“Al Paradiso è meglio credere”: chiacchierata con Giacomo Poretti

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Giacomo Poretti  “Al Paradiso è meglio credere”

Mondadori 

Pagine  106 

€ 17.50

 

 

Giacomo Poretti  “Al Paradiso è meglio credere”

Lo conosciamo da anni come formidabile attore, ma da un po’ di tempo troviamo la sua firma su alcuni quotidiani e periodici cattolici e, ancora di più, lo scopriamo scrittore.

Poretti Giacomo del trio “Aldo, Giovanni e Giacomo” nel 2012 ha pubblicato con Mondadori “Alto come un vaso di gerani”, l’autobiografia che raccontava di un ragazzino degli anni ’60, cresciuto nella periferia milanese sospesa fra antiche povertà e nuove ricchezze, in un microcosmo di cose semplici e fondamentali come, ad esempio, conquistare il posto fisso da caposala in ospedale malgrado la passione per il palcoscenico; lo aspetterà la Grande Città, tesa, grigia, dura, in cui i rapporti fra le persone seguono regole sconosciute in periferia, e tuttavia portale importante per la futura vita privata e professionale.

Al prevedibile e meritato successo del libro, sono seguiti tre anni in cui Giacomo Poretti ha continuato, parallelamente alla carriera d’attore e autore teatrale, anche un personale cammino di riflessione spirituale e religiosa: la chiamano “conversione”.

Non so se il ritorno di Giacomo Poretti alla Fede sia davvero “una conversione”, perché non so se egli se ne sia mai veramente allontanato, né mi permetto ipotesi alcuna: certamente oggi Giacomo Poretti è uomo di fede, credente e praticante, intensamente volto allo studio della Parola di Dio e costante presenza nelle attività del Centro Spirituale “San Fedele” di Milano. E, tuttavia, è e resta il “Giacomino” di Aldo e Giovanni, con la sua comicità salace, la battuta pronta e irresistibile, la semplicità ed il buon senso di chi, essendo arrivato al successo tardi e dopo anni di gavetta artistica e lavoro “vero” (caposala in ospedale, appunto), non si lascia incantare dagli applausi.

Ed ora ecco Giacomo Poretti nuovamente in veste di scrittore con il suo primo romanzo: “Al Paradiso è meglio credere” (Mondadori).

Trama semplice (apparentemente…)

Anno di grazia 2053: in un futuro distopico, paradossale e preoccupante, muore a causa di un incidente stradale Antonio Martignoni; da lui veniamo a sapere che ci sta parlando dal Paradiso, da lui apprendiamo l’organizzazione di questo luogo di Eternità, da lui sappiamo degli infiniti incontri con sconosciuti o personaggi famosi di ogni epoca. Da lui, Antonio Martignoni, sappiamo soprattutto della sua vita, di cui, per Ordini Superiori, deve scrivere un resoconto da inviare ai viventi sulla Terra.

La vicenda è, come dicevo, paradossale e soprattutto il suo inizio è divertente: eppure, quando meno se l’aspetta, il lettore si trova davanti anche pagine di grande profondità, nelle quali Giacomo Poretti trasfonde i percorsi e gli esiti della sua esperienza spirituale per renderli universali, senza mai annoiare e con un fulminante finale a sorpresa.

Ho intervistato Giacomo Poretti al termine di un suo incontro con circa settecento entusiasti studenti; mi corre l’obbligo e il piacere di sottolineare la massima umiltà e disponibilità dell’Artista, che non si è sottratto a nessuna domanda, autografo o selfie, anche “dietro le quinte”. Ha divertito tutti, ha fatto pensare molti.

Lo so, non c’entra niente con il libro, ma mi piaceva ugualmente segnalare anche questo fatto.

E quindi, anche la trascrizione dell’intervista cerca di essere quanto più rispettosa possibile del modo di esprimersi di Poretti: sto attenta con tutti a non snaturarne il parlato, anche a costo di qualche imperfezione stilistica o sintattica, ma con Poretti lo faccio a maggior ragione. Lui va benissimo così.

Ecco l’intervista con Giacomo Poretti, il cui sonoro potete ascoltare in alto, nella sezione audio di questa pagina.

Canzone consigliata: “Giudizi universali”, di Samuele Bersani

 

Giancarla: Mi sono trovata poche pagine davanti. “Vabbè, faccio in fretta”, mi sono detta: invece è una corsa a ostacoli. Lei, quando ha scritto questo libro, che cosa aveva in mente?

Giacomo Poretti: Mah, banalmente mi verrebbe da dire che avevo in mente quelle cose lì, quelle che sono nel libro, quegli argomenti: … le domande sulla vita, il senso della vita – Che cosa siamo qui a fare? (Dio) esiste? Non esiste?- e poi anche quelle un po’ meno tragiche, e ho cercato di raffigurarmi come è l’Aldilà, perché, a volte, siamo abituati a immaginarcelo dietro ad una terminologia, diciamo, “teologica”: la resurrezione, ho cercato di immaginarmi come possa essere per tutti i trecento miliardi di persone (ho calcolato che, grossomodo, dovrebbero essere queste da quando è comparso il primo uomo sulla Terra); dove saremo? ci incontreremo tutti? …Insomma, un po’ di queste cose qua mi sono domandato.

G.: E’ una specie di compendio di tante cose, secondo me, questo libro, perché si parte con un sorriso, troviamo una comicità surreale e si ride davvero: poi ci sono delle curve secche e domande, appunto esistenziali, molto forti; poi c’è un “altro” romanzo, e poi c’è la denuncia sociale. E’ la base per altre esperienze narrative che lei conta di fare, o davvero questo è un percorso “suo”, che ha poi tradotto in scrittura?

G.P.: …Mah, se me ne daranno la possibilità, io mi diverto tantissimo a scrivere e andrei avanti a scrivere altre cose: il fatto che io possa pubblicare non dipende esclusivamente da me, ma da un sacco di circostanze (da quanti lettori hai, se l’Editore ti vuole pubblicare, eccetera)…Sì, è vero: è una specie di romanzo breve con un sacco di riflessioni e volevo proprio farlo così, volevo, in un qualche modo, creare due livelli di percezione, uno molto leggero (quello, diciamo, ambientato nell’Aldilà), dove c’è la contentezza, c’è una certa felicità; e poi, invece, i problemi veri sono “di qua”. In qualche modo ce li creiamo noi perché, per l’appunto, non abbiamo le idee chiare, stando di qua, e non è facile. A Chi ci ha “pensato”, a Chi ci ha evocato dal nulla il mio personaggio chiede: “Ma non potevi farla un po’ meno complicata ‘sta vita, ‘sta cosa? Non è che ci stai chiedendo troppo?”. Ecco, questi sono i due livelli di percezione.

G.: Soffermiamoci su questo aspetto della forte spiritualità, perché il personaggio protagonista e tanti altri sono spesso in conflitto con Dio. Ne hanno bisogno disperatamente, ma lo trattano molto male. Sono indiscreta se le chiedo quanto c’è di autobiografico?

G.P.: … Ma no… Secondo me, i libri è ovvio che parlano dell’autore, ma ne parlano in una maniera molto particolare… Ovvio che c’è dentro “di me”, ma ci sono dentro anche tanti incontri, ci sono dentro tante persone, tante domande che mi piace pensare che siano generali, che siano universali: e c’è dentro il mio punto di vista su queste domande che tutti si sono posti, persone famose e non…Cioè: “il senso della vita”. Non lo so chi l’abbia detto, ma una ventina, una trentina di anni fa, mi sono imbattuto in un tizio che aveva detto che il senso di ogni uomo era di “fare un figlio, piantare un albero, scrivere un libro” e l’ho trovata una cosa fantastica, straordinaria: lì per lì non pensi, nel profondo, che cosa voglia dire. Quindi è ovvio che in un qualche modo è stato fatto… Cioè: è il tentativo di contribuire alla Natura, riconoscerla, darle vita in tanti modi, appunto: piantando un albero, mettendo al mondo un figlio (quindi credendo nella vita) … E poi, “scrivere un libro” cosa vuol dire? E’ dire come l’hai vissuto tu, questo transito sulla Terra: cioè, è importante questa testimonianza, no?

G.: E infatti questo è l’aspetto che poi colpisce: il bisogno della testimonianza. Ecco perché mi sono permessa di chiedere quanto ci fosse di autobiografico: perché comunque – e questa, se vogliamo, è una contraddizione dei nostri tempi – siccome lei, voi (il Trio: n.d.r) fate i “comici”, sembra che la spiritualità non debba appartenervi, per quanto siate sempre stati al di fuori dei luoghi comuni.  E’ come se restaste chiusi in una specie di circolo virtuoso e vizioso…

G.P.: Mah, sono due cose diverse…Il mestiere che facciamo, la “comicità”, il prodotto della comicità, è la testimonianza di una porzione di vita, perché la vita è talmente vasta, talmente sovrabbondante che non riesci a riassumerla anche in una vita stessa, ci mancherebbe…Diciamo che la comicità, quindi l’aspetto artistico, è una visione particolare di un aspetto della vita. Noi abbiamo sempre affrontato la gioiosità del gioco, la leggerezza del gioco, che per noi tre è una componente fondamentale, irrinunciabile: senza la leggerezza del gioco…che in un qualche modo per un credente – e per me è così- “è”, appartiene al connotato della vita, che è sì fatica, ma nel contempo è anche questa leggerezza, bellissima, del partecipare, del “giocare insieme”. E quindi, nel nostro piccolo  è accaduto questo piccolo miracolo, che chimicamente noi tre funzioniamo e ne beneficiano anche gli altri: gli altri possono percepire questo aspetto del gioco che c’è nell’Esistenza. E poi c’è la testimonianza: cioè, siccome “la cosa” non finisce lì, si ha questo desiderio di raccontarla di più, di essere più precisi nel comunicare questa cosa. L’arte potrebbe essere sufficiente. La comicità è una forma d’arte, la letteratura un’altra … : diciamo che ne sto scegliendo due, gioco su più piani.

G.: Infatti, la domanda che le avrei fatto era proprio questa: “artisticamente” che prova è la scrittura? … E anche “riprova”, visto che questo è il suo secondo libro. Il primo era una autobiografia, questo è un romanzo: quindi si va anche avanti nel genere?

G.P.: Sì, è un tentativo, appunto, di dire, di fare qualcosa, di partecipare alla vita, e il fatto di dirlo con la forma del romanzo è trovare il coraggio di esprimere delle domande perché, alla fin fine, questo romanzo qua esprime delle domande. Tutti i personaggi si esprimono in domande: anche Antonio, quando va nell’Aldilà- ha la fortuna, o l’esito della sua vita lo porta nell’Aldilà- benchè stia molto bene ed è quasi incredulo, continua a porsi delle domande, perché all’inizio del romanzo gli danno il numerino e chiede: “Che cos’è questo numerino?” “Eh, perché avrai il colloquio con Lui”. Ma prima di avere il colloquio con Lui e quindi, gergalmente (e mi scuso per questa espressione che sembra brutta, ma …) “quando vedrà il volto del Padre”, perché i cattolici lo descrivono così, ecco, prima di allora, Antonio ha tutta una serie di contatti con dei “funzionari” o delle “guide turistiche” lì del Paradiso, dell’Aldilà (…non si sa bene che cosa sia…) e continua a far domande: e comprende. Lui dice: “Stando da “questa” parte ci vengono rivelati tutti i misteri”, perché per millenni abbiamo avuto dubbi, casini … però, pian pianino continua a farsi domande. Come il romanzo.

G.: E allora, perché “conviene credere al Paradiso”?

G.P.: … Eh… Il titolo è un po’ pascaliano, un po’ tanto, perché appunto Pascal dice che è meglio, da un punto di vista probabilistico: addirittura, poi lui con queste cose ha dato il la alla scienza della statistica, delle probabilità… Piaceva al personaggio cercare di scovare Dio soprattutto da un punto di vista filosofico: cioè, se lui avesse trovato la prova dell’esistenza di Dio, sarebbe stato tranquillo. E allora, dentro le prove dell’esistenza di Dio ci sono tante tesi, nessuna convincente fino in fondo: a parte che Lo incontrerà, perché lui c’ha il numerino, ma la sua certezza di fede non la incontrerà certo attraverso gli aforismi, per quanto profondissimi, di Pascal. Però…E’ una probabilità.

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