Ora ti dirò una cosa che ero in dubbio se dirti o no, perché non vorrei sembrare quella che vuole fare il fenomeno: te la dico, appellandomi alla tua fiducia nei miei confronti…

M.D.G.: Non ho dubbi: ti conosco ..!

G.: … Io, questo personaggio, lo aspettavo e lo aspettavo sin da quando uscì “Il metodo del coccodrillo”.

M.D.G.: Hai ragione… C’è continuità perfetta fra il “Il metodo del coccodrillo” e “Sara”.

G.: …Perché pensavo al personaggio di Lojacono come ad un altro tratto di un tipo umano che avevi già introdotto con Ricciardi: se devo darti un’immagine, io vedo Ricciardi come un lupo solitario

M.D.G.: Sì: Ricciardi è il meno originale dei miei personaggi; nonostante il successo, gli anni ’30, gli applausi, i premi ricevuti, Ricciardi é… Batman, cioè un personaggio mitico, un super eroe solitario condannato dal talento (perché quello che ha è come fosse un talento, ma in realtà si tramuta in una condanna). La vera novità sono i “Bastardi”, perché sono una squadra, e nella letteratura nera italiana contemporanea una squadra non c’è. Sara è un altro tipo di novità, è una donna normale, anzi, sotto la normalità: per esempio non ha una storia d’amore, che era la mia cifra. In Ricciardi, in Lojacono, c’è sempre una storia d’amore: in Sara non c’è, c’è solo il ricordo, dolce, di un amore morto. E qui viene abbattuto un altro stereotipo narrativo, per il quale se la protagonista è una donna ci deve essere una storia d’amore, o di sesso… ma la vita non è così: le donne vivono anche esternamente alla sfera sentimentale. Sono molto felice e sorpreso del successo di Sara: ho sottovalutato i lettori, perché credevo che una cosa così spiazzante e poco usuale avrebbe creato qualche “storcimento” di naso, e invece il romanzo si muove su un numero di copie vendute simili a quelle de i Bastardi, che però hanno il consolidamento di sette romanzi.

G.: Siamo oltre le settantamila copie vendute, vero?

M.D.G.: Sì, settantamila.

G.: Quando ho preso questo libro fra le mani non avevo letto niente a riguardo, se non alcune piccole note: lo faccio sempre, con alcuni Autori, per non essere influenzata e avere preconcetti prima di leggere; sapevo, questo sì, che proponeva un nuovo personaggio, ma poco d’altro. Beh, l’ho letto in una sola giornata e, da principio, l’ho respinta: non è simpatica, Sara, all’inizio; poi, nell’arco della giornata, procedendo con la lettura, mi ha conquistata.

M.D.G.: … Sì, sì: Sara è un personaggio difficile; ho creato delle barriere; volevo che l’inizio del libro fosse “faticoso”…

G.: …Lo è, all’inizio lo è…

M.D.G.: … Perché lei è “faticosa”, è difficile da capire… Normalmente, in un romanzo nero, a pagina cinque conosci già il personaggio principale e con il personaggio principale ti muovi: invece io volevo che Sara fosse un personaggio la cui conoscenza si svolgesse all’interno dell’intero romanzo. Quando le metto in braccio il bambino, quello della nonna è un ulteriore aspetto di Sara (che nemmeno lei conosce) che il lettore trova alla fine del libro: io non ho messo mai, negli incontri con Viola, il suo aspettare questo bambino. Avrei potuto farlo facilmente. Bastavano quattro paginette in cui lei fantasticava sul bambino e sulle somiglianze col figlio: sarebbe stato perfetto, no? Avrei aperto una “stanza”, all’interno di Sara, nella quale il lettore si accomodava: non l’ho voluto fare, scientemente, consapevolmente. Volevo che Sara fosse tutta curve, che avesse un panorama ad ogni curva; (Sara) è una strada fatta a tornanti, però se si ha la pazienza di fare tutte le curve, alla fine si vede un panorama straordinario!

G.: … A proposito di “panorama”: fra le altre differenze che mi hanno colpito in questo libro rispetto ai tuoi precedenti (al di là dello stile, che rimane straordinario), ho pensato che come i capelli di Sara sono …  sbiancati (perché non sono bianchi, sono proprio sbiancati) …

M.D.G.: Sì, sono grigi: sono come i capelli che ho io, solo che a me sono consentiti, a una donna no…

G.: … Esatto: però ho pensato che anche la città nella quale si muove Sara sia sbiancata

M.D.G.: Sì: è una città ostile. Sara vive in una metropoli occidentale contemporanea, in un quartiere borghese di una metropoli occidentale contemporanea: quanto di peggio c’è al mondo. Un quartiere popolare, nella miseria, nella pericolosità, nella presenza criminale, mantiene una contestualizzazione totale: in Gomorra vedi un quartiere terribile, ma le finestre delle case sono aperte; sempre; c’è una costante comunicazione col resto del quartiere. In un quartiere borghese, se per strada ti rivolgi a qualcuno, le persone non si fermano. Volevo raccontare questo: volevo un quartiere ostile, diffidente, non uno di quelli in cui chiami aiuto e ti risponde qualcuno.

G.: E lo hai reso benissimo. E’ livido, come dici tu. Però poi ti si riconosce, per esempio, nelle scelte musicali: e qui il commento musicale è molto divertente.

M.D.G.: Ah, sì, le canzoni di Viola: canzoni anni ’70 e ’80.

G.: E’ la tua dimensione “divertita” e, del, resto, il libro consente altri spazi di apertura e di respiro, che – immagino -corrispondano anche alle tue esigenze di Autore: come quando scrivi della mamma di Viola.

M.D.G.: La mamma di Viola corrisponde alla mia volontà di fare un personaggio pessimo, negativo e infatti molti mi hanno scritto chiedendo a gran voce di “ucciderla” nel prossimo romanzo, mentre altri mi hanno chiesto: “Scusa, come fai a conoscere mia madre?”: e questa è una cosa meravigliosa!

G.: Fuori onda abbiamo parlato del ruolo dello scrittore (o autore, o narratore: vedi tu quale definizione preferisci) nel quale tu ti rispecchi e così ti ho citato la scrittrice Elisabetta Bucciarelli, che si fa carico del tentativo di rigettare da chi scrive l’autobiografismo: tu che ne pensi?

M.D.G.: Sono convintissimo che un grande male della letteratura italiana contemporanea sia quello di raccontare sostanzialmente se stessi, o come si vorrebbe essere.  Così si rende un pessimo servizio agli altri personaggi, perché un grosso personaggio principale crea l’appiattimento degli altri personaggi e delle storie, togliendo al lettore la possibilità di vedere un panorama tridimensionale. Questo egocentrismo narrativo é sbagliato, così come scrivere sempre un pezzo della propria vita, un rapporto personale, eccetera, danneggia il resto della storia. Non va bene: vanno raccontate le storie degli altri. Quindi penso sia un dovere preciso dell’Autore fare un passo indietro, almeno se è un “raccontatore di storie”: poi ci sono i Poeti, in cui la scrittura stessa è al servizio di un talento speciale. Beati loro: io, purtroppo per me, non appartengo a questa categoria. Sono uno che racconta le storie e ho bisogno di una trama, di personaggi che siano al servizio della trama e di una ambientazione che sia al servizio della trama e dei personaggi: non credo di avere la capacità di scrivere facendo a meno di questi elementi. Quindi, per quanto mi riguarda, cerco di fare un passo indietro e non raccontare mai me stesso, la mia vita, le persone che ho conosciuto, ma pezzi di me stesso, della mia vita, delle persone che ho conosciuto all’interno di storie del tutto autonome da me.

G.: Mi sembra un ragionamento molto onesto: però lo stesso starò molto attenta a come muovermi, la prossima volta che ci incontreremo, visto che nel libro dimostri una conoscenza profonda del linguaggio del corpo e del detto e non detto…

M.D.G.: Ma tu sei molto diversa da Sara!

G.: Dici? Eppure, Sara è molto vicina al mio cuore.

M.D.G.: E io sarei felice se fra coloro che hanno letto il romanzo, o che faranno parte del pubblico televisivo (perché Carlo Degli Esposti, il produttore della serie di “Montalbano” ha acquistato i diritti tv del libro), Sara creasse una serie di donne orgogliosamente portatrici della loro età. Ti dico francamente che credo non ci sia niente di più sexy di una donna consapevole, che non lascia niente agli altri ma che è se stessa, semplicemente: una bella ultracinquantenne che dimostra di accettare i segni dell’età e li porta con orgoglio. Ricordo che la Magnani disse alla sua truccatrice: “Stia attenta alle mie rughe: ci ho messo una vita per averle”… E anche Agatha Christie, che, avendo sposato un archeologo, diceva: “C’è di buono che man mano che invecchio, gli piaccio di più!”. Credo sia uno straordinario segno di intelligenza.

G.: Oppure una donna può dire al suo compagno di una vita: “Ti ho dato gli anni migliori e ora ti tieni pure questi”

M.D.G.: … Ma io credo siano questi, gli anni migliori.

 

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