“L’albatro”: chiacchierata con Simona Lo Iacono


“ L’albatro” , Simona Lo Iacono,

Neri Pozza Editore, 2019

Pagg. 224

€ 16,00

Simona Lo Iacono

Simona Lo Iacono, “ L’albatro”, Neri Pozza

Ci sono libri per i quali esiste un solo aggettivo, semplicissimo eppure esaustivo: bello.

Qualcuno, non capendo, potrebbe storcere il naso: “… Solo bello? Non anche “profondo, colto, raffinato, di agevole lettura?” Certamente: tutto questo e anche di più, come vedremo, ma trovo che bello sia, in alcuni casi, l’aggettivo perfetto.

Prendete, per esempio, “L’albatro”, il nuovo romanzo di Simona Lo Iacono pubblicato da Neri Pozza:vi avvolgerà fino a rivelarvi la sua anima delicata e alla fine della lettura vi verrà spontaneo dire, come ho fatto io: “Bello questo libro, proprio bello”.

L’albatro è una creatura libecciosa e marinara” disse la madre. “Come un cane fedele al guinzaglio delle navi. Tenacissimo, non abbandona il capitano nemmeno nella disgrazia. Dritta o storta, l’albatro continua a seguire la sorte del suo capitano, fino a che il vento, il tracollo e la tempesta non lo costringono a inabissarsi”.

A parlare è Beatrice Mastrogiovanni Tasca di Cutò: la ascolta in silenzio, rapito, suo figlio il principuzzo, lì con uno stranissimo bambino, Antonno. Inseparabili (“respiravamo all’unisono”), il principuzzo, l’adulto e oramai morente Principe Giuseppe Tomasi di Lampedusa, lo ricorda bene in un diario scritto più per accontentare la sua amatissima moglie ed ingannare la mente inquieta e il corpo consumato da una terribile malattia, che per desiderio letterario.

In quegli ultimi giorni della sua vita, l’autore de Il Gattopardo è deluso e amareggiato, perché il romanzo viene ripetutamente rifiutato dagli Editori: sperso nel torpore di una stanza di ospedale, tuttavia è così che ritrova gli antichi giorni pieni di luce di una fatidica estate dell’infanzia in quella estate che, essendo l’ultima della sua vita, è altrettanto fatidica. Di diari, anzi, ne scrive contemporaneamente due: nel primo racconta con delicato fatalismo la grigia e dolente quotidianità del malato terminale, scandita dalle oramai inutili terapie e alleggerita solo dalle visite della moglie, la psicoanalista Alexandra Wolff Stemersee; nell’altro il principe ritrova Antonno, presenza fedelissima della sua infanzia e anche – a sorpresa? – di quell’ultimo scorcio della sua esistenza.

Del resto, anni e anni prima, dopo avere ascoltato le parole della principessa sull’albatro, lo strano, strampalato, tenerissimo Antonno aveva detto al nobile amichetto: “Principuzzo, io a vossìa ci farò l’albatro: … nun la lascerò mai, a vossìa. Con tempo bonu o tempo tintu”.

E così sarà.

Ne “L’albatro” il lettore troverà pagine struggenti e poetiche, che tuttavia non furono mai scritte dall’Autore de Il Gattopardo, perché sono il frutto della fantasia e del talento letterario di Simona Lo Iacono, che immagina una storia incantata che – infatti – incanta: un meraviglioso apocrifo ha scritto Simona Lo Iacono, tanto più credibile e perfetto in quanto costruito con attenzione meticolosissima alla realtà storica e nel quale, come in ogni opera dell’Autrice, non mancano una figura magica e un mistero.

Raccontando la vicenda immaginaria che affianca GiuseppeTomasi di Lampedusa e l’inseparabile Antonno, Simona Lo Iacono ricostruisce anche la reale biografia umana e letteraria dello scrittore siciliano, la sua fitta e importante parentela, lo stile di vita sontuoso e molle che accompagnava l’alta nobiltà del suo tempo, di cui faceva parte; ci racconta di come venissero organizzate la quotidianità e la gestione delle numerose proprietà dei ricchi, quali fossero le gerarchie, le mansioni e la mentalità della servitù così come quella, spesso vacua e inoperosa, dei padroni; ci descrive persino gli arredi dei palazzi, i capi di abbigliamento dei più facoltosi e dei poveri, i lussi e le ipocrisie di un mondo ed una società decadenti che, alla vigilia del primo conflitto mondiale, si avviavano all’ineluttabile fine senza neppure rendersene conto.

Ma (avvertivo all’inizio) questo è un libro incantato, oltre che bello. L’incantamento sta nel convincere il lettore che a parlare in prima persona sia davvero Tomasi di Lampedusa, e non l’Autrice, e che il protagonista sia proprio lui, il Principe: in realtà al centro di tutta la storia c’è il piccolo Antonno, strana e straordinaria creatura che dice e fa tutto al contrario. Così, mentre balla e dice che sta fermo, ride e dice che piange, nuota e dice che vola, il legame fra lui e il principuzzo diventa sempre più forte e determinante, anche per la sua futura vocazione letteraria.

E’ Antonno l’albatro del titolo, fedele al suo capitano nella buona e nella cattiva sorte: non mancherà un magnifico colpo di scena a confermarlo.

Fin dal suo arrivo in libreria, poche settimane fa, L’albatro ha catturato lettori e critica: sarà presto pubblicato in francese, olandese, spagnolo, catalano, tedesco e rumeno e si è aggiudicato il premio “Gino De Agro’“- sezione letteratura; non bastasse, dopo solo un mese dalla pubblicazione è andato in ristampa.

… Se il buongiorno si vede dal mattino…

In conclusione, come ho premesso, “L’albatro” è un romanzo bello, anzi bellissimo e, come è successo a me, dopo la sua lettura magari vi verrà voglia di riprendere in mano Il Gattopardo, anche con un pensiero di pietoso rispetto per il suo geniale e sfortunato Autore.

L’AUTORE:

Simona Lo Iacono, nata a Siracusa, è magistrato presso il tribunale di Catania; nel 2008 ha pubblicato il primo romanzo, Tu non dici parole (G. Perrone), seguito da Stasera Anna dorme presto (Cavallo di ferro, 2011), Effatà (Cavallo di ferro, 2013), Le streghe di Lenzavacche (edizioni E/0, 2016), selezionato tra i dodici finalisti del Premio Strega di quell’anno, Il morso (Neri Pozza, (2017). L’albatro (Neri Pozza, 2019) è il suo nuovo romanzo.

Ecco l’intervista a Simona Lo Iacono, il cui sonoro trovate in alto, nella sezione audio di questa pagina.

Canzone consigliata: “Vi ravviso, o luoghi ameni”, da “La sonnambula” di Vincenzo Bellini su libretto di Felice Roman.

Giancarla: Con noi c’è Simona Lo Iacono, nelle librerie da poco ma già nel cuore dei lettori con il romanzo “L’albatro” (Neri Pozza Editore). Ben ritrovata, Simona, grazie per essere qui. Ti ho detto fuori onda che questo è un libro incantevole, nel quale hai recuperato un protagonista struggente della nostra letteratura, GiuseppeTomasi di Lampedusa, autore de Il Gattopardo. Come è nata l’idea?

Simona Lo Iacono: In realtà, mi stavo attardando nella mia libreria nella ricerca di tutt’altro. Io mi occupo come volontaria di detenuti minorenni e cercavo I Civitoti in Pretura di Nino Martoglio per proporre ai ragazzi l’esperienza della messa in scena di un processo, per altro un po’ strambo, perché giocato sul dialetto e sulle parole: il progetto si chiamava “A partire delle parole” e io pensavo alla rieducazione, appunto, a partire dal linguaggio e dalla responsabilità nel suo uso. Scartabellando nella libreria, invece di imbattermi quello che cercavo, ho trovato una vecchia edizione tutta ingiallita de Il Gattopardo appartenuta a mia madre, una delle primissime della Feltrinelli, con la prefazione di Giorgio Bassani, che racconta di quando, nel 1954, Giuseppe Tomasi di Lampedusa accompagnò a San Pellegrino Terme il cugino, il poeta Lucio Piccolo (figlio della sorella della madre, Beatrice Tasca di Cutò), in un convegno letterario nel quale Autori già affermati presentavano degli esordienti: fu Montale a presentare Lucio Piccolo. Giuseppe Tomasi lo accompagnava in qualità di parente stretto, di affettuosa compagnia. Giorgio Bassani ricorda che i due gentiluomini siciliani si fecero veramente notare, perché sembrava che avessero portato a San Pellegrino la Sicilia del secolo prima: erano molto ben vestiti e affascinantissimi, viaggiavano su un’auto “vecchia maniera” e, soprattutto, dovevano essere persuasi che nell’albergo non ci fosse nulla, visto che si portarono dietro persino lenzuola, federe dei cuscini, asciugamani; oltre a tutto questo armamentario, avevano – e la cosa destò un certo scalpore – un servuzzo, cioè un domestico che però li accompagnava non con il piglio della persona subordinata, ma nel ruolo del soccorritore amorevole. Ecco: io sono rimasta bloccata, incantata da questo servo. In realtà, non mi ha colpito tanto la bizzarria di due gentiluomini siciliani così demodè – anche – quanto la devozione del servo e ho subito iniziato a immaginare che nella biografia di Giuseppe Tomasi, in un’estate infuocata del 1903, quando ha pochissimi anni (perché Tomasi di Lampedusa, nel 1903 ha solamente sette anni) ci fosse questo personaggio coetaneo non del suo stesso lignaggio, umilissimo, defilato. Il connubio fra il principino, che viene cresciuto con tanti riguardi da una delle famiglie più altolocate della Sicilia, e questo servuzzo umilissimo ma devoto è stato il la che mi ha consentito di andare avanti nella astrazione: infatti è tutto un rincorrersi di sguardi, di occhiate fra l’uno e l’altro personaggio… E’ stata anche una occasione magnifica per ripercorrere, anche attraverso gli epistolari e colloqui con l’erede di Tomasi di Lampedusa, tutta la biografia del Principe, che non è nota e anzi appare secondaria rispetto alla mole poderosa de Il Gattopardo.

G.: Da lì è partita, come hai già accennato, una ricerca che mi verrebbe da definire matta e disperatissimae anche io, contemporaneamente alla lettura, ho ripercorso con te tutta la storia di tutti i moltissimi e importanti parenti stretti del grande scrittore, ciascuno dei quali ha avuto, a sua volta, una vita da romanzo. E’ incredibile come tu riesca a sintetizzare un mondo solo accennandolo con le toilettes delle signore, con uno sguardo del padrone, con l’atteggiamento del servitore…

S.L.I.: Appena ho avuto l’idea di queste due figure, che in qualche maniera si completano a vicenda e vivono l’una nell’altra con un rapporto davvero amorevole, ho capito che quello che mi interessava era far luce sull’infanzia: quindi, l’albatro e Tomasi di Lampedusa bambino mi offrivano l’occasione di ispezionare quest’epoca della vita umana che solo in apparenza è spensierata. In realtà, l’infanzia è un’età nella quale il bambino manca di esperienza ma non di sensibilità ed intelligenza e quindi si confronta con i grandi misteri dell’Uomo né più e né meno di come fanno gli adulti: solo, lo fa con una voglia di sognare e di prefigurarsi il proprio futuro che per me è quanto di più struggente esista nella parabola umana. Però per incanalare tutto questo nella vita “vera” che Giuseppe Tomasi ha avuto (perché non è un personaggio letterario, ma è stata una persona in carne e ossa che oramai io considero una specie di “zio”) mi sono dovuta impadronire non soltanto della sua vita e del periodo storico in cui è vissuto, ma anche dei rami della sua famiglia, perché tutti hanno avuto un ruolo nella sua crescita. Così ho cercato di approfondire nella maniera più minuziosa possibile tutti i particolari che sicuramente avevano avuto una sorta di immanenza nella sua esperienza umana: così ho individuato alcuni filoni, alcune famiglie, alcuni personaggi fondamentali per Tomasi e mi sono lanciata nel racconto. Io per prima ho fatto tantissime scoperte e quindi, mentre lo scrivevo, mi sono goduta “il viaggio”.

G.: Il libro segue due ordini temporali: da un lato fai raccontare a Tomasi di Lampedusa, in clinica perché colpito da un terribile male, i suoi ultimi giorni; dall’altro, sempre facendolo parlare in prima persona, gli fai ricordare (ma a parlare è il bambino che è stato) alcuni giorni della sua infanzia e dunque la straordinaria presenza di quell’altro bambino così unito a lui e, al tempo stesso, così differente. Praticamente siamo di fronte ad un apocrifo perfetto, da cui l’incantamento che dicevo prima, che fa pensare al lettore che davvero stia leggendo uno scritto autobiografico. Come sei finita nell’incantamento?

S.L.I.: Ci sono finita perché era un esercizio che già mi apparteneva. Per alcuni anni ho curato per il quotidiano La Sicilia la rubrica Scrittori allo specchio: ciascuno degli  Autori dei quali mi “appropriavo” parlava sempre in prima persona perché si metteva, appunto, davanti allo specchio; ho fatto “parlare” Giacomo Leopardi, Dante, Luigi Pirandello, Anna Frank, Alda Merini… Grazie a quell’esercizio, limitato a poche battute, ho imparato a interpretare nel poco tempo narrativo che mi era concesso il personaggio e a cogliere l’essenziale della sua vicenda: qui ho utilizzato la stessa tecnica, solo che nel romanzo lo spazio narrativo è superiore. Ho cercato di non assimilare la voce di Giuseppe Tomasi, perché non volevo ricalcare il suo stile ma che parlasse attraverso la mia voce: ho cercato di farmi attraversare dal suo mondo per portarlo all’esterno leggendo, immergendomi negli epistolari, cercando di capire attraverso i documenti dell’epoca, i documentari e il bellissimo film di Roberto Andò Il manoscritto del Principe quali fossero le atmosfere e quale il suo modo di porsi davanti alla realtà. Così sono riuscita, in qualche modo, a dargli voce in due momenti estremi della sua vita: egli parla sì in prima persona, ma da bambino e da morente, cioè all’inizio e alla fine della sua vicenda umana. All’interno del romanzo, Giuseppe Tomasi comprende che l’infanzia è una stagione della vita prossima alla morte, perché sia l’inizio, sia la fine della vita sono vicinissimi al mistero: ciò che ci precede e ciò che ci attende. In entrambe queste epoche l’Uomo è disarmato, innocente, fragilissimo: da bambino non ha i denti per affrontare la realtà e poi li ha perduti perché, appunto, è morente e quindi in una fase di grande debolezza. Queste due fasi si somigliano e quindi corrono parallele per tutto il corso del romanzo.

G.: La prosa ovviamente è la tua, ma l’animo è quello di Tomasi: chi abbia letto Il Gattopardo riconosce certe atmosfere, l’illanguidimento, il guardare alla vita con il fatalismo dello sconfitto che però alla fine sarà vincente perché, anche se, purtroppo per lui, solo dopo la morte del suo Autore, il romanzo è diventato il grande successo che sappiamo. Non vorrei sembrarti troppo banale, ma c’è la “sicilianità” di questo atteggiamento nel “tuo” Tomasi di Lampedusa?

S.L.I.: Sì, c’è un atteggiamento che sicuramente fa parte del carattere dei Siciliani: è proprio per questo che al gattopardo ho contrapposto l’albatro, perché la sicurezza del bimbetto Antonno, che offre a Giuseppe Tomasi di Lampedusa uno sguardo sulla realtà del tutto diverso, è il contraltare di questo tipo di atteggiamento: Antonno sta accanto a Giuseppe ma fa, vive e pensa tutto al contrario di lui; ha un atteggiamento che non concilia la visione della vita di Tomasi, ma la spiazza e la decodifica; gli offre uno sguardo non soltanto trasognato, ma che va al di là delle apparenze, persino al di là delle stesse condizioni del principe, sia quando questi è bambino, sia da adulto (perché alla fine dei suoi giorni Giuseppe Tomasi lo rievocherà). Quindi sì, è vero che c’è questo atteggiamento tipico della mentalità siciliana, nato dal fatto che le nostre popolazioni hanno imparato a fare della sopravvivenza un’arte, però volevo fosse controbilanciato da un atteggiamento di natura spirituale molto forte. Antonno, bimbetto tutto storto, sgangherato, che indossa la camicia al rovescio, inizia a contare dalla fine e non dal principio, che “respira” con le orecchie e pensa che per nascere si debba morire è veramente il contraltare del Gattopardo: per questo amo dire che il Gattopardo ha le unghie, ma l’Albatro ha le ali. C’è una forte contrapposizione anche a livello simbolico fra un animale “di terra” e in qualche modo “rapace”, perché la famiglia di Giuseppe Tomasi è comunque vicina all’idea del possesso, del feudo, di una vita vissuta nel privilegio: basti ricordare che nessuno della famiglia Tomasi lavorava, vivevano di rendita, e infatti la moglie Alexandra von Wolff-Stomersee, verrà molto avversata dalla madre dello scrittore, Beatrice Cutò, perché è una donna che lavora e porta nella famiglia una visione della vita non conforme a quanto nella casata si è sempre fatto. L’albatro destabilizza questa visione. Quindi è vero che racconto la vita di Giuseppe Tomasi col suo sguardo, però a questo si contrappone la diversa visione della vita del piccolo Antonno, che alla fine sarà anche responsabile della vocazione letteraria del Tomasi, perché aiutandolo a guardare la realtà da un altro punto di vista gli consegna la capacità di guardare le cose a partire dal loro contrario, superando le apparenze. Questo è la poesia: vedere nell’ordinario lo straordinario, nel brutto il bello, nella quotidianità l’eccezionalità… Lo sguardo che Antonno consegna a Giuseppe Tomasi fa nascere nel principe la sua vocazione letteraria: naturalmente si tratta di una mia invenzione, ma mi è piaciuto vedere la sua vita anche sotto questa luce, restituendogli un margine di speranza che nella realtà, magari, gli sarà mancato.

G.: Anch’io ho in casa una antica edizione de Il Gattopardo acquistata da mia madre, pubblicata da Feltrinelli nel 1969 e arricchita da una magnifica introduzione firmata dal figlio dello scrittore, Gioacchino Lanza Tomasi, che spiega il tormento dei due anni che hanno portato alla scrittura di questo che io continuo a pensare sia un capolavoro. Ma, a proposito di gattopardate, Simona Lo Iacono non vi sta dicendo che questo romanzo è anche un giallo e il colpo di scena che contiene vi spiegherà quanto ci ha adesso raccontato del grande amico del principuzzo, il meraviglioso bambino Antonno.

S.L.I.: … Non sarebbe un romanzo se non ci fosse di mezzo anche un mistero.

G.: E infatti c’è: poi mi piace ricordare che, anche se è uscito da poco, il romanzo sta “volando” anche oltre i confini nazionali, vero?

S.L.I.: Effettivamente questa è un’altra che cose incredibili che stanno succedendo: ci sono richieste di traduzione all’estero. Il romanzo per fortuna si è fatto strada sulle ali sgangherate dell’albatro e ci stiamo godendo queste cose belle e inaspettate. Posso solo dire che ho grande gratitudine verso il personaggino dello storto Antonno, perché quando scrivevo di lui ho vissuto uno stato di grazia; mi piaceva tanto curare le parti relative a Giuseppe Tomasi dandogli voce quando era morente e quando era piccolino, ma quando parlavo dell’albatro davvero scrivevo con grande leggerezza e gioia. La parte dedicata a Giuseppe Tomasi era sempre più faticosa, perchè prevedeva la ricostruzione storica alla quale mi sono attenuta scrupolosamente, non volendo fare errori per restituire alla persona la sua vicenda umana con tantissimo rispetto non solo verso chi non c’è più, ma anche per i familiari che restano, a cominciare dal
gentilissimo figlio Gioacchino Lanza: …quando scrivevo di Antonno, però,
in me c’era sempre la felicità dell’albatro

G.: Certamente, perché l’albatro – tu lo sai – sta sempre accanto al suo capitano, e quindi…

S.L.I.: … Quindi è stato vicino anche a me…

G.: …Perché, in questo caso, il capitano sei tu…

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