“Centoboline”: chiacchierata con Marianna De Micheli

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“Centoboline”, Marianna De Micheli (Nutrimenti editore)Marianna2

pagg 184

€ 16,00

 

 

 

 

 

Un proverbio dice: “Si chiude una porta, si apre un portone”. Nel suo caso, la porta le è stata malamente sbattuta in faccia (esperienza purtroppo comune a molti), ma lei non si è fermata: così è cominciata l’avventura di “Marianna del mare”, all’anagrafe Marianna De Micheli, brava attrice di teatro e cinema, diventata famosa grazie alla parte di Carol Grimani nella soap di Canale5 Centovetrine, e oggi (anche) scrittrice di successo con “Centoboline” (Nutrimenti Ed).

Ma andiamo per ordine.

Appreso per vie traverse che dopo otto anni il “teleromanzo” che le dava da vivere chiudeva e che quelli che credeva giorni di meritate vacanze diventavano invece i primi di una nuova disoccupazione; trovandosi senza una casa (visto che aveva dato in affitto la sua: tanto pensava di vivere a San Giusto Canavese, dove da quasi un decennio registrava Centovetrine); senza un compagno (dato che era ritornata single da pochi giorni); verificato che la piccola imbarcazione che si era comprata due anni prima a quel punto sarebbe stata – per almeno un bel po’- la sua abitazione, MariannanonpiùCarol decise che era arrivato per lei il momento di pensare a se stessa. Si prese un gattino, un cucciolo di tre mesi di razza ragdoll, nato lo stesso giorno di suo padre e chiamato Jinjock (“geco”), e adattò la barca per stare “fuori porto” a lungo: e poi, quasi per scherzo, decise di accettare il suggerimento apparentemente del tutto assurdo di un suo amico di fare il periplo d’Italia, dalla Liguria sino a Trieste. Dimenticavo: in solitaria.

E Marianna partì. Tre mesi passati a bordo del suo Comet di 9 metri, senza esperienze di navigazione in solitaria, vivendo in sintonia col mare, col vento e col sole o, al contrario, in lotta contro di essi, sfidandosi in una scommessa che voleva e doveva assolutamente vincere, Marianna ha dovuto anche scalare qualche montagna di pregiudizi: donna, per giunta giovane e bellissima, attrice famosa di soap (cioè, agli occhi degli sciocchi, superficiale e vacua), inesperta rispetto a molti altri che nemmeno si sognavano di compiere la sua impegnativa impresa sportiva e umana, la fatica maggiore che più di una volta ha dovuto sopportare è stata proprio affermare che ce la poteva benissimo fare da sola, pur essendo (… embè?) giovane, bellissima e inesperta. Quanto alla sua professione, Marianna, che ha frequentato la “Paolo Grassi” di Milano facendo poi teatro a tutto tondo (Sofocle e Seneca, Benelli e Sartre, Moliére e Shakespeare, fino ai più recenti “Non mi toccare” di Maria Chiara Pizzorno, regia di Gracili e “Eva Braun, coniugata Hitler” di Luciana Grifi, regia di Basile) per non parlare dei molti premi ricevuti in carriera, dei giudizi affrettati poteva benissimo non curarsi. Anticonformista? Forse sì, visto che, in un ambiente ancora molto legato ad antiche superstizioni, ha persino “osato” cambiare il nome della sua barca da “Charlie Basket” in “Maipenrai” (che in thailandese, lingua che Marianna studia da anni, significa “non preoccuparti”), oltre a fare a bordo cose “proibitissime” in marineria come fischiare, portarsi un ombrello, tagliarsi le unghie o indossare qualcosa di verde! Forse persino un po’ temeraria, Marianna, visto che nemmeno la discalculia – disturbo non secondario per chi debba stabilire rotte e considerare gradi, angoli e triangoli – è riuscita a fermarla.

Insomma, Marianna del mare ce l’ha fatta: in tre mesi ha navigato dalla Liguria a Trieste, ha affrontato e superato marosi e bonacce, mal di mare e mal di terra, ha intessuto una fitta rete di amicizie e contatti (la gente di mare conosce la solidarietà), è stata sola e in compagnia, è stata bene ed è stata male, ha riso e ha pianto. E ha scritto un blog per La Stampa.it e poi un libro, che nel suo centro (cioè nel suo cuore) racchiude bellissime immagini: è “Centoboline” (Nutrimenti Editore), libro di mare e di vita in cui racconta e si racconta a zonzo con la barca (…per non parlar del gatto!).

Un successo.

Esito scontato, del resto: Mar– ianna, il mare ce l’ha persino nel nome…

L’Autore:

Marianna De Micheli, attrice, è nata a Milano. Dopo una lunga esperienza teatrale e la partecipazione ad alcune serie tv (“Mamma per caso”, “Giornalisti”, “Vivere”), ha raggiunto il successo con il ruolo di Carol Grimani in Centovetrine, per il quale ha ricevuto la Grolla d’oro come miglior attrice di soap e il Premio Napoli Cultural Classic. Dopo l’improvvisa chiusura del programma ha scelto di vivere e viaggiare sulla sua barca, Maipenrai. Dalla questa esperienza è nato il libro di grande successo “Centoboline”, alla cui riduzione teatrale in forma di monologo l’Autrice sta lavorando.

Ecco l’intervista a Marianna De Micheli, il cui sonoro trovate in alto nella sezione audio di questa pagina.

Canzone consigliata: “Sailing”, Rod Stewart

 

Giancarla: Marianna, eccoti, finalmente! Come stai? E come sta Jinjock?

Marianna De Micheli: Jinjock è qui che si aggira intorno a me perché vorrebbe una doppia razione di pappa, ma fino a questa sera …niente! Però il mare gli manca: appena apro la finestra, si affaccia e annusa l’aria… L’ho messo in barca che aveva solo tre mesi, appena preso dalla mamma, e quindi per lui la barca è la “casa”.

G.: Un “gatto di mare”, insomma, una nuova razza felina! Ma cominciamo dalle belle notizie: siamo alla seconda ristampa, vero?

M.D.M.: Sì, siamo alla seconda ristampa e ne sono molto orgogliosa!

G.: Eh sì, perché noi arriviamo adesso, ma è da un po’ che il libro “naviga”, per non parlare del percorso iniziato per incontrare i lettori: ma chi sono, i tuoi lettori, e che cosa ti dicono?

M.D.M.: Il libro è uscito a maggio 2016 e il suo pubblico è molto trasversale: ci sono gli appassionati di vela e di mare, che lo comprano perché leggono qualsiasi cosa parli di vela e di mare; ci sono i fans di Centovetrine, incuriositi da questa attrice che si è messa ad andare in barca a vela e ha scritto un libro; e poi ci sono quelli che non mi conoscevano né come attrice, né come velista, ma mi hanno trovato casualmente. Devo dire che tutti quanti, però, rimangono molto stupiti e la cosa da un certo punto di vista mi fa piacere, ma dall’altro mi irrita un poco tutto questo stupore che sembra dire:“Non ce l’aspettavamo”!

G.: Hai fatto bene a fare questa precisazione, perché il libro, al di là delle storie che racconti, è anche scritto bene: il che fa presupporre una tua precedente frequentazione della scrittura…

M.D.M.: Beh, io amo leggere e in passato ho scritto molte poesie, mai poi ho smesso perché non ne sentivo più l’esigenza: per me la scrittura era come la recitazione, cioè una specie di canale di sfogo. Questo libro, invece, mi è stato commissionato: dopo aver fatto il periplo d’Italia e avere scritto il blog per La Stampa.it ho incontrato l’Editore, che mi ha proposto di scrivere un libro. Ho accettato ma è stato molto difficile, perché non ero abituata a scrivere in prosa: però ce l’ho fatta.

G.: Sì, ce l’hai fatta e hai usato non solo lo stile del “diario”, che è segnalato in copertina, ma quello di una vera narratrice.

M.D.M.: Sì, il sottotitolo dice che è un “diario di bordo”, ma in realtà non lo è, perché sul “diario di bordo” si appuntano le cose che succedono quotidianamente: è vero che nel libro c’è una scansione geografica, perché racconto il periplo tappa per tappa, ma questa scaletta è una scusa per suddividere i racconti, le emozioni, il percorso interiore che ho compiuto.

G.: Il libro si intitola “Centoboline”, con un chiaro riferimento a Centovetrine: chi eri in quella soap?

M.D.M.: Io per otto anni ho interpretato un personaggio abbastanza negativo, una “cattiva”, una manager arrivista e senza scrupoli, ovvero Carol Grimani: poi Centovetrine è terminato e così mi sono presa un momento di pausa, anche perché riuscire a fare altri lavori quando si ha un viso come il mio, così connotato e legato a un prodotto molto famoso, è difficile. Questa pausa ha fatto sì che a catena nascessero nuove cose.

G.: Quindi, quando la gente scopriva che (perdonami questa espressione, che tu usi nel libro) eri la “bellona” della tv, restava meravigliata…

M.D.M.: Sì, è proprio questo che capita. La gente mi conosce appunto come “la bionda su Canale5” e così mi veniva data l’etichetta di superficialità e poco talento che si mette a chi fa la Velina, il calciatore o, appunto, l’attore di soap-opera: poi, però, vedono il talento non solo come attrice, ma anche come scrittrice e rimangono stupefatti. Comunque, devo dire che sono rimasta stupita anche io ed è stato più difficile scrivere il libro che fare il periplo, ci vuole più determinazione: tutte le mattine mi mettevo davanti al computer e dovevo riempire la pagina, con la famosa paura della pagina vuota che hanno gli scrittori e che esiste veramente.

G.: Però hai anche molta disciplina: la tua stessa scelta artistica, recitare, dice molto del tuo carattere, perché richiede studio, dedizione, la capacità di calarsi in situazioni insolite (nel libro, per esempio, racconti di alcuni tuoi provini, compreso quello, divertentissimo, per Centovetrine); insomma, colpisce la tua capacità di essere disciplinata e, al tempo stesso, libera nelle tue scelte. Con questa “nuova vita” hai scoperto altri lati della tua personalità che non conoscevi?

M.D.M.: …Mah, si impara sempre qualcosa di nuovo di sé, perché davvero tutti noi siamo dei pozzi senza fondo: andarci a guardare dentro fa paura, è disarmante e angosciante scavare dentro di sé, però se lo si fa, oltre alle sensazioni negative, si trovano anche molte cose positive, come la capacità di farcela, che non mi aspettavo (io ho sempre la sensazione che non ce la farò). Ognuno di noi ha delle paure verso se stesso: una delle mie è, appunto, quella di non farcela da sola, ho sempre bisogno di qualcuno: ma poi, stando da sola in barca, ho visto che non è vero, che ce la posso fare, ed è stata una grande scoperta. Poi, fra il sapere qualcosa di sé e renderlo utile per la propria vita ce ne passa: però bisogna compiere il primo passo, cioè capire.

G.: Infatti tu nel libro dici (riassumo grossolanamente): “Se non si conoscono i propri limiti, li si deve sperimentare”.

M.D.M.: Sì, perché altrimenti si pensa che il proprio limite sia ad un centimetro da sé e invece magari è centinaia di metri più in là: bisogna provarci almeno un pochino, senza rischiare di farsi male fisicamente o psicologicamente… Pian pianino…

G.: E tu di esperienze nuove ne hai fatte! Ad esempio, hai imparato un nuovo linguaggio, quello della marineria, che per me è difficilissimo… Anzi, a proposito di linguaggio: hai intitolato il libro “Centoboline” per via di Centovetrine, ma, se ho capito bene, “andare di bolina” corrisponde esattamente a quello che tu hai fatto e stai facendo. E’ così? A che cosa serve la bolina?

M.D.M.: La bolina serve a risalire il vento, ad andare non proprio controvento (perché ci sono alcuni gradi in cui non è possibile navigare e andare esattamente controvento non si può): bisogna fare degli zig-zag, come quando la salita è troppo erta, e piano piano si risale il vento.

G.: … E non è quello che tu hai fatto nel tuo percorso di vita?

M.D.M.: Sì, decisamente. E’ vero. E’ così.

G.: Ma per raggiungere questa tua nuova consapevolezza, a che cosa hai dovuto rinunciare?

M.d.M.: In realtà, quando senti che devi rinunciare a qualcosa vuol dire che quel qualcosa ti manca: a me, in questa esperienza, non è mancato niente. Ho avuto dei momenti di difficoltà, di tristezza, e magari invece il giorno dopo ero felicissima, non soffrivo più la solitudine: alla fine, tutto è risultato equilibrato e le cose che ho ricevuto sono più di quelle che mi sono state tolte. Io non soffro la mancanza di agi, non mi pesa vivere in un posto piccolo: vivere in una grande città dentro un monolocale (che magari è grande quattro volte più della mia barca, che misura circa otto metri quadrati) non è paragonabile al vivere su una barca a vela, perché in barca si vive lo spazio in maniera completamente diversa. Insomma, non mi sono sentita “costretta”, a disagio, non ho sofferto per la mancanza di una doccia nella barca, o per dover risparmiare la poca acqua dolce che avevo o l’energia elettrica: anzi,tutto questo non solo non mi ha dato fastidio, ma ha reso tutto più avventuroso, sono cose che rendono più “frizzante” la vita.

G.: E’ vero che hai un altro progetto legato a “Centoboline”? Ce ne puoi parlare?

M.D.M.: Certo! Sto tentando (e poi vedremo se ci riuscirò) di tradurre il libro in un monologo per il teatro: oltre che in un normale teatro, mi piacerebbe moltissimo portarlo in giro usando la barca come palcoscenico. Non è semplice, perché è un modo ancora diverso di scrivere: non è poesia, non è prosa, ma è drammaturgia in forma di monologo. E’ piuttosto impegnativo.

G.: … Come al solito, devi superare il tuo limite… Mi ha molto colpito un’altra delle cose che tu hai scritto e che dicono tutti quelli che vanno per mare: “In mare non ci si sente mai soli, perché c’è sempre qualcuno disposto ad aiutarti”. Senonché, molti di quelli che vanno per mare occasionalmente e sono così disponibili, poi in città si trasformano in esseri pronti a litigare per un parcheggio o un semaforo. Che cosa fa scattare la differenza?

M.D.M.: E’ vero: c’è solidarietà, forse anche perché in mare siamo relativamente in pochi. Chi va per mare sa che c’è questa solidarietà reciproca e si ben dispone agli altri: al contrario, ad un incrocio si sa che l’altro ti verrà addosso pur di non farti passare per primo, e ci si carica di rabbia, e si vuole passare per primi. E poi, in città si è pieni di pensieri per il lavoro, le bollette da pagare, eccetera: quando si va per mare, invece, o si è in vacanza, o si è deciso di cambiare vita e quindi le reazioni sono altre (…anche se alle bollette si pensa lo stesso: anzi, forse di più!)

G.: Ho scelto qualche riga di un libro che è un classico della letteratura inglese, ovvero “Tre uomini in barca (per tacer del cane)” di Jerome K.Jerome.

M.D.M.: Ah, che meraviglia!

G.: Il libro racconta la storia di tre peculiari signori inglesi, che risalgono in barca il Tamigi (in quel caso c’è un cane e non un gatto). Il brano recita: “Riguardo al lungo viaggio sul fiume della vita in generale. Quanta gente, durante quel viaggio, carica la propria barca fino a correre il pericolo di farla arenare, con un mucchio di stupidaggini che considera essenziali al piacere e alla comodità del percorso ma che, in realtà, altro non sono che inutile ciarpame. Getta la zavorra, amico. Fa’ che la barca della tua vita sia leggera e carica solo di ciò di cui hai bisogno, una casa accogliente e semplici piaceri, uno o due amici degni di questo nome, qualcuno da amare e qualcuno che ti ami, un gatto, un cane, una pipa o due, abbastanza da mangiare e da coprirti…”  Che ne dici, Marianna?

M.D.M.: Sono totalmente d’accordo. Non è un percorso semplice, specie in questa epoca in cui ci fanno desiderare come necessarie cose che necessarie non sono. Il primo mese la mia barca era molto più pesante, perché pensavo che tutto quello che ci avevo messo dentro fosse necessario: poi, navigando, ho capito che non utilizzavo molte cose e ho cominciato via via a scartarle, forno compreso. Quando ho fatto la “Giraglia”, che è una regata importante, ho dovuto sbarcare quasi tutto, pensando di ricaricare ogni cosa appena finita la regata: beh, in realtà ho reimbarcato solo un quinto di quello che avevo eliminato, perché ho visto che si andava comunque, ho capito che quello che prima consideravo necessario non lo era.

G.: …Perché, appunto, la barca della vita deve essere leggera. Grazie, Marianna. Ti saluto con un gioco di parole che avranno già fatto altri, e cioè dicendoti che il mare ce l’hai nel nome: Mar-ianna.

M.D.M.: E’ vero, ma l’ho scoperto da poco, non ci avevo mai fatto caso.

G.: … Ma io ne ho pensato un altro, più bislacco: se al tuo nome metti un accento sull’ultima “a” e lo leggi con una sorta di accento partenopeo viene fuori “Mar i’ annà”, che potremmo tradurre da un immaginario napoletano: “Per mare, ci devo andare!”

M.d.M.: … Bello!

 

 

 

 

 

 

 

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