“Il principio della carezza”: chiacchierata con Sergio Claudio Perroni

Sergio Claudio Perroni “Il principio della carezza” (La nave di Teseo Ed)

2016

Pagg 103

€ 15,00

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Lei scrive per il teatro, ha quarant’anni e vive sola, in un palazzo di città tutto vetri e finestre: lui, poco più che trentenne, quei vetri li lava, sospeso nel vuoto e invisibile agli occhi distratti dei condomini. Infatti, nemmeno lei ha mai fatto caso all’uomo: lui, invece, l’ha notata e addirittura conosce a memoria il monologo che lei sta scrivendo, perché ha imparato a leggere il labiale e così ha “ascoltato” le parole che la donna ripete a voce alta per verificarne la musicalità teatrale. Un giorno, in quell’estate di vacanze che ha svuotato il palazzo, lui apre uno squarcio fra il mondo di lei ed il suo: inizia così un dialogo che sembra rendere possibile in incontro improbabile.

Ce lo racconta Sergio Claudio Perroni ne “Il principio della carezza” (La nave di Teseo Ed), tratteggiando con poche e asciutte pennellate la storia di due tipi umani così diversi che più non si potrebbe, ma che, scavando appena sotto le apparenze, si misurano allo stesso modo con il passato e, soprattutto, con il futuro.

L’Autore: Sergio Claudio Perroni vive e lavora a Taormina. Editor (Veronesi, Sgarbi, Buttafuoco, Baresani) e traduttore di narrativa inglese e francese (Houellebecq, Ellroy, Foster Wallace, Saint-Exupery), ha pubblicato “Non muore nessuno” (Bompiani, 2007), “Raccapriccio. Mostri e scelleratezze della stampa italiana”, (Aliberti, 2007), “Leonilde. Storia eccezionale di una donna normale” (Bompiani, 2010), “Nel ventre” (Bompiani, 2013), “Renuntio Vobis” (Bompiani, 2015).

Ecco l’intervista a Sergio Claudio Perroni, il cui sonoro trovate in alto, nella sezione audio di questa pagina.

Canzone consigliata: “Everything’s Not Lost”, Coldplay 

 

Giancarla: Grazie per avere accettato di parlare con noi della storia di un incontro che appare quanto meno improbabile e invece accade: chi sono i protagonisti?

Sergio Claudio Perroni: I protagonisti sono una autrice quarantenne che sta scrivendo e provando un monologo teatrale un po’ moralistico sulla necessità di sganciarsi dal passato e di proiettarsi nel futuro, e un lavavetri un po’ più giovane di lei: lui sta pulendo i vetri del palazzo, in una città quasi deserta per l’estate. Per occupare il tempo mentre lavora, lui ha imparato a leggere il “labiale” delle persone: dietro le finestre vede quello che succede nelle case (lui dice: “come pesci nell’acqua) leggendo quello che si dicono le persone. Lei, davanti a uno specchio, sta provando il monologo ad alta voce per sentirne la musicalità teatrale e lui è incantato da quello che lei dice. Nasce così la prima occasione di dialogo fra i due.

G.: Lasciamo al piacere della lettura il resto della storia, che io ho inteso come una specie di fiaba che ha come protagonista una principessa chiusa in una sorta di torre di vetro e un cavaliere che viene a liberarla sfidando molti pericoli (in effetti, lui affronta materialmente dei pericoli, fa paura pensare a quest’uomo sospeso nel vuoto), ma soprattutto superando le convenzioni sociali. Lei è d’accordo? Davvero ha scritto una favola moderna?

S.C.P.: Io scrivo le cose che vorrei leggere: se non le trovo, me le scrivo. Ho scritto questa storia perché mi piaceva l’idea, un po’ romantica. E’ sempre difficile descrivere con delicatezza i sentimenti (io, poi, sono più interessato all’aspetto femminile del sentimento anziché a quello virile), ma volevo scrivere qualcosa sui sentimenti; d’altronde l’interpretazione, secondo me, la mette il lettore in base alla propria natura, quindi dire “giusto” o “sbagliato”… Noi autori mettiamo dei puntini e poi, se i puntini funzionano, i lettori li collegano secondo l’impulso della propria natura: alcuni – arrossisco nel dirlo- hanno chiamato in causa “Il Piccolo Principe”. C’è quella tenerezza ma c’è anche dell’amarezza, perché si confrontano due solitudini diverse: l’una con dolori tutti mentali, cerebrali, tipici degli intellettuali, l’altro con dei dolori “veri” e tuttavia molto solare, molto spericolato anche nell’affrontare la sua vita e nel tirare fuori lei dal passato dal quale predica che si debba evadere, ma in cui è rintanata per sfuggire ai lividi del presente. Anche quello con un cavaliere è un paragone che ho sentito fare: “è un libro galeotto” è stato scritto per dare l’idea di questa “chanson des gestes”… Sì, mi piace che lo sia: c’è una componente di avventura anche nel confrontarsi di due mondi così diversi passando per i sentimenti e le rimozioni che ognuno fa di quello che lo ha fatto soffrire.

G.: Devo dire che mi piace molto il titolo, perché si presta ad un interessante gioco di parole: “Il principio della carezza”. “Principio” può essere inteso come inizio di una relazione, di qualcosa di bello e intimo, però anche come presupposto perché qualcosa avvenga; infine, può significare anche “regola assoluta”, indiscutibile: a quale di queste accezioni ci avviciniamo di più nel titolo?

S.C.P.:  Anche questa è una scelta che lascio al lettore. Il titolo mi è venuto a trovare e la sua bellezza, per me, è stata la sua risonanza, perché non si ferma solo su una accezione, ma su tutte: è “il principio di una carezza” in quanto inizio di un rapporto, quanto meno potenziale, ma è anche il concetto stesso della carezza. L’operaio, con la sua strana filosofia che non si rende conto di essere filosofia perché è una saggezza istintiva, e con la sua profondità, perché ha delle idee molto particolari, coltiva “il principio della carezza”, cioè il concetto della carezza: la carezza ha la caratteristica, unica nei rapporti fisici, di dare sollievo alla pelle di chi la riceve ma, al tempo stesso, anche a quella di chi la fa. Questo è “il principio della carezza”: portare sollievo e, portandolo, trovare sollievo, perché fa piacere anche egoisticamente, non in senso buonistico.

G.: L’altro tema fondamentale della storia è sicuramente quello dell’incontro: il loro sembra improbabile agli stessi protagonisti (all’inizio, sembra strano certamente alla protagonista). Questi sono tempi fatti di contatti virtuali, superficiali: quello che mi ha colpito è che la protagonista, che per lavoro dovrebbe essere molto brava a comunicare stati d’animo, in realtà rimane chiusa nella sua torre. Non è che questo è, come diceva lei, il destino dell’intellettuale? Non di “questa”, in particolare, ma in generale?

S.C.P.: …“Questa” particolare in particolare. L’intellettuale? Dipende da che intellettuale è: se è un teorizzatore sì, se è un narratore di quelli che fanno narrativa selfie, ossia scrivono solo di sé, idem; se l’intellettuale è uno di quelli che inventano allora no, perché in questo caso è naturalmente proiettato verso l’esterno e quanto più è proiettato verso l’esterno, tanto più il lettore riesce a immedesimarsi, perché non si trova in un mondo chiuso che rappresenta l’Io dell’autore, ma in uno aperto che rappresenta, appunto, il mondo. Il fatto che la protagonista predichi una cosa e ne pratichi un’altra dipende da quello che, a un certo punto, dice lei stessa: “Fra quello che scrivi e quello che provi c’è sempre la variabile di quello che vivi”. Sempre lei dice, più avanti, che “scrivere è la migliore fra le tante cose che si fanno per ingannare la morte”. Il suo scrivere e quello di molti intellettuali viene dato al lettore per evadere dalla morte, per sfogare, scaricare, neutralizzare le proprie paure.

G.: Questo testo è già praticamente pronto per una rappresentazione teatrale: lei ci sta pensando?

S.C.P.: Ci sto pensando: ho un paio di idee sugli attori e su chi dovrà essere il regista, anche perché il monologo di “Ninfa” (“Ninfa” è uno dei nomignoli che si danno i protagonisti: chi vorrà leggere, li scoprirà) in realtà è quello che ho scritto per l’attuale direttore del Teatro “Quirino” di Roma (Guglielmo Ferro: n.d.r.), che mi aveva commissionato, per una serie di monologhi che ha messo in scena un anno fa, un monologo sul “futuro”. Scrivendolo, ho immaginato quale personaggio avrebbe potuto scriverlo: da lì è nata l’idea del romanzo. Insomma, avrebbe senso se tornasse di nuovo sulla scena per cui è nato, sia pure nella forma espansa di testo teatrale completo e non di monologo.

G.:  Lei è scrittore, editor, agente letterario, critico, traduttore, editore e certamente altre cose che sto dimenticando – e me ne scuso. La letteratura è presenza costante nella sua vita: … ma che compagna di viaggio è per lei ? Intendo: chi guida e chi è guidato, fra voi due?

S.C.P.: Io nasco, e sostanzialmente continuo a sentirmi, un lettore: come dicevo prima, quello che scrivo lo scrivo perché vorrei leggerlo, e quindi tutta la mia frequentazione e interpretazione della letteratura è legata al desiderio e al piacere di leggere che, fortunatamente, sono diventati il “mestiere” di leggere. Tradurre è portare nella propria lingua una lettura scritta in una diversa, ma anche scrivere è tradurre: è “portare fuori” (cioè, tradurre) in lingua scritta quello che si ha nella “lingua mentale”, è “portare fuori”  ciò che si ha dentro. Idem l’editing, con cui si accompagna qualcuno che ha già scritto qualcosa verso il modo migliore con cui avrebbe potuto dirlo. Fare il critico o lo “stroncatore di poesie”, come facevo per “Il Foglio”, ha comunque a che vedere con la lettura: tutto è collegato e credo nasca dal bisogno/piacere di leggere, perché leggere è per me una delle cose più belle che esistano.

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