“L’Uomo Nero”: chiacchierata con Elisabetta Bucciarelli

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“L’Uomo Nero: stereotipi maschili raccontati dalle donne”, A.A.V.V., Caracò Editore

pagg 140

€ 14,00

ebook  € 5,99

 

 

 

Piccolo riassunto delle puntate precedenti: è il 2015 quando Elisabetta Bucciarelli, una delle voci più autorevoli della scrittura italiana di questi anni, pubblica per NNEditore “La Resistenza del Maschio”, singolare opera nella quale il protagonista, il Maschio, “resiste” agli stereotipi maschili operando delle “non-scelte” e disorientando le donne, sulle quali pure esercita un fascino fortissimo.

Ne abbiamo parlato anche qui: se vi siete persi quell’intervista a Elisabetta Bucciarelli, recuperatela nella categoria “Interviste e video”. Il libro, in breve, diventa un “caso” non solo letterario: i lettori dibattono, si riconoscono, ringraziano per questa visione moderna del loro ruolo all’interno di una coppia o di una famiglia; le lettrici lo adorano o, sia pure in schiacciante minoranza, lo detestano.

E’ una sfida, insomma, a “prendere o lasciare” e, come si addice ad una sfida, non è possibile alcuna mezza misura, nessuna posizione intermedia.

E’ una sfida insidiosa, complessa, impegnativa, perché si gioca sull’incontro fra generi, non sulla loro contrapposizione: il nemico da battere, semmai, è lo stereotipo e tutto ciò che di negativo ne consegue.

L’Autrice, girando da allora tutta la Penisola con il suo libro di immediato successo, ha potuto continuare la sua ricerca (“la mia piccola ossessione”, la descriverà fra poco) e il “Maschio” oggi genera l’antologia di racconti “L’uomo nero: stereotipi maschili raccontati dalle donne” (Caracò), di cui Elisabetta Bucciarelli è curatrice.

Simona Giacomelli, Anna Scardovelli, Cira Santoro, Elena Mearini, Cristina Zagaria e Monica Stefinlongo, tutte e sei con grande dimestichezza con la parola ma non “scrittrici” nel senso più stretto del termine, raccontano in altrettanti racconti sei uomini che, ciascuno in modi e mondi diversi, sono fortemente apparentati con il “Maschio” di cui sopra.

Attenzione: come era già avvenuto con “La Resistenza del Maschio”, siamo davanti ad un’opera letteraria, non di saggistica, non di psicologia, o sociologia, o antropologia, benché tutte queste discipline siano ben presenti: tenetelo a mente, mentre leggerete questi racconti.

Del resto, ogni angolo di questo libro racconta qualcosa, anche la bella copertina “Le api Arianna e Teseo” di Carmine Luino.

L’Uomo Nero”, dunque, a sua volta non è un libro “contro” benché, come recita il sottotitolo, a raccontare stereotipi maschili siano le donne; non lo è perché questi sono “nuovi” stereotipi, sono proposte necessarie per fornire alle generazioni più giovani una soluzione migliore per affrontare il rapporto uomo-donna in questi difficilissimi tempi, in cui ascolto, dialogo, confronto sono merce sempre più rara.

E’ una nuova “educazione sentimentale”, insomma, affinchè i nuovi “Maschi” trovino la giusta relazione con le nuove “Femmine”.

La sfida, cioè la ricerca, continua.

Ecco l’intervista a Elisabetta Bucciarelli il cui sonoro trovate in alto, nella sezione audio di questa pagina.

Canzone consigliata: “Io posso dire la mia sugli uomini”, Fiorella Mannoia

 

Giancarla: Ben trovata, Elisabetta: come stai?

Elisabetta Bucciarelli: Sto bene, grazie, e sono, come sempre, al lavoro.

G.: Fra le molte cose di cui ti stai occupando, hai anche curato un progetto editoriale molto interessante: l’antologia di racconti “L’Uomo Nero”. Di che si tratta e da che cosa è nata l’idea?

E.B.: “L’ Uomo Nero” è un laboratorio in forma di antologia che nasce nell’ombra (o al sole) del mio precedente libro, “La Resistenza del Maschio” (NN Editore), di cui abbiamo parlato diffusamente anche io e te. In quel libro indagavo i “modelli maschili”, cercando di proporre una visione “angolare” di come, dal mio punto di vista, sia possibile osservare alcuni cambiamenti dello stereotipo e alcune modalità nella relazione uomo-donna che gli uomini, i Maschi, stanno oggi proponendo. “L’Uomo Nero” nasce da queste premesse, ma stavolta la mia urgenza era di confrontarmi per capire se e come altre Autrici non necessariamente appartenenti al mondo della letteratura tout-court, cioè non scrittrici di libri, vedessero questa mia piccola ossessione: ho proposto loro di guardare lo stereotipo maschile e di raccontarlo, mettendo in evidenza i punti di rottura, di crisi, di fragilità e proponendo – e questa è stata la vera sfida – piccole svolte, piccole idee di cambiamento. ..Mi sto ricordando ora che noi due abbiamo dibattuto a lungo sul fatto che “Il Maschio” ti piacesse o no, se andasse bene o no (la sua psicologia, non il libro: n.d.r.): ti ricordi che ci siamo confrontate?

G.: Come no? Certo! Chi sono le Autrici?

E.B.: Sono sei donne che, in diversi momenti della mia esistenza, ho avuto il piacere e il privilegio di incontrare. Simona Giacomelli e Anna Scardovelli più di venti anni fa erano mie compagne di scuola di scrittura al “Piccolo Teatro” di Milano, la “Civica scuola di arte drammatica Paolo Grassi”. Di Simona ricordavo la capacità di dare alle parole una fisicità unica; di Anna invece, la capacità di costruire storie, riuscendo con grande velocità a definire e accostare fra loro i suoi personaggi. Ho chiesto loro di partecipare al progetto perché, dopo la scuola di drammaturgia, hanno deciso di percorrere altre strade esistenziali e professionali. Cristina Zagaria è una giornalista di “Repubblica” che lavora a Napoli e si occupa di cronaca nera: di lei avevo bisogno perché mi serviva qualcuno che conoscesse storie di uomini e divise, cioè di uomini che si muovono all’interno della società protetti e in nome di una forma, cioè, appunto la divisa; volevo che lei raccontasse queste storie, che per lavoro lei vive quotidianamente. Cira Santoro viene dal Teatro: possiamo considerarla una “donna di potere”, dove per “potere” intendiamo la capacità di stabilire le cose che accadono; lei mi interessava perché aveva da raccontare la storia abbastanza insolita di un “Maschio” e invitandola a raccontarla l’ho sfidata, perché non è donna di parola ma di azione scenica. Ho poi scelto una speaker radiofonica, Monica Stefinlongo, che dopo svariate interviste come questa finiva sempre col raccontarmi le sue rabbie per gli “Uomini Rosa”, come lei li chiama:sono così originali che così le ho detto che doveva provare a raccontarli. Infine c’è una poetessa, Elena Mearini, che scrive poesia anche quando scrive romanzi: del gruppo, lei è quella che, dal mio punto di vista, ha la distanza maggiore dal maschile e quindi volevo capire che cosa potesse raccontare chi “guarda da lontano”.

G.: A proposito di questo libro, noi due abbiamo ragionato anche sulla bellissima copertina e così mi hai fatto una domanda precisa alla quale ho forse dato la risposta sbagliata, perché non ne avevo colto la totale mancanza di nomi: insomma, non vengono indicati, come avviene di solito, né i nomi delle Autrici, né quello della curatrice (tu). Questa mia mancanza ti è quasi piaciuta: perché?

E.B.: Intanto voglio ricordare che la copertina è stata disegnata da Carmine Luino, un grafico che è più che un grafico, con il quale ho chiacchierato a lungo prima che ci proponesse questa copertina, che è stata subito accettata senza alcun cambiamento perché ho capito che Carmine mi stava capendo da “Uomo”, prima che da grafico: infatti ha interpretato benissimo quello che volevamo dire in questo libro. In copertina c’è un’ape regina con le ali quasi spiegate, mentre sul suo corpo è tracciato una sorta di labirinto con al centro un piccolo cuore: l’ape regina campeggia sul fondo rosa intenso e sulla scritta “L’uomo Nero. Stereotipi maschili raccontati dalle donne”. Per me copertina, immagine e titolo sono qui un unico modo di rappresentare ciò che abbiamo cercato di fare: la domanda basilare è “Che cosa sarebbe successo a Teseo se non ci fosse stato il filo di Arianna a guidarlo fuori dal labirinto? Come avrebbe fatto (e tu sai che questa del “come” è la domanda che mi accompagna nelle mie diverse scritture)? Avrebbe saltato i muri? Si sarebbe arrampicato? Avrebbe gridato? O avrebbe provato infinite volte a trovare la via di uscita, come spesso succede anche a noi donne in certi complicati momenti della nostra esistenza?” La copertina, insomma, bastava a se stessa, non servivano i nomi delle Autrici: le parole sono più che sufficienti a raccontare. Il mio pensiero di fondo è che i libri dovrebbero ritornare ad essere “contenuto” e non “contenitori” e, soprattutto, meno veicolo per trasportare l’immagine di chi li ha scritti: sono un po’ stanca – te l’ho detto anche un po’ di tempo fa – di dover sempre e comunque presenziare a me stessa per raccontare che cosa ho scritto. Il lavoro dell’Autore è scrivere e non c’è bisogno di “metterci la faccia” nel senso vero del termine: l’Autore la faccia ce la mette già con le sue parole. Magari, la provocazione ha dietro un pensiero: non servono un curatore, né i nomi delle Autrici; siamo “dentro”. Fra l’altro, alla fine del libro ogni Autrice ha raccontato se stessa nel modo che ha creduto più opportuno, mettendo ciò che vuole si sappia di lei e della sua vita: sono state scritte cose molto temere, private, personali. Insomma, le firme, le persone, ci sono, ma il libro dovrebbe vivere da solo: ecco perché in copertina abbiamo lasciato la sola Ape.

G.: Però le api sono molto presenti anche nel mondo del protagonista del primo racconto, “Nello sciame” di Simona Giacomelli: è un caso, o forse quel racconto è in qualche modo emblematico?

E.B.: I commenti che stanno arrivando ovviamente stilano una classifica dei racconti, perché ogni lettore ha il suo preferito: credo che il primo sia quello che più somiglia al mio modo di vedere “il Maschio”, perché il suo protagonista è un “Maschio che resiste” (per restare a parole che mi sono care) a una serie di richieste da parte del femminile che rientrano nello stereotipo della famiglia, del creare un nido prendendosi responsabilità e assumendo ruoli che sono stereotipati, ma anche necessari nella vita di coppia; la protagonista farà delle scelte, senza comprendere la forza della novità della proposta di questo “Maschio”. Quindi, prima di tutto questo racconto è emblematico per me; poi, l’idea che esista un microcosmo di piccoli insetti che lavorano tutti intorno a un insetto femmina, l’ape regina, e che si prodigano per il suo sostentamento, la sua riproduzione e che quindi lei sia al centro di tutto mi sembrava un bellissimo modello, antitetico a tutto ciò che quotidianamente raccontiamo in campo privato e professionale. E’ stato come sovvertire un punto di vista e giocare con questa ape, che il nostro grafico ha chiamato Arianna, in contrapposizione al fuco (che non compare all’interno del libro ma solo nelle cartoline promozionali che usiamo per parlare di noi ed è più piccolo e in campo azzurro); ci sembrava che questo sovvertimento potesse aiutare il lettore a comprendere il lavoro che abbiamo fatto.

G.: Qui stiamo trattando di donne che raccontano gli uomini, o una parte degli uomini con cui abbiamo a che fare oggi (questa è una ricerca all’interno dell’oggi): hai spiegato le tue idee, le tue motivazioni ma, anche andando in giro con “il Maschio”, come oramai chiamiamo tout-court il protagonista del tuo libro precedente, che reazioni hai raccolto da parte maschile e femminile attorno a questo problema?

E.B.: Dipende: in alcune situazioni sento che è importante porsi domande “al contrario” o, meglio, farsi domande diverse e quindi operare piccole forzature cercando di guardare più le luci che le ombre; altre volte, invece, vengo presa dallo sconforto, perché i ritorni personali e familiari di molte lettrici sono molto pesanti, e uscire dal tunnel e ricominciare a guardare al maschile in un altro modo risulta davvero faticoso. Se, in un primo momento, le reazioni degli uomini mi facevano sentire al posto giusto (“Stai dando voce a chi di noi sta facendo dei sacrifici, degli sforzi enormi per farsi capire”), in altri momenti, soprattutto nell’ultimo periodo, mi rendo conto che esiste una grande difficoltà profonda, soprattutto negli strati sociali meno evoluti, a parlarsi e comprendersi. Insomma: ogni tanto sento che è utile proseguire, ogni tanto sento che è faticosissimo, soprattutto perché non è semplice parlarne con le donne. A quasi due anni dall’uscita del mio “La resistenza del Maschio” ho notato che gli uomini mi ascoltano e parlano; le donne che seguono il mio stesso cammino lo condividono, magari anche dibattendo, come è avvenuto nel blog “La Ventisettesima ora” (blog al femminile del Corriere della Sera: n.d.r.), che si occupa con sondaggi e ricerche di capire dove stia andando l’Uomo, e quindi ha dato attenzione a questa antologia. Mi rendo anche conto, però, che lo spazio riservato all’osservazione dei modelli non contro, che non utilizzano cioè la parola “antagonista”, è ancora molto piccolo: si fatica a comunicare le cose piccole, mentre è più facile comunicare quelle eclatanti, ma io non ho scelta, perché è di questo che ora mi devo occupare; nei prossimi lavori però parlerò più di donne che di uomini. I modi per parlare di uomini e di donne sono differenti, e anche questa antologia ha un modo di parlare diverso dal “Maschio”: per continuare la ricerca, le strade devono essere sempre diverse. Ci vuole stupore nei confronti del mondo.

G.: Mi sembra la conclusione perfetta, anche perché, come diceva quel vecchio saggio, “più so e più so di non sapere”: quando si intraprende una ricerca, come stai facendo tu, in anni molto difficili, in cui la “questione femminile” più drammatica è legata a una drammatica condizione maschile, cercarne le ragioni e provare a risolverne cause e conseguenze come educatrici, come madri, è forse l’unica e necessaria via da percorrere.

E.B.: Mi piace molto quello che hai detto. Hai usato parole forti; “drammatica”; soprattutto hai detto che, visto che siamo madri (con tutto quello che questa parola può significare), se per noi non possiamo fare molto, quello che possiamo fare per i nostri figli è la sfida, è cercare di proporre modelli differenti: per farlo, dobbiamo essere propositive e positive, altrimenti non otterremo mai nulla.

 

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