4 marzo 2016

 

L’evento è epocale: per la prima volta in Italia, due artisti in uno stesso tour.

Sono due cantautori profondamente diversi fra loro, ma egualmente amatissimi: sfidando le insidie e le incognite di un’operazione mastodontica come quella che hanno deciso di affrontare, vogliono attraversare il Paese e suonare insieme negli stadi. Altri artisti, specie gli stranieri, a causa di incidenti e disordini, da tempo hanno rinunciato a esibirsi in quei luoghi: loro, invece, scelgono di rischiare.

E’ una estate calda, questa del 1979, come purtroppo sono “caldi” questi anni italiani, consumati fra piombo, contestazioni e desiderio di normalità. Come durante e dopo una guerra.

I due temerari sono Lucio Dalla e Francesco De Gregori, in giro col “Banana Republic Tour”.

“Posso intervistarli io?” La domanda mi esce senza che nemmeno me ne renda conto: anche se sono io a condurre in radio un programma dedicato ai cantautori, di solito è un altro collega ad occuparsi delle interviste. “Certo che sì”, è la sua risposta.

Ed eccomi qualche ora dopo sul prato del Rigamonti di Brescia, insieme ad altri delle radio locali, armata di registratore a cassetta e nel cuore una strana mescolanza di allegria e di paura: è primo pomeriggio, il sole è implacabile e ci portano in uno dei pochi angoli all’ombra, sotto il palco. Siamo almeno una decina. Ci sediamo sull’erba disponendoci a circolo, le gambe incrociate; ridiamo, scherziamo – abbiamo tutti vent’anni -, manca solo una chitarra e qualcuno che canti e potremmo essere scambiati per un gruppo in gita al mare. Invece siamo ben consapevoli di testimoniare un avvenimento fondamentale per la storia della canzone italiana: e un po’ tremiamo. Ci dicono che faremo una intervista “di gruppo”, in perfetto stile anni ’70: una domanda ciascuno, a giro, per non più di due turni. Ok, va bene: nessuna esclusiva, ma in compenso ogni radio avrà l’audio dell’intera conferenza stampa e un proprio spazio di visibilità. Dietro di noi proseguono ad alto volume le prove del concerto: le voci di Dalla e De Gregori ci arrivano dagli amplificatori, distorte, possenti, vicine. Stanno tutti lavorando sodo, perché questa è una tappa importante: il concerto sarà registrato dallo studio mobile Manor di Brescia e quindi, insieme a spezzoni di quelli di Bologna e Verona, pubblicato alla fine del tour, sull’Lp “live”.

Passano i minuti, il caldo aumenta e qualcuno comincia a rumoreggiare. Finalmente, dopo una buona mezz’ora, Dalla e De Gregori arrivano e si siedono per terra, come noi: Lucio si mette vicino a me, alla mia sinistra. Così lo guardo: indossa jeans stinti e una canottiera scura, è decisamente irsuto, spalle, braccia, petto sono villosissimi; porta un paio di Ray-Ban, ha la barba ben curata e, col caldo che fa, una incredibile coppoletta di lana blu in testa, che mi viene male solo a guardarlo. De Gregori, seduto di fronte, ha una cascata di riccioli rossi e la barba dello stesso colore: non sorride e butta lì un “ciao” piuttosto annoiato. Non sembra avere voglia di incontrarci e risponde a questo e quello con aria scocciata; Dalla, invece, sorride, ci stringe le mani, si presenta per nome. “Lucio”: come se non lo sapessimo. Mi stupisco della sua cortese normalità, ma nemmeno poi tanto: ho già vissuto la stessa scena trovandomi inaspettatamente di fronte ad un altro Grande, Francesco Guccini (“Ciao, sono Francesco” mi aveva detto tendendomi la mano: “Lo so” era stata la mia …intelligente risposta ). Dalla si fa portare una bibita, apre la lattina e, gentilmente, la offre: “… Sete?”. Di nuovo educato e carino. Però, parlando con i colleghi capisco che loro sono lì soprattutto per De Gregori, è lui il più amato del momento: ma io, cresciuta a pane e musica italiana, pur essendo rimasta folgorata da “Rimmel”, da sempre amo Lucio Dalla. Bambina, canticchiavo “Occhi di ragazza”, dopo che  mi aveva definitivamente conquistata conducendo il programma “Eroi di cartone” (sua la sigla, la mitica “Fumetto”): e che meraviglia “4 marzo 1943”, e poi eccomi perdutamente innamorata di “Itaca” e “La casa in riva al mare”.

Per quanto mi riguarda, quindi, è lui che mi emoziona di più conoscere: … né De Gregori sta facendo molto per farsi amare, anzi. Risponde sfotticchiante, pungente, sembra persino provocatorio con le sue battutine sulle radio private e la supposta pochezza delle domande che gli vengono rivolte: non ha tutti i torti (per esempio, uno di noi, sottintendendo maliziosamente a una specie di disseccamento della vena artistica di Dalla, lo rimprovera: “Mi sembra che tu abbia rallentato con le canzoni, che tu scriva meno di qualche anno fa: come mai?” “Proverò a incrementare la produzione con le polluzioni notturne” è la geniale e sorridente battuta di Lucio a una domanda francamente cretina, oltre che insensata, accolta da un generale scoppio di risa e comunque seguita da una seria e rispettosa risposta all’incauto, che non oserà più fiatare per il resto dell’incontro). Però, che abbia torto o ragione, l’atteggiamento di De Gregori mi urta lo stesso, moltissimo: sta lavorando lui, stiamo lavorando anche noi, se lo ricordi! In questi anni la parola ancora mi esce di bocca più rapida del pensiero che la genera e così, dimenticandomi che Dalla è lì accanto, indico con un cenno del capo De Gregori e ghigno al collega alla mia destra, che annuisce: “Vabbè, se a ‘sto qua le radio locali stanno così antipatiche, vorrà dire che ci mettiamo d’accordo tutti e non passiamo più le sue canzoni”. Impossibile, naturalmente, ma in quel momento è esattamente quello che penso di fare nel mio programma. Benissimo, ora tocca a me fare la domanda, l’arrabbiatura ha tolto il velo di timore verso un artista che fino a poco fa è stato uno dei miei preferiti e non ho più nessuna timidezza; infatti, con un sorriso che emette veleno, chiedo al Principe (come Dalla ha cominciato a chiamare De Gregori) “Ma se è così sgradevole stare con noi, povericristi delle radio private, che vi abbiamo aspettato nella canicola, sotto il sole…” “…E ai quali siamo grati per il grande lavoro che stanno facendo a vantaggio della musica, specialmente quella italiana: senza di loro, non saremmo qui, tantomeno a fare questo tour. Abbiamo grande rispetto per le radio”: la voce che interrompe la mia domanda (il cui pericoloso finale è intuibile) è quella di Lucio che, evidentemente, ha sentito le mie parole di prima e cerca di mettere una pezza. Allora mi giro verso di lui, che ha parlato serio serio e, ignorando definitivamente De Gregori, riprendo il discorso chiedendogli di raccontare come, quando, a chi e perché sia venuta l’idea di questo tour e che cosa più lo spaventi: risponde con garbo e moltissima autoironia. L’incontro finisce. E’ andata bene: anche De Gregori, dopo l’asprezza iniziale, ha rilasciato una intervista interessante. Salutiamo gli artisti, ma ci siamo allontanati di pochi passi quando ci sentiamo chiamare: è Dalla che, dopo aver lanciato un sonoro “Ehi!”, ci saluta con un pazzesco “do di petto”, una mano sul cuore, l’altro braccio proteso verso di noi con gesto enfatico. L’applauso scatta corale e spontaneo.

Negli anni non sono più riuscita a intervistare Lucio Dalla: ci sono andata vicino un paio di volte, l’ho sfiorato, ho seguito alcune conferenze stampa, ma non ce l’ho fatta.

Peccato, davvero peccato.

Perché Lucio Dalla, che pure è stato un grande artista, nella mia mente è soprattutto quel signore gentile che, vedendomi accaldata, mi offre la sua bibita: e oggi, 4 marzo di molti anni dopo, avevo voglia di ricordarlo così.

Canzone consigliata: “Il coyote”.

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