“Chi manda le onde”: chiacchierata con Fabio Genovesi

Fabio Genovesi, “Chi manda le onde”
Mondadori
2015
pagg 392 

€ 15,00

con Fabio Genovesi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il mare quotidianamente consegna agli uomini dei doni: certo a volte sembra ciarpame e altre spazzatura, ma a chi sa guardare le cose dal lato giusto riserva grandi tesori.
Luna, la bambina con i capelli bianchi e gli occhi trasparenti, ne raccoglie ogni giorno almeno uno, come suggerisce suo fratello Luca, meraviglioso diciassettenne padrone del mondo e della vita. Luna ama profondamente Luca, così sano, bello e perfetto, mentre lei è albina e, suo malgrado, deve difendersi dal sole, dalla luce e dalle cattiverie.
E poi c’è Serena, bellissima quarantenne fuori da ogni schema e madre di entrambi, innamorata dei suoi figli e capace, sembrerebbe, di vivere alla giornata. Ma c’è anche Sandro, una specie di adolescente di quarant’anni che sta ancora da mamma e papà e frequenta altri due coetanei che, in quanto a maturità e realizzazione nella vita, sono messi peggio di lui.
A questa bella squadra si aggiunge Zot, il bimbo di Cernobyl che parla l’italiano forbito e antiquato che ha imparato ascoltando i dischi di Claudio Villa, Robertino e Gino Latilla, i suoi idoli musicali.
Zot, buffo, tenerissimo e nato già un po’ vecchio, è arrivato in Italia per una vacanza di salute e ora, dopo che già era stato abbandonato alla nascita in un orfanotrofio, viene dimenticato in Versilia non solo dal suo stesso gruppo (che incredibilmente rientra in Ucraina scordandosi di lui), ma persino dalla madre adottiva pro-tempore; perenne vittima del bullismo dei compagni di scuola e di un professore idiota, si ritrova affidato a Ferro, strambo ex bagnino di Forte dei Marmi che, convinto che gli vogliano portare via la casa per farne una mega villa, vuole sparare ai Russi, i nuovi miliardari che si stanno comperando il paese.
Su tutto e tutti, il MARE.
Basta, mi fermo qui: ce ne è già abbastanza per capire quanto ricco sia il romanzo di Fabio Genovesi “Chi manda le onde” (Mondadori), vincitore del Premio Strega Giovani 2015 e presente nella cinquina finale del Premio Strega.
Quasi 400 pagine fitte fitte, divertenti e commoventi, che non fanno mai smarrire al lettore il senso del racconto: e il lettore, infatti, resta saldamente attaccato alla storia e ai suoi protagonisti.
Come avevo anticipato, ne ho parlato con Fabio Genovesi, nato a Forte dei Marmi nel 1974 e già autore per Mondadori dei romanzi “Versilia Rock City” ed “Esche vive”, tradotto in dieci Paesi (tra cui Stati Uniti e Israele), del saggio “Morte dei Marmi” e di “Tutti primi sul traguardo del mio cuore”. Collabora con il “Corriere della Sera” e “Glamour”.

Ecco l’intervista, il cui originale sonoro trovate in apertura di pagina, nella sezione audio .
La post produzione audio è stata curata da Francesco Radoani

 

Giancarla: Partiamo con una domanda “facile facile” (… chi ha letto il libro capisce bene perché dico “facile”): non è che ci potresti riassumere la trama …?
Fabio Genovesi : Ah, ma è all’opposto di “facile”…! A me piacciono le storie con più protagonisti e quindi ci sono: Luna, che è una bambina albina, che però è nata in riva al mare e quindi non accetta di dover stare chiusa in casa, riempirsi di creme e stare sempre con una felpa col cappuccio, e se ne va al mare nelle ore in cui non dovrebbe; suo fratello Luca, un po’ più grande di lei e, siccome spesso succede che la realtà si diverte a fare cose strane, Luca, all’opposto, è un ragazzo abbronzatissimo, superfico, surfista, molto diverso da lei insomma, ma caratterialmente molto simile. La loro mamma si chiama Serena, è una donna molto bella che ha superato da poco i quarant’anni e che, anche se ha due figli, ha capito che va bene così, non ha bisogno di un uomo e fa di tutto per tenere lontani i pretendenti; a volerla invece convincere che dovrebbe fare il contrario è Sandro, un suo coetaneo che segretamente la ama fin dal tempo del liceo, anche se lei non ha mai nemmeno realizzato che lui esiste, e che di lavoro fa molte cose saltuarie, fra cui il “supplente del supplente di un professore” (cioè quando un professore non può andare al lavoro e il supplente picchia con l’auto contro a un palo, chiamano lui). Sandro ha due amici che sono come lui, sui quarant’anni, e vivono un po’ di espedienti. Accanto a loro c’è il migliore amico di Luna, Zot, un bambino di Cernobyl venuto in Italia con il progetto che esiste veramente per ospitare qualche giorno sui mari italiani i ragazzi di quei posti: però nessuno l’ha più riportato a casa ed è rimasto qua. Lo ha “adottato” Ferruccio, detto Ferro, un ex bagnino in pensione di Forte dei Marmi, che per tutta la vita ha aspettato l’arrivo dei Russi i quali, con l’avvento del Partito Comunista “avrebbero” risollevato le cose: ma poi, quando invece di vedere arrivare il famoso “Baffone” si è visto arrivare i Russi veri, i nuovi miliardari con quattro chihuahua in braccio e le scarpe d’oro che hanno comprato tutto il paese, terrorizzato si è chiuso in casa convinto che gli vogliano rubare la casa per farne una villa, e allora li aspetta con un fucile a ogni finestra; ma un russo se l’è preso in casa davvero, cioè il piccolo Zot. Saranno una famiglia sbilenca, molto strana, molto più fondata sull’affetto che sui vincoli di sangue: mi interessava raccontare le famiglie allargate che tanto mi piacciono.
G.: Sai una cosa? Nella mia mente, più che ad un unico romanzo ho pensato a questo libro come a una serie di racconti, come a delle fiabe dei nostri giorni, perché c’è sempre sospensione fra realtà e sogno molto estremizzati: quando si sogna, si sogna forte, e se si sbatte la faccia ci si fa malissimo. Pensi che sia un’interpretazione corretta?
F.G.: Sì, anche se è un romanzo, nel senso che tutti i personaggi vivono fra loro e interagiscono. Mi spaventa leggere romanzi in cui il protagonista è uno solo e la storia è una sola, perché la vita non è così: secondo me, per scrivere un romanzo con un protagonista unico (e gli altri sono personaggi secondari che servono solo ad apportare intrecci in una trama) ci vuole un Autore che poi passa, chessò, la cena del dopo qualche Festival a parlare di sé per tre ore. Insomma, bisogna essere molto egocentrici per parlare di un solo protagonista: a me, proprio per mia natura, interessano più le vite degli altri che la mia, per cui anche quando scrivo inevitabilmente vengono fuori tutti questi personaggi. Sono racconti perchè dentro a una storia ci sono altre storie perchè così è la vita e a me piace avvicinarmi quanto più possibile a lei: quindi fai qualcosa e cerchi di portarla avanti (e, nel caso, la trama di un romanzo), ma intanto succedono mille altre cose, magari piccole ma che di solito fanno più interessante e più vera la giornata. Ecco, mi piace nei romanzi raccontare le cose così e anche che molti lettori mi scrivano chiedendo che fine abbia fatto quello o quell’altro: personaggi che vivono in un solo capitolo, che sono davvero collaterali, ma rimangano nel cuore, come persone che abbiamo visto una volta sola nella vita rimangono nel cuore più di altre con le quali passiamo molto tempo.
G.: Condivido questa ricerca del “che fine ha fatto chi”, perché vuol dire che effettivamente si crea un forte legame con questo libro e le tue pagine… Però ritornerei ai personaggi: possiamo dire che quelli maschili sono infinitamente più fragili di quelli femminili da cui, alla fine, inevitabilmente dipendono?
F.G.: Sì: e credo che sia così anche nella vita. Io ho avuto la fortuna di avere un punto di vista privilegiato, perché ho passato l’infanzia nel negozio di parrucchiera di mia zia, insieme a mia mamma, mia nonna e tutte le clienti, e leggevo “Stop” e “Grand Hotel”, le riviste che si usavano dai parrucchieri: lì ho avuto modo di vedere “le donne” fin da ragazzino. Ci sono uomini che non riescono ad avere una vita sana insieme alle donne se non per motivi – come dire? – “biblicamente fisici”, per cui gli “amici” sono uomini e le donne vengono cercate per altro: per me non è così, io ho forse più amiche donne che amici uomini, perché mi affascina di più quel modo di essere, che spesso è all’apparenza fragile, ma in realtà è più fattivo. Credo che se nel mondo fossimo solo uomini saremmo ancora fermi all’età della pietra e spaccheremmo i cocchi coi sassi: sono le donne che portano avanti le cose o che ci spingono a portarle avanti. Pensa alle scelte di vita: nessun uomo sceglie mai di fidanzarsi, o sposarsi, o di fare bambini, sono scelte che vengono agevolate dalla donna ed è giusto che sia così, altrimenti saremmo appunto sempre fermi a un incrocio a non fare niente.
G.: Beh, ti ringrazio a nome della categoria, anche se non è che tutti voi uomini stiate messi poi così male; certo, in questo romanzo c’è una banda un po’ sconclusionata di maschi …
E poi c’è un altro personaggio fondamentale: il mare. Ci vuoi dire, finalmente, che cosa è per te il mare?
F.G.: Guarda, il mare per me è tutto. Io sono nato a Forte dei Marmi e quindi anche l’inverno l’ho sempre passato sul mare: d’inverno, in una bella giornata ci sono comunque quei cinque-sei gradi in più che nel resto della nazione, e quindi magari a Milano giri col cappotto, ma sul mare stai con una camicia. Questo mi è sempre piaciuto moltissimo. In più, il mare a chi gli vive davanti dà una grande lezione: gli ricorda, prima di tutto, quanto è grande. Il mare è i tre quarti del pianeta, quindi “il mare è la regola, la terraferma è l’eccezione”. Non sono Londra o New York il centro del mondo: il centro del mondo è il mare, è l’oceano; poi il mare ci fa delle piccole concessioni su cui noi abitiamo, e di colpo diventiamo superbi. Stare davanti al mare ci ricorda, invece, quanto è grande il mondo intorno. Questa è una cosa che cerco sempre di temermi dentro: in tutti i problemi quotidiani, in tutti gli affanni e in tutte quelle cose che rovinano i momenti di felicità – e siamo molto bravi a rovinarceli pensando a delle piccole conseguenze – avere davanti questa cosa enorme così più forte di te ti fa capire che la tua vita è importante, certo, ma è infinitamente piccola rispetto a tutto il mondo e allora conviene, ogni tanto, lasciarsi prendere dalle onde e divertirsi un po’, lasciarsi andare alla volontà del destino.
G.: Allora parliamo del tuo rimanere (come artista, perché come uomo è evidente) “dalle tue parti”, con “la tua gente”: è una scelta o, giocando con le parole, ti lasci trasportare dalle onde?
F.G.: … E’ una cosa che mi è venuta naturale. Purtroppo adesso, soprattutto d’inverno, non riesco a stare a casa quanto vorrei e ovviamente dopo l’uscita del libro giro tantissimo e sono dovunque, tranne che a casa mia: però va bene così, è un lavoro così, va fatto così. Ci ho messo quattro anni a scrivere questo romanzo, di cui l’ultimo anno e mezzo sono stato praticamente chiuso a Forte dei Marmi, quindi adesso mi fa anche piacere girare un po’: ma so che fra un po’, quando finirò di girare i Festival e le presentazioni, avrò bisogno di starmene dei mesi a Forte dei Marmi per lavorare alle cose nuove. Credo che il problema di molti scrittori italiani sia vivere una vita fatta di altri scrittori, di critici, di giornalisti, di editor, per cui arrivano ad avere una visione della vita artificiale e parzialissima; invece a me serve accorgermi sempre che la vita “è un’altra cosa”. Per esempio, vivere il Premio Strega di quest’anno al tavolino insieme ad altri colleghi che ti parlano dei personaggi, o dei Lettori dello Strega, o di voti e articoli sui giornali, è una cosa che toglie qualsiasi voglia di lavorare, ti distrae tantissimo: gli amici che frequento abitualmente quando sono a casa, i pescatori con i quali esco in barca, non avevano idea di che cosa fosse lo “Strega” prima che ci partecipassi io e va bene così, perché la maggioranza della gente non sa o non segue questo evento. Ognuno dà troppa importanza a quello che sta facendo, si dimentica che intanto il mondo va avanti e ti offre tante cose belle, e se vai avanti con la testa bassa te le scordi…!
G.: Beh, intanto questo libro ha vinto il “Premio Strega Giovani” e mi pare una bella storia, no?
F.G.: Eh sì, mi ha dato un piacere enorme: è un voto “pulito di cuore”, nel senso che è stato dato da ragazzi che hanno letto i dodici libri finalisti e, semplicemente, hanno scelto quello che è loro piaciuto di più, che più li ha appassionati (e che dovrebbe essere, secondo me, il motivo vero per votare chiunque). Hanno votato il mio e questo mi ha fatto molto, molto felice. Ma quello che ancora mi stupisce, è che io non ho scritto questo libro per i ragazzi: a me nemmeno piacciono i libri “per ragazzi”, quei young adults books per “giovani adulti” …
G.: Sì, la definizione young adults è tristissima…
F.G.: Già. Secondo me, un libro è bello (e non so se il mio lo è, ma ho cercato di scriverlo in questo modo) quando è “umano”, e mi fa piacere che mi arrivino lettere di ragazzi di sedici anni, come di lettori di ottanta, perché cerco non solo di raccontare tutte le generazioni, ma l’approccio con la vita: l’amore per la vita non è dei giovani, o dei vecchi, o degli adulti, dovrebbe appartenere a tutti noi. Mark Twain, lo scrittore che amo di più, si stupiva che “Tom Sawyer” lo leggessero i ragazzi: del resto è semplicemente un romanzo meraviglioso, lo può leggere chiunque… E poi mi arrivano delle cose meravigliose, che mi commuovono: proprio ieri l’altro mi è arrivata la foto di una quinta liceo che per una festa in maschera si è travestita come i personaggi del mio libro…
G.: Ma dai … che bello!
F.G.: Capisci? Non puoi non essere felice.
G.: … Comunque il libro è bello: lo diciamo, così togliamo di mezzo ogni eventuale dubbio.
C’è anche molta musica, nel libro, da Jimmy Page ai Metallica, fino a Claudio Villa e persino Robertino (che siamo due o tre a ricordarsi chi fosse…). Noi, in questo salotto, al momento dei saluti immaginiamo di ascoltare un brano musicale: tu quale sceglieresti per commentare il tuo romanzo?
F.G.: Guarda, la musica è veramente la cosa più importante per me, quindi è una scelta durissima, perché ce ne sono tante di cose che mi interessano, e poi mentre scrivo ascolto tanta musica, quella che secondo me quel personaggio ama, per riuscire a descriverlo meglio, per riuscire a farlo parlare meglio; però, forse, per tutto il libro sceglierei “1979”, un pezzo degli Smashing Pumpkins, un gruppo che ha fatto la storia della musica rock degli anni ’90. Mi piace perché sia musicalmente, sia nel testo, parla di questi brevi attimi di felicità, importanti ma che vengono sempre dal nulla. La cosa che mi sempre molto colpito della vita è che quando costruisci delle cose per essere felice, arrivano e sono quasi mai come le volevi, e la vera felicità ti salta addosso in momenti imprevedibili e assurdi: sembra una banalità, però è vero. E quella è la vera felicità. Quel pezzo lì parla anche di queste cose.
G.: Beh, te l’ho detto Fabio: ho letto questo libro e voglio assolutamente rileggerlo, però adesso mi hai fatto venire ancora più voglia, perciò lo vado a rileggere subito.
F.G.: Mi fa molto piacere che lo pensi, Giancarla, e spero che anche la seconda lettura abbia un suo perché.
G.: Sarà sicuramente ancora meglio: però ora ti vorrei salutare come farebbe uno scrittore che tu conosci bene, con quello che questo significa, e cioè “Ci si vede!”
F.G.: E infatti sì, è un saluto che spero sempre di dare alla fine. In “Esche vive” ho scritto: “Non si vive per sempre. Adesso basta, tutti fuori a vedere che succede”, perché va bene tutto, ma ci sono cose, nella vita, che è bene farle tutte e non stare troppo tempo in casa. Nemmeno troppo tempo sui libri, secondo me, solo il tempo giusto!

Come avete letto, il brano musicale è stato scelto dallo stesso Fabio Genovesi: “1979”, Smashing Pumpkins

 

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