“Iconic Callas”: chiacchierata con Massimiliano Capella

Massimiliano Capella, “ICONIC CALLAS”, Centauria (2018)

Pagg 144, rilegato

€ 19,90

 

 

 

 

 

 

“Iconic Callas. Vita, passioni e fascino in uno stile unico oltre le mode”: chiacchierata con Massimiliano Capella

 

Quante pagine sono state scritte su Maria Callas, la “Divina“, l’acclamatissima primadonna assoluta della Scala, la diva criticata per il carattere capriccioso e volitivo, la donna chiacchierata per la sua infelice storia d’amore con Aristotele Onassis? Migliaia, ovviamente.

Ma la Callas, la “Divina“, l’acclamatissima primadonna assoluta della Scala, la diva criticata per il carattere capriccioso e volitivo, la donna chiacchierata per la sua infelice storia d’amore con Aristotele Onassis fu anche una straordinaria icona di stile, un punto di riferimento per la moda degli anni ’50 e ancora oggi fonte di ispirazione per molti stilisti: di questo aspetto, pure molto importante, della sua vita si è parlato molto meno, quasi lo si è dato per scontato.

Quella proposta da Massimiliano Capella nel suo bel libro“Iconic Callas”,(Centauria), è invece la biografia del grande soprano raccontata dal punto di vista dello studioso della Moda e del Costume, che anche grazie ad un selezionato e ricco corredo iconografico mostra al lettore come Maria Callas, da ragazzotta sovrappeso ingoffata da abiti sbagliati, si sia trasformata in una donna raffinatissima ed elegante, tanto sublime da dettare moda: una vera a propria icona di stile, insomma.

La data spartiacque è il 1954. Maria Callas, affidata dal marito- pigmalione Giovan Battista Meneghini alle sapientissime mani della “sarta” milanese Biki (“sarta”: lei detestava sentirsi definire “stilista”), abbaglia il pubblico: inaspettatamente è magra, sofisticata, elegantissima. La trasformazione è talmente straordinaria che, come si conviene ad una Diva, nasce la leggenda del suo dimagrimento dovuto, si favoleggiava, dall’avere ingerito nientemeno che una tenia, bevendola da una coppa di champagne (noblesse oblige). In realtà, la “nuova” Callas appare così dopo una dieta durissima, rispettata con ferrea volontà, che porta il suo peso dai quasi cento chili dell’inizio a poco più di cinquanta: è un successo, un altro, straordinario.

Il suo nuovo guardaroba personale, curato soprattutto da Biki ma arricchito in seguito anche da straordinarie creazioni di Christian Dior e Yves Saint Laurent, è favoloso per numero, bellezza e ricchezza di mises, per non parlare dei gioielli, delle borse, delle pellicce.

Da quella data, anche grazie alle riviste femminili che lo esaltano e lo ripropongono anche per la gente “comune”, non ci sarà donna che non adotti qualcosa dello “stile Callas”: che si tratti di un certo modello di abito, di un colore, di un accessorio (cappelli, turbanti e guanti, soprattutto), in tutto il mondo la Maria Callas icona di stile detta legge in materia di eleganza, fascino e femminilità .

Ancora oggi, suggerisce l’Autore, molte passerelle d’alta moda attingono a fotografie e bozzetti delle creazioni pensate per la Diva e indossate esclusivamente da lei.

Gli abiti, quelli veri, invece, sono andati quasi del tutto perduti: nel 1961 fu lei stessa, in uno dei suoi famosi e brucianti impeti, a distruggerli con gesto teatralissimo quale solo lei poteva osare, gettandoli in un falò che arse per ben due giorni, tanto sterminato era il suo guardaroba.

 

L’AUTORE: 

Massimiliano Capella è professore di Storia del Costume e della Moda e direttore scientifico di ARTE MODA ARCHIVE presso il Centro Arti Visive dell’Università degli Studi di Bergamo. È curatore di mostre internazionali dedicate alle relazioni tra Arti Visive e Moda e autore di importanti volumi sui medesimi temi. Nel 2016 ha curato la mostra “Maria Callas. The exibition”.

Ecco l’intervista a Massimiliano Capella, il cui sonoro trovate in alto, nella sezione audio di questa pagina. 

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Giancarla: Non stupisce di certo che un professore di Storia della Moda e del Costume si occupi di una protagonista della storia del costume e della moda come Maria Callas, però ai più giovani o a chi non sia appassionato di lirica può sfuggire quanto Maria Callas sia stata – e forse ancora sia – “iconica”, come recita il titolo del suo libro.

Massimiliano Capella: Tre anni fa ho curato una grande mostra, “Maria Callas- The Exibition”, dedicata al percorso artistico di Maria Callas: in quell’occasione, approfondendo l’aspetto bibliografico dedicato a lei, mi sono reso conto che tutti trattavano in modo superficiale o marginale il suo essere stata (ed esserlo ancora oggi) una icona di stile, un punto di riferimento per l’eleganza degli anni ’50 e ‘60. Così ho sentito l’esigenza di riunire tutto il materiale, in parte anche inedito, fatto di bozzetti, figurini, studi e, soprattutto, la bibliografia che in quegli anni trattò di Maria Callas esclusivamente per celebrare il suo essere icona di stile e creare questo che è veramente il primo libro con un taglio esclusivamente fashion sulla figura di Maria Callas. Anche guardando le sfilate di moda delle grandi Case ci rendiamo conto che Maria Callas è stata celebrata in più di una occasione non solo dalla Moda italiana, ma anche da quella internazionale: questo fa capire come ancora oggi il suo essere fuori dal tempo non solo per la voce straordinaria ma anche per l’eleganza che ha saputo interpretare sia assolutamente moderno, contemporaneo.

G.: Se si cerca sul dizionario il significato dell’aggettivo “iconico” si legge: “fondato sull’immagine; relativo all’immagine”. Anche se non sembrerebbe, in realtà queste due definizioni non sono propriamente equivalenti: la prima suggerisce una adesione al concetto di “immagine” molto più sostanziale. E’ d’accordo? Ed eventualmente: a quale delle due la Callas aderisce di più? Parlando della Callas si affronta una questione meramente estetica o, attraverso l’estetica, si arriva a qualcosa di più sostanziale?

M.C.: Un po’ dell’una cosa, un po’ dell’altra: secondo me, Maria Callas per la sua trasformazione fisica da “matrona”, come la definì Camilla Cederna nel 1951, a “filiforme mannequin”, come venne poi definita da Emilio Schuberth nel 1958 (non dimentichiamo che la Callas in quegli anni arrivò a sfiorare i cinquantaquattro chili) ha utilizzato la sua figura  – e quindi la sua “estetica”, conquistata veramente a fatica – per trasformare anche la sua arte canora. Si tratta di aspetto della questione veramente straordinario: attraverso la sua trasformazione fisica e il suo diventare un personaggio legato alla moda e al costume di quegli anni, Callas ha trasformato anche la sua arte teatrale canora, la sua recitazione in palcoscenico.  Dunque possiamo tranquillamente dire che il suo essere iconica sia veramente di sostanza perché, a maggior ragione, la sua collaborazione con registi suoi amici, come Luchino Visconti o Franco Zeffirelli, grazie ad una fisicità completamente ridefinita, fra il 1953 ed il ’54 ha fatto nascere una nuova Callas da un punto di vista estetico, ma anche artistico.

G.: E di questo dimagrimento si favoleggiò: si diceva che avesse bevuto una tenia da una coppa di champagne. In realtà fu il frutto di una volontà ferrea, come si legge benissimo nel libro: però possiamo dire che sia stato anche un gesto rock, di ribellione, perché in quegli anni c’era la convinzione che una cantante lirica dovesse essere sovrappeso. Ma allora, una icona di stile deve infischiarsene delle convenzioni?

M.C.: Sì. Se pensiamo alle grandi icone di stile, anche di quegli anni, è evidente che sono diventate tali perché rompono con la tradizione: Audrey Hepburn, diventata icona di stile, certamente non aveva la fisicità che apparteneva al modello dell’epoca, cioè le maggiorate degli anni ’50. La Callas ha certamente interrotto la tradizione che voleva la cantante lirica matronale, imponente, sovrappeso, anticipando di trenta, quaranta, cinquant’anni le nuove tendenze del teatro, che impongono figure straordinarie e bellissime, molto più vicine alle modelle e alle attrici, che non alle “vecchie” cantanti liriche. Cantanti come Anna Netrebko o Elīna Garanča, le dive contemporanee del canto, sono in linea con la Callas icona di stile, cioè post-1954, che rompe con la tradizione delle cantanti un po’ sovrappeso anche dei decenni successivi,  come una Caballè degli anni ’70, che certamente aveva una delle vocalità più straordinarie mai ascoltate ma anche una fisicità importante.

G.:  Anche del guardaroba della Callas si è sempre favoleggiato: in effetti, le fotografie, tutte bellissime e molte delle quali si possono trovare nel libro (e mi complimento anche per il corredo iconografico dell’opera) ci mostrano mises incredibili  non solo per numero, ma anche per qualità, originalità e valore.  Al di là dei tanti stilisti che l’hanno vestita, secondo lei ci sarebbe stata l’iconicità della Callas senza Biki?

M.C.: No, ma – e lo dico con forza – l’iconicità della Callas non ci sarebbe stata nemmeno senza Giovan Battista Meneghini (suo marito: n.d.r.). In questi mesi si parla molto del film- documentario “Maria by Callas”, presentato nei più importanti Festival internazionali, che “maltratta” Meneghini utilizzando le parole di Callas in una intervista del 1971. Però va detto che senza l’aiuto psicologico, emotivo, economico di Giovan Battista Meneghini non ci sarebbe stato il “fenomeno” Callas e poi nemmeno la Callas icona: lei stessa, in una intervista del 1958 che pubblico nel libro, dice che se è così bella ed elegante, così attenta allemises e agli abiti, è perché così la vuole suo marito. Lei lo sottolinea, così come quando dice che tutti pensano che il rosso sia il suo colore preferito, mentre lo è del marito, perché i preferiti dalla Callas erano verde e turchese: sono precisazioni che nel libro faccio. Addirittura, pubblico alcune lettere scritte dall’America da Meneghini a Biki nel 1958, in cui la ringrazia per il successo strepitoso della Callas non solo come cantante, ma anche per le mises che la stilista aveva creato.

G.: Ha ragione, professore: Meneghini ha davvero fatto tanto in tutti i sensi per questa donna comunque straordinaria, compreso rimanere nell’angolo…

M.C.: Esatto. Un talento comunque straordinario come la Callas (perché lei era una extraterrestre!), come tutti i grandi talenti deve essere supportato da chi ci crede investendo tempo, energia e tanti soldi, altrimenti non esplode, o esplode tardi o molto parzialmente: questa è la verità. Quindi l’importanza di Meneghini è straordinaria: è stato lui a portarla la prima volta nell’atelier di Biki in Via del Senato, 8 (a Milano: n.d.r), insistendo perché diventasse una donna elegante, raffinata: era la volontà dell’uomo di provincia, il veronese che vuole affrancarsi attraverso la moglie oramai primadonna assoluta alla Scala fra il ’51 ed il ’53, quando avviene la trasformazione.

G.: Però si dice (e lei riporta l’episodio nel libro) che la Callas abbia bruciato i suoi abiti…

M.C.: Sì, e non è una leggenda. Fin da ragazzino sentivo parlare di questo celebre “falò” della Callas. Pensi che quando andai a cercare per le mie mostre gli abiti di Callas mi dissero che purtroppo di originali del suo guardaroba ce ne sono pochissimi, suddivisi in due o tre collezioni private, perché lei li aveva bruciati: gli altri sono dei falsi o delle repliche. Però io ho avuto la fortuna di incontrare più volte la guardarobiera e cuoca di Maria Callas, Elena Pozzan, che oggi è una lucidissima signora di più di novant’anni che vive a Milano: è stata lei a raccontarmi tutti i dettagli, che ho riportato nel libro, del guardaroba, delle predilezioni della Callas e anche del celebre “falò”, che durò due giorni, acceso nel 1961 nel giardino della casa milanese di Via Buonarroti poco prima che la Callas si trasferisse definitivamente a Montecarlo e Parigi. Lei lo decise, come gesto sprezzante un po’ perché non poteva trasportare un guardaroba così imponente e un po’ come segnale che voleva cambiare vita. Quando lasciò Meneghini tagliò la sua celebre chioma, e volle anche cambiare guardaroba. E’ legittimo: sono questi i primi cambiamenti che facciamo quando vogliamo cambiare vita. Ma c’è un’altra ragione: la Callas propose alla sartoria della Scala i suoi costumi di scena (in quegli anni gran parte degli abiti di scena, indossati in produzioni anche molto diverse, era proprietà dei cantanti), ma il teatro rifiutò rispondendo che, oltre ad avere già quelli di sua proprietà per le produzioni scaligere, non aveva spazio per altri. Allora lei decise di bruciarli, magari anche come reazione, visto il suo temperamento, che sappiamo… “acceso”..!

G.:.. Potremmo dire, con una facile citazione, “… di quella pira l’orrendo foco…”!

M.C.:…Già, anche per via del “ Trovatore” che lei interpretò…

G.P.: … Ma se lei si guarda in giro, le capita di dire di una persona che incontra per strada: “Ha stile”? Che cosa è lo “stile”?

M.C.: Beh, lo Stile è “personalità”: senza una personalità spiccata, “di rottura”, non convenzionale, non ci può essere un vero Stile. Oggi si fa veramente fatica a trovare uno stile significativo, decisivo, perché c’è appiattimento, c’è un livellamento verso modelli molto comuni e molto bassi: ci sono attrici e cantanti molto belle, ma non hanno personalità di rottura, innovative,  molto difficili da trovare. Tutto quello che io vedo è “già visto”: anche le sfilate di moda – guarda caso – ci sorprendono quando vediamo la riproposizione di modelli d’archivio, che sono stati importanti venti o trent’anni fa. Vengono riproposti con qualche variante, certo, ma oggi sembra impossibile vedere qualcosa di innovativo. Attendiamo: sono fasi generazionali. Certamente, da un punto di vista creativo, pensando allo Stile, questa non è una fase particolarmente ispirata, ma dopo fasi poco ispirate nascono i Grandi Geni che rompono con la tradizione. Insomma, attendiamo fiduciosi.

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