Piccola storia di Natale: Luigi

 

Piccola storia di Natale: Luigi

Scrivo sempre storie vere, cioè realmente accadute a persone davvero esistenti o esistite: per quanto possano sembrare poco credibili, o addirittura improbabili (perché è vero che spesso c’è dell’incredibile anche nella quotidianità della gente più normale: basta saperlo cogliere), riporto solo fatti e situazioni delle quali sono venuta a conoscenza e ho verificato. In qualche caso conservo nomi e riferimenti precisi: anzi, voglio qui ringraziare chi non solo mi ha autorizzato a pubblicare la sua storia, ma è stato anche così caro da riservarmi apprezzamenti; altre volte preferisco, a tutela della privacy dei protagonisti, cambiare alcune cose, ma solo quelle di “contorno”, mai i passaggi sostanziali. E’ quello che avviene con la storia che, se lo vorrete, leggerete fra poco.

Questa, infatti, è la storia vera di più persone, che però ho riunito in quella del protagonista, Luigi: ho spostato gli anni e la geografia dei luoghi, ho messo un po’ di questo e un po’ di quello, ho cambiato età ed identità di molti. I fatti, invece, sono tutti veri: li ho raccolti dalla voce di chi li ha vissuti e li ho ricomposti in un collage che spero troverete armonioso. Personalmente, ascoltando certi racconti, che sembrano “minimi” ma in realtà sono colmi di umanità verissima, mi meraviglio sempre di come le vite della gente si incontrino, a volte quasi magicamente. Quello che più mi stupisce e incanta è che, proprio a Natale, spesso avvengono dei miracoli: cose minime, all’apparenza, ma, se si guarda bene bene, di piccolo c’è molto poco. In parole povere, mi emoziono.

Per questo, sempre ricordandovi che non mi considero una “scrittrice”, ho messo insieme un’altra piccola storia che, come nel “Christmas carol” di Dickens (la storia, non chi la scrive, naturalmente) racconta di piccoli miracoli veramente accaduti.

Questa, dunque, è una piccola ma vera storia di Natale, che con affetto desidero regalare a chi vorrà accettarla. Grazie.

 

Luigi

Finalmente, il treno che gli avrebbe fatto raggiungere la sua nuova vita era partito. Luigi aveva trent’anni, in quel tiepido giorno di fine ottobre del 1955, ma si sentiva come un neonato, con intatte tutte le possibilità per vivere felice. E chi se lo sarebbe aspettato di stare di nuovo così bene quando, sei mesi prima, più per dispetto e disperazione che per vera convinzione, si era iscritto al concorso in Posta? Non lo aveva detto a nessuno: non a sua madre Nina, che pure sapeva disperata per quel figlio senza arte né parte, che per i suoi famosi colpi di testa aveva mollato prima l’università e poi il posto in banca; non alla sua fidanzata Maria, un angelo nell’aspetto e nel cuore, che gli era rimasta vicina malgrado il pessimo carattere di Luigi e malgrado i fratelli maggiori cercassero di convincerla che da lui non avrebbe mai avuto pace e serenità e nemmeno, anche su lui fortemente sosteneva il contrario, vero amore.

Luigi sapeva, in cuor suo, che chi lo accusava di essere irascibile, pigro, vanitoso e arrogante aveva ragione, ma per niente al mondo avrebbe mostrato debolezza: l’orgoglio, quello malato e controproducente, era un altro dei suoi moltissimi difetti. Non che gli mancassero le qualità: al contrario, Luigi era molto intelligente, brillante, persino affascinante malgrado non fosse una bellezza; era sufficientemente colto, aveva una facondia che gli permetteva di sembrare migliore di quanto non fosse e una abilità retorica e una vis polemica che avrebbero fatto di lui un ottimo avvocato, come gli diceva sempre suo fratello Guido: “Iscriviti in Giurisprudenza, come me, quella è la tua strada: e poi, così usi gli stessi miei libri, risparmiamo soldi e ti fai un futuro da grande avvocato. Quello è il tuo mestiere: se non lo fai, butti via soldi e talento”. Ma Luigi non avrebbe mai fatto quello che gli consigliava Guido e così, pur sapendo che suo fratello davvero parlava per il suo bene, si iscrisse in Lettere e Filosofia per il puro gusto di contraddire l’altro. Per dirla tutta, Luigi detestava quel suo fratello che, pur essendo maggiore di soli tre anni, era infinitamente più maturo della sua età e si comportava con lui come se fosse suo padre: lo rimproverava per la vita scioperata, le serate a fare notte con l’orchestra jazz in cui suonava la batteria e le giornate a dormire fino a tardi. Guido, specie da quando aveva trovato un impiego dal suocero (e intanto studiava all’Università), amministrava i pochi soldi di casa, teneva i conti, era accorto nelle spese fino a rasentare la taccagneria e, dopo l’alzata di ingegno di Luigi di lasciare la banca per una violenta discussione con il cassiere capo, gli lesinava pure gli spiccioli per le sigarette: così imparava a fare il fenomeno, gli diceva quando litigavano, cioè spessissimo. “Sei invidioso, perché la mamma preferisce me”, lo liquidava beffardo Luigi. Guido scrollava la testa: non era invidioso di nessuno, tanto meno di uno smidollato come suo fratello, ma era vero, Nina aveva una naturale propensione per il figlio minore, che tale considerava in molte cose rispetto al maggiore (meno maturo, meno posato, meno affidabile) … Ma no, non era parzialità: era che quel suo figlio le sembrava avere sempre bisogno di lei, mentre Guido sapeva cavarsela benissimo da solo. D’altra parte, nemmeno Guido aveva un carattere facile: a sua volta era orgoglioso, assertivo e testardo. Del resto, aveva dovuto crescere in fretta: la morte improvvisa del padre li aveva rovinati e a lui, il “maschio maggiore” di casa, a soli undici anni era toccato lasciare l’infanzia ed entrare nell’età adulta. Dall’oggi al domani erano precipitati da una situazione di grande agiatezza, fatta di domestici e giocattoli importati dall’estero per Natale, di argenteria e porcellane realizzate su ordinazione, e tanti salotti con la tappezzeria inglese alle pareti a colori diversi, e due autovetture con tanto di autista e un side-car, che erano l’invidia di tutto il paese, alla necessità di vendere due piani del palazzo di famiglia e di affittare agli studenti metà dell’ultimo, che avevano tenuto per viverci. Era successo, infatti, che alla morte del padre, geniale e generoso uomo d’affari, i debitori si erano dileguati o avevano inventato storie di miserie inesistenti, che però avevano sciolto il cuore di Nina, mentre i soli due creditori non avevano aspettato nemmeno che fossero terminate le esequie per esigere i pagamenti. Il cavalier Lo Bianco, in visita di condoglianze, aveva salutato la vedova con un mellifluo, quanto minaccioso: “Non si preoccupi, Donna Nina, anche se avrei già dovuto riscuoterlo, per quel sospeso che aveva suo marito possiamo sentirci la prossima settimana”. E suo cognato, piagnucolando senza vergogna, le aveva mostrato un pagherò di centinaia di migliaia di lire (che nel 1933 erano una fortuna), dicendole che quei soldi gli servivano subito per comperare la merce per la sua ditta. Nina non sapeva nulla degli affari del marito: prima di quei giorni terribili, la sua vita era trascorsa seguendo la casa e la famiglia; nel tempo libero ricamava e chiacchierava con le sorelle, leggeva i suoi adorati romanzi d’amore, faceva qualche passeggiata sul calesse (le automobili le facevano paura) e, la sera, recitava grata il Santo Rosario. Però, quando i parenti più sinceri cercarono di rassicurarla dicendole che l’avrebbero aiutata a esigere i crediti e che, contrariamente a quanto le aveva detto quello sciacallo, il debito verso il Cavaliere poteva essere pagato un poco alla volta, e infine, disgustati, che la firma sul documento che le aveva presentato il cognato era falsa, roba da denuncia, Nina fu irremovibile e con una risolutezza che mai prima aveva avuto e mai più in seguito avrebbe dimostrato, disse: “Nessuno deve pensare che i miei figli abbiano avuto un padre che non rispettava gli impegni, una madre che toglie soldi ai poveri e uno zio truffatore”. Vendette tutto: oro, argenteria, mobili, muri; pagò i debiti veri e presunti, si chiuse in un doloroso silenzioso e tirò avanti con i soldi degli inquilini e l’elemosina contata che ogni mese le passava suo fratello, lui sì avaro davvero. La guerra aveva ulteriormente scombinato le carte, e anche Luigi che, orfano a otto anni, era cresciuto senza regole, ribelle, rabbioso verso tutto e tutti. Amava sua madre e anche la sua fidanzata, ma a modo suo: egoista, aggressivo, intollerante, fuori di casa era famoso per essere un attaccabrighe e in un paese come il suo, in cui tutti si conoscevano e tutti erano pronti a linciare tutti, Luigi aveva finito col trovarsi isolato.

Ma ora il concorso alle Poste lo aveva vinto, e alla grande: terzo su scala nazionale, terzo davanti a centinaia di altri postulanti, sicuramente “bravi ragazzi” rimasti a bocca asciutta, mentre lui, “lo scioperato”, “l’attaccabrighe”, “il polemico”, aveva stravinto. A questo pensiero, Luigi sorrise beffardo, mentre si accendeva la sigaretta, e ricordò l’espressione strabiliata dei tizi del bar, quando aveva dato la notizia. Ah, che soddisfazione era stata vedere l’invidia di chi, fino a poche ore prima, lo sfotteva crudelmente chiedendogli: “Hai da accendere?”, ben sapendo che lui, che con sciocca superbia continuava a darsi arie da quel gran signore che sarebbe stato se suo padre fosse vissuto, in realtà a trent’anni non aveva in tasca nemmeno i soldi per una sigaretta!

Quando lo aveva detto a sua madre, la povera donna, che nel frattempo per i dispiaceri si era molto ammalata, aveva sorriso e subito dopo si era fatta il segno della croce: “Signore, grazie”, aveva mormorato. Suo fratello, a sua volta sbalordito, aveva fatto per abbracciarlo, ma lui si era scansato: “… Così da oggi non mi devi più mantenere”, gli aveva sibilato acido Luigi, calcando il tono sul verbo finale. “… Era ora – gli aveva riposto seccamente Guido, dopo un attimo di dolorosa sorpresa per l’astio che Luigi gli dimostrava anche in quella occasione di gioia – Così potrai pagarti i debiti che hai fatto dopo la bella pensata di licenziarti dalla banca”. Eh sì, perché Luigi doveva soldi al tabaccaio, al sarto e persino alla futura suocera. Maria, invece, aveva prima gioito e dopo si era messa a piangere: sembrava un miracolo, ora Luigi aveva un lavoro, un bel lavoro, uno stipendio decoroso, prospettive di carriera. “Finalmente la smetteranno di sparlare e finalmente ci sposeremo: dammi un anno di tempo e ti porto via da questo posto di ignoranti invidiosi”. Si sarebbero sposati: dopo anni di tira e molla, presto sarebbero diventati marito e moglie, ma per quella nuova felicità Maria avrebbe dovuto lasciare la sua famiglia, che amava teneramente, la sua città, le sue amicizie; e lui, nel prospettarle il loro futuro, sembrava che realizzasse una vendetta, e non un sogno d’amore. Glielo avevano detto i fratelli: “ Ti farà piangere anche di più, se te ne andrai con lui lontano, senza chi ti possa proteggere”. Maria aveva scosso la testa: Luigi era così. Nemmeno si rendeva conto di quello che diceva; era uno da prendere o lasciare, e lei non lo voleva lasciare, perché era sicura che, da qualche parte, ci fosse del buono in lui. Si trattava solo di dargli tempo: e infatti ecco qua, ora si era sistemato e avrebbero messo su famiglia.

“La porto via – si diceva ora Luigi accendendo un’altra sigaretta, mentre il treno continuava la sua corsa – Via dai suoi fratelli che mi hanno sempre fatto la guerra, via dalle sue amiche, invidiose della sua bellezza e del nostro amore, via dai paesani che la compatiscono perché è fidanzata con me…”. Una nuova vita li aspettava, senza preconcetti, con gente nuova da conoscere, in un posto migliore: quale lo aveva deciso la sorte. Era stato il terzo a poter scegliere la sede, ma invece di fare come gli altri, che cercavano di stare vicini alla loro città, Luigi aveva deciso che sarebbe andato il più lontano possibile: aveva individuato tre province, ne aveva scritto le sigle su altrettanti bigliettini, aveva pescato il nome e poi chiesto di essere mandato lì, nel punto più lontano, e non solo sulla carta geografica, dalla sua vecchia vita.

Arrivò dopo quasi trenta ore di treno: una volta sceso, capì che davvero il posto era lontanissimo da casa sua, dove aveva lasciato sole e caldo, mentre qui trovava nebbia e freddo gelido. Si strinse nella giacca di lana, l’unica che aveva, si maledisse per non avere pagato il sarto, che altrimenti gli avrebbe cucito un cappotto (al suo paese non serviva e, siccome un cappotto a quei tempi costava tanto, lui , che era sempre in bolletta, non ne aveva uno) e si avviò verso la corriera: pazienza, ci voleva, e fra poco avrebbe conosciuto il suo nuovo paese. Il bigliettaio lo guardò strabiliato: chi era questo pazzo che, col freddo che faceva, andava in giro in giacchetta e camicia e gli stava chiedendo di avvisarlo quando fossero arrivati alla sua destinazione? Quaranta chilometri in autobus in mezzo alla nebbia fittissima erano un vero e proprio viaggio nel viaggio, nel 1955: Luigi, stremato, si addormentò e quando lo risvegliarono ci mise un attimo per orientarsi. “Ma lei sa dove andare dormire?” gli chiese il bigliettaio, cui questo ragazzo, che gli aveva detto con spavalderia che arrivava da lontano per lavorare in Posta, sembrava più uno scappato di casa, che un tranquillo impiegato: no, non lo sapeva Luigi, che non aveva riflettuto sul paese di destinazione ma solo sulla provincia, e aveva scelto di getto, accecato dalla rabbiosa voglia di rivalsa. “Appena giù dalla corriera c’è una pensione: provi lì”, gli aveva paternamente suggerito. Luigi scese, ma non vide nulla: il lampione mandava una inutile luce gialla, la nebbia impediva di vedere a distanza di un metro e rumori non ne sentiva. Non gli capitava spesso, ma in quel momento Luigi si sentì vulnerabile: per fortuna l’orgoglio, questa volta, lo aiutò. “Ho fatto la guerra: mica mi perderò per un po’ di nebbia” si disse e, rincuorato, seguì il marciapiedi. Dopo pochi passi, intravide l’insegna della pensione: si rianimò al caldo della stufa e niente gli sembrò più buono della minestra e del formaggio che l’anziana albergatrice, la Teresa, gli servì per cena. Non si aspettava ospiti, lei si scusò, e poi gli spiegò che la cucina funzionava solo a mezzogiorno ma per lui aveva fatto una eccezione, si vedeva che era stanco e affamato; domani avrebbero parlato dei dettagli, adesso era meglio che andasse a dormire. Lo accompagnò nella sua stanza, un camerone arredato con vecchi mobili; niente bagno (ne esisteva uno solo, in comune per tutti, in fondo al corridoio), ma nell’angolo un portacatino in ferro battuto e, sotto, un pitale smaltato. La camera era fredda: spogliarsi per mettersi il pigiama era fuori discussione e così decise che avrebbe dormito vestito. Si sfilò le scarpe. Lo scaldino che la padrona gli aveva messo sotto le coperte gli fece trovare un tepore inaspettato. Si addormentò di colpo.

Nel nuovo paese Luigi fece presto ad ambientarsi: quando voleva era socievole, elegante nei modi, precisissimo sul lavoro e così divenne presto caro alla Teresa, che si elesse a sua vice madre; lo trasferì in una camera più soleggiata e confortevole, con la scusa che era più piccola gli abbassò il prezzo dell’affitto e gli permise persino di collocarvi un fornelletto a gas, ben sapendo che non gli serviva per il caffè, come le aveva per pudore mentito lui, ma per cucinarsi la cena e risparmiare qualche lira.

“Quello lì un giorno o l’altro ci manda a fuoco la casa! – tuonava suo marito, al quale, invece, Luigi e la sua spavalderia non erano per niente simpatici – E poi, sempre odore di frittata per le scale: …ma cos’è, mangia uova tutti i giorni?”. Sì, effettivamente Luigi, per non spendere troppo, mangiava praticamente solo uova: fritte, alla coque, sode, in camicia, strapazzate, omelettes, e ancora col prosciutto, con le cipolle, col sugo… A pranzo se la cavava con un paio di panini (molto pane, poco companatico), la sera con un po’ di stracchino e le uova cotte in mille modi, ma soprattutto si faceva dei piattoni di spaghetti, conditi con un po’ di burro e parmigiano, che saziavano tanto e costavano poco. Carne, nemmeno a parlarne: troppo cara. Ora che si doveva mantenere da solo e per giunta fuori casa, aveva infatti capito che lo stipendio di un neo- assunto, che gli era sembrato favoloso sulla carta, nella realtà non era granché. Tolte le spese gli restavano solo i soldi per le sigarette e poco altro, che lui risparmiava come mai avrebbe pensato di fare: ma aveva un piano, in testa, e gli serviva quanto più denaro possibile per realizzarlo. Quindi, niente divertimenti, giusto una partita a scopone con i paesani, la sera, quando la locanda diventava anche osteria: loro si giocavano un bianchino, lui, che detestava il vino, se vinceva chiedeva un caffè. Arrotondava la dieta con i regali di un collega che, capite le sue difficoltà, ogni tanto gli portava un salame, della frutta e della verdura: “Sai, mio suocero non ha niente da fare e così alleva conigli, polli e cura l’orto: ma è troppa roba, a noi va a male, meglio se ci aiuti a farla fuori”, gli diceva ogni volta, e lo invitava a cena ogni tanto, e sua moglie gli mandava delle fette di torta. Anche la Teresa, naturalmente, lo aiutava: “Ho fatto la trippa: ne vuole un po’? E’ bella calda!”. Oppure: “Senta che bontà questo salmì”. Suo marito scalpitava, ma a lei non gliene importava niente. La Teresa e il collega erano fra i pochissimi che, malgrado avessero già scoperto anche i lati meno piacevoli dell’indomabile carattere di Luigi, lo avevano davvero accettato: il paese era pettegolo quanto il suo, ma per giunta più piccolo, per cui le antipatie crescevano più in fretta… né lui aveva fatto nulla per contenersi, discutendo su tutto e di tutto, ma soprattutto di politica e sport, che sono da sempre gli argomenti perfetti per farsi dei nemici.

“Molti nemici, molto onore” sentenziava Luigi, e intanto pensava a quelli che aveva lasciato a casa e ai quali stava preparando uno scherzetto dei suoi, per il quale risparmiava ogni centesimo: li avrebbe umiliati tornando vestito da gran signore e avrebbe raccontato al bar di quanto fosse bello e grande l’appartamento che aveva affittato, di come il lavoro gli piacesse e il suo capo lo stimasse, al punto che, appena possibile, gli avrebbe fatto avere un aumento e, chissà, forse anche una promozione. Luigi, se ci si metteva, sapeva raccontare le bugie più convincenti del mondo, e con una naturalezza che sua madre e suo fratello ben conoscevano e temevano. L’unica cosa vera sarebbero stati l’abito col panciotto e il soprabito in assortimento, in pura lana di cammello, che avrebbe ordinato dal sarto del paese vicino appena avesse avuto i soldi dell’anticipo e poi avrebbe pagato, neanche a dirlo, indebitandosi di un tanto al mese; poi doveva comprarsi un paio di scarpe nuove (“I veri signori si giudicano dalle scarpe”, gli diceva sempre sua madre, e lui ne era convinto), un bel cappello e, magari, anche i guanti. Ne sarebbe uscita una spesa pazzesca, ma la tentazione di zittire le malelingue era troppo forte: e poi, col bel vestito avrebbe rassicurato anche la sua fidanzata e sua madre –  si disse – e quindi, che male c’era? Così i sacrifici, alimentati dal rancore, non gli pesavano: lavorava di lena, perché davvero voleva fare buona impressione al suo capoufficio, e allo sportello gli piaceva stare, lo aveva già fatto in banca e sapeva come trattare i clienti.

Fra di loro c’era anche un prete, che tutte le settimane spediva una lettera: era un tipo piccolo, magro e svelto, di circa cinquant’anni, i capelli grigi e ricci e lo sguardo sorridente: “E’ così triste lasciare i nostri pensieri dentro una cassetta delle lettere, lì, al freddo, sperando che vengano presi nell’ora stabilita e non dimenticati sul fondo…Per questo vengo qui in ufficio a spedirli, così sono sicuro che partiranno il giorno stesso in cui li ho scritti: pensieri freschi di giornata! Se scrivo una lettera, mi sembra di stare con i miei cari, che non vedo da un bel po’: sa, io non sono di qui… Nemmeno lei, però: le piace scrivere a casa? Ah, mi scusi, chiacchiero e non mi sono presentato: Don Francesco, salesiano”. Luigi si meravigliò: come mai quel prete era così chiacchierone, quella mattina? Le altre volte lo aveva salutato cordialmente, ma niente di più: … anche se, aveva notato, sembrava guardarlo di sottecchi, come pensando a qualcosa, quasi studiandolo… O, magari, era la coscienza poco pulita di Luigi a farglielo credere, visto che, malgrado fosse un grafomane, in quelle settimane aveva spedito una sola lettera alla fidanzata e una a sua madre, e non di più. Certo, per essere un prete, Don Francesco era strano: andava in giro con una tonaca consumata e niente cappotto, solo una giacca di maglia nera a difenderlo dal freddo, ma era sempre sorridente e non si lamentava mai. Tutto il contrario di don Giuseppe, l’arciprete, che i paesani riverivano timorosi quando, incontrandoli, esordiva con il suo “Sit laus Christo Iesu”: lui, malgrado la pesante cappa di lana sulla tonaca impeccabile, il tricorno sormontato dal fiocco a scaldargli la testa calva e i guanti a proteggere la sua “carne consacrata”- così diceva di sé – dal freddo e dal contatto con i “non consacrati”, era invece sempre scostante e sussiegoso. “… Perché don Giuseppe è fatto così – gli spiegò la Teresa – Il parroco è una persona molto seria, ci tiene alla forma. Don Francesco, invece… Eh, quello lì è un santo, glielo dico io.” E, abbassando la voce: “Don Giuseppe ce l’ha con lui perché i Salesiani gli portavano via i bambini del catechismo: adesso Don Francesco è rimasto da solo, ma prima, quando il loro oratorio funzionava e i Salesiani erano in cinque, da Don Giuseppe non ci voleva andare nessun bambino, perché con lui si annoiavano, li metteva in castigo se non sapevano le preghiere a memoria e li spaventava con la storia dell’anima che diventa nera se si fa peccato; invece con i Salesiani studiavano le stesse cose, ma in più giocavano a pallone e si divertivano. Mah… Ancora poco e pure don Francesco se ne andrà via: sta solo aspettando di sapere dove… Se vedesse che tristezza la sua messa del mattino: poverino, la deve fare alle cinque, perché il parroco si è preso quella delle sei, che è più comoda e più affollata perché ci vanno anche gli operai prima di andare in fabbrica. Pare che Don Giuseppe gli abbia detto che, se vuole, se non gli va di svegliarsi così presto, può anche non celebrare la messa del mattino: ma don Francesco gli ha risposto che “la prima cosa che desidera svegliandosi è nutrirsi del Pane del Signore”. A volte, pensi, in chiesa da don Francesco siamo solo in due o tre vecchie perché, specie adesso che il suo oratorio non funziona più, in paese hanno paura che Don Giuseppe non gli ammetta i figli alla Prima Comunione… Ah, ma io non ci sto, questo dispetto non glielo voglio fare a don Francesco, e così estate e inverno mi sveglio alle quattro per sentire la sua Messa, ecco. E poi fa delle prediche meravigliose: … è un santo, glielo dico io, è un santo”. Santo o no, quando don Francesco lo guardava, a Luigi sembrava che gli leggesse l’anima.

Mancava poco al Natale. Il suo capo, anche se non sarebbe stato consentito dal regolamento, visto che veramente Luigi aveva lavorato bene e avrebbe passato il Natale solo come un cane, decise di fare un strappo alla regola e gli concesse una settimana per tornare a casa.“Una sfacchinata, ma é anche un bel regalo, no?”, gli disse il collega, che aveva caldeggiato di nascosto quella decisione. Luigi si fece due conti: aveva già messo da parte i soldi per il viaggio di andata e ritorno e quelli per l’anticipo al sarto; aveva anche risparmiato qualcosina per fare un regalino a Maria, per ricambiare la medaglietta d’oro appesa alla catenina che lei gli aveva regalato al momento di salutarlo: “C’è su la Madonnina”, aveva sussurrato. Luigi non era credente, non troppo almeno, ma molte sere aveva accarezzato quella medaglietta, quando lo prendeva la tristezza e la solitudine si faceva sentire più del tollerabile. Ma il vestito, la stoffa per farlo, la manifattura, le rifiniture, le scarpe nuove e il cappello gli sarebbero costati così tanto che non sapeva proprio che cosa comprare alla sua fidanzata. “Boh, qualcosa troverò: che faccia scena e costi poco, magari. Maria capirà, è il pensiero che conta”, si stava dicendo quando in ufficio entrò don Francesco. “Eccola qui, Luigi! Proprio lei cercavo – gli disse, gioviale come sempre – Stavo pensando: ma lei, la sera, che cosa fa? Perché… se volesse, se si accontenta di quel poco che posso offrirle e della mia scarsa abilità di cuoco, mi farebbe piacere averla a cena da me, qualche giorno: anzi, perché aspettare?! Che ne direbbe di stasera? … Ho un brodo di gallina…! Le va?”. Parlò così in fretta e con tanta foga che Luigi non riuscì a rifiutare: in realtà, a lui i preti, con la loro spocchia, l’aria di chi sa sempre tutto e tutto pretende, non gli erano mai andati giù… E ora sarebbe andato a cena da uno di loro?! L’entusiasmo con cui Don Francesco gli strinse le mani con entrambe le sue, però, lo disarmò definitivamente: d’accordo, sarebbe andato a cena col prete, che c’era da meravigliarsi?! “Ah, grazie, grazie! Ci vediamo alle sette e mezza: lo so, è un po’ prestino, ma domani mattina ci dobbiamo tutti e due svegliare all’alba!” gli aveva detto, ed era uscito di corsa, come al solito. La verità è che Luigi era attratto da quell’omino tutto energia e sorrisi, e poi aveva voglia di parlare con qualcuno che avesse un po’ più di cultura dei suoi rozzi compagni di tressette. Comperò dei cannoncini alla crema (“Che cosa si porta a un prete che ti invita a cena? Con i dolci non si sbaglia mai”, si era detto) e puntualissimo (la puntualità era un altro dei suoi pregi) si presentò a casa del sacerdote. “Prego, prego, entri che fa freddo! Oh, che bello, che ha accettato il mio invito!”. Luigi si guardò intorno: la stanza dietro la chiesa era piccola, male illuminata da una sola lampadina col paralume e il filo coperto di carta crespa e, malgrado il camino acceso e la cucina economica su cui era posata una pentola che buttava fuori del vapore, fredda; la brandina nell’angolo opposto significava che tutta la casa del prete era lì, in quei pochi metri. Gli porse le paste, che il sacerdote guardò in modo strano: “Sono cannoncini alla crema: non le piacciono i dolci?”, chiese Luigi, preoccupato. “…No, è che mi fanno male e per questo non ne mangio da un po’: ma i cannoncini sono i miei preferiti e stasera farò una eccezione. Ma che bravo, ma come ha fatto a indovinare?”. La tavola era semplice, ma pulitissima e apparecchiata con cura: niente vino, solo acqua fresca nella caraffa. Don Francesco versò la minestrina di verdure nella scodella di Luigi, fino a colmarla, e poi ne mise un po’ nella sua: gli passò il parmigiano e si sedette davanti al suo ospite che, molto stranamente per un chiacchierone come Luigi, era in un imbarazzato silenzio. “Benedici, o Signore, questo cibo che ci siamo procurati usando dei tuoi doni e della tua grazia. Dona a tutti il pane quotidiano: specialmente ai poveri e ai bambini. Così sia”. E si fece il segno della croce. Luigi non si aspettava quella preghiera, per di più recitata in italiano, e stava già col cucchiaio in mano, ma si fermò in tempo, mentre Don Francesco, ridendo sotto i baffi che non aveva, fingeva di non avere visto. Dopo la minestra, Don Francesco mise nel piatto di Luigi una bella porzione di gallina ripiena e puré. “Io non ne mangio: capirà, alla mia età la sera devo stare leggero”, spiegò il prete a Luigi, che gli aveva chiesto perché non ne prendesse anche per sé. Parlarono. Il prete raccontò che era arrivata la lettera di trasferimento e che sarebbe partito ai primi dell’anno, che gli dispiaceva lasciare quel paese che sì, era un po’ rozzo, ma la gente era di buon cuore in fondo, bastava poco per farsi ben volere. Mentre Don Francesco gli parlava, Luigi faceva fatica a reggerne lo sguardo: gli sembrava che quell’uomo gli entrasse dentro, che non gli si potesse nascondere nulla. Decise che, una volta tanto, non avrebbe raccontato bugie, millantando come sempre faceva: si sarebbe limitato a raccontare di sé l’essenziale per non essere scortese, niente di più. Provava una strana sensazione, un disagio che però non era del tutto sgradevole: percepiva la grandezza di Don Francesco, gli piaceva la sua conversazione brillante, si rincuorò a sentirlo parlare di scrittori e filosofi, argomenti che da tempo non gli capitava di affrontare, e la cena passò via in un lampo. “Le undici! Mi scusi, Don Francesco, le ho fatto fare tardi!”. Luigi si alzò di scatto, dispiaciuto. “Ma no, io dormo poco: … però, se le fa piacere, domani mattina potrà condividere la mia levataccia venendo alla Messa delle cinque… Ma no, che dico: lasci stare, scherzo, sa?”. Luigi si infilò la giacca e fece per uscire: “Grazie, Don Francesco, è stata una bellissima serata”. “E le pastine? Non le abbiamo aperte: le prenda lei, per la colazione!” gli disse il sacerdote: ma Luigi era già lontano, inghiottito dal buio.

Quella notte dormì poco e male: continuava a pensare a Don Francesco. Per quanto il sacerdote si fosse mostrato disinvolto, era evidente la sua estrema povertà: la cucina, l’unico locale in cui viveva, era fredda e umida perché il prete aveva aspettato l’ultimo minuto per accendere il camino; la legna nella cesta era poca, Luigi lo aveva notato subito, e il sacerdote l’aveva consumata tutta durante la cena, per far stare al caldo il suo ospite. Guardò la sveglia sul comodino: le quattro e mezza. Si alzò di scatto: e va bene, sarebbe andato a messa da quel matto di prete. Matti tutti e due, perché lui avrebbe potuto dormire ancora un po’, ma proprio non poteva lasciare che quel pover’uomo, malato e solo, odiato dall’odioso arciprete che tanto aveva fatto e brigato per farlo trasferire, si svegliasse all’alba per celebrare la Messa senza nessun fedele davanti. Ci sarebbe andato lui. Luigi era così: tutto fuoco, nel bene e nel male. Arrivò nella chiesa gelida appena in tempo: c’erano solo altre due donne, inginocchiate tra i banchi. Una di loro trasecolò, vedendolo: era la Teresa, che proprio non credeva ai suoi occhi. Don Francesco, invece, non sembrò per nulla sorpreso: gli sorrise con uno sguardo di complice intesa e cominciò a celebrare. La predica fu dedicata alla “Parabola del figliol prodigo”: “Tutti pensano che sia solo la storia di un ragazzo sbandato che torna a casa per sfruttare ancora la sua famiglia, e della gioia di un padre per il figlio che credeva perso e invece ora ritrovava, ma in realtà questa parabola è l’occasione per meditare sul perdono. Tutti dobbiamo chiedere perdono a qualcuno e tutti dobbiamo perdonare qualcun altro: il figlio, prodigo cioè scialacquone, chiede il perdono del padre non per convenienza, ma perché capisce che ciò che aveva sempre disprezzato, cioè la protezione e l’amore di una famiglia e le regole che essa impone, sono essenziali per la vita, anche e soprattutto quella interiore. Il padre lo perdona perché vede che è sincero, e noi tutti dobbiamo perdonare il fratello savio, che non parla per gelosia: molto umanamente, si risente dell’amore del padre che mette sullo stesso livello lui, che si è sempre comportato benissimo, e quel suo fratello scombinato; anzi, gli organizza pure una grande festa! Mettetevi nei suoi panni: che fareste voi, se vi foste sempre comportati benissimo, se aveste vissuto sempre accudendo premurosamente i vostri cari, sempre ad amministrare i beni di famiglia nell’interesse di tutti, e vi trovaste addirittura rimproverati per la vostra sorpresa nel vedere così facilmente perdonato chi, fino al giorno prima, per le vostre virtù vi disprezzava?”. Luigi si sentì all’angolo: perché quel prete strambo aveva scelto quella parabola e proprio la mattina in cui, inaspettatamente, fra i banchi c’era lui?

Finita la Messa, Luigi stava per andarsene ma la Teresa lo arpionò: che ci faceva lì? Luigi le raccontò della cena. “Non avrà mangiato per una settimana per mettere via le verdure e chissà da chi si è fatto fare credito per la gallina… E la legna? Sarà stato al freddo chissà quanto per risparmiarla per ieri sera. Io lo so, perché lui non ha soldi e vive delle elemosine della brava gente, che gli porta un po’ di mangiare e di legna”. Non disse, la Teresa, che “la brava gente” erano solo lei e altre due o tre donne: del povero prete inviso al superbo parroco non gliene importava a nessun altro, in paese. Luigi si sentì male: lui quella gallina buonissima l’aveva sbafata e non aveva avuto dubbi a credere che il prete non ne avesse presa perché era sazio… Almeno le pastine gli erano rimaste, le avrebbe mangiate, si rincuorò fra sé: ma la Teresa, la sera, lo informò che la Antonietta era rimasta di sasso quando quella mattina Don Francesco le aveva portato dei cannoncini di pasticceria, per ringraziarla di quel po’ di gallina lessa che lei gli aveva regalato.

Luigi non disse nulla, ma per tutti i restanti giorni prima della partenza andò alla Messa delle cinque del mattino: non si confessò, ma ascoltò con attenzione le prediche di Don Francesco, che parlò sempre a lui e di lui (Luigi ne era sicuro), anche se nulla sapeva davvero della sua storia, come quando commentò la parabola dei talenti, che a Luigi fece ricordare le parole di Guido, o quando raccontò della tenerezza di Nostro Signore per sua Madre, facendogli provare una acutissima nostalgia della sua che aveva salutato senza se e senza ma, o quando esaltò la bellezza della Sacra Famiglia, che gli ricordò il sogno della sua fidanzata di crearne una insieme.

Il giorno della partenza, Luigi indugiò allo specchio: era in ordine perfetto, i capelli impomatati, la barba ben fatta, il vestito pulito e stirato dalla Teresa. Nessun abito nuovo, però, nessun capotto elegante, ai piedi le scarpe di sempre, lucide lucide: in compenso, in valigia c’era un caldo scialle di lana per sua madre e in tasca Luigi aveva un bellissimo bracciale d’oro per Maria. Aveva speso così i soldi risparmiati: in regali per la famiglia. Anche al fratello avrebbe voluto portare un regalo, ma per il suo orgoglio era troppo: allora aveva optato per una fiammante automobilina rossa a pedali per il nipotino, così ingombrante che per tutto il lungo viaggio gli impedì di sedersi comodamente sui, per altro scomodissimi, sedili di legno del treno. Prima di salire sulla corriera, passò a salutare Don Francesco, ma trovò la canonica chiusa: chiese alla Teresa che, asciugandosi gli occhi col grembiule, gli passò una busta. “Caro Luigi, sono partito: la chiamata è arrivata prima del previsto e non ho potuto salutarti di persona. Grazie di tutto. Che il Cielo ti benedica. Con amicizia. Don Francesco”. Almeno, questo Luigi disse alla Teresa che Don Francesco gli aveva scritto, ma lei non gli credette: aveva preso in mano la busta, che era pesante e sicuramente conteneva molti fogli. La donna non seppe mai, né lo seppe nessun altro, quello che il prete aveva scritto a Luigi, che lesse la lettera poco alla volta, perché ogni parola che don Francesco aveva scritto pesava come un macigno sulla sua anima.

Il giorno di Natale, avvolgendola nello scialle che le aveva comprato, Luigi abbracciò sua madre, che gli sembrò molto più piccola di quando l’aveva salutata, solo due mesi prima; sotto gli occhi un po’ commossi del suo burbero fratello, giocò per ore col nipotino, impazzito di gioia per il regalo inaspettato. Diede a Maria il braccialetto e con un sorriso, schermendosi, le sussurrò: “Non avevo i soldi per un anello di fidanzamento: così ho pensato che questa “manetta” ti avrebbe unito a me anche di più”. Lei lo guardò e lo strinse forte forte a sé, dandogli un bacio sulla bocca: una audacia che Luigi non le conosceva e lo lasciò senza parole, scaldandogli il cuore.

Che cosa ne sarebbe stato di loro, se davvero avrebbero creato la famiglia serena che Maria sognava o se il brutto carattere di Luigi avrebbe portato le lacrime che molti profetizzavano, ora non era un problema: tutto era perfetto, in quel momento.

E fu proprio in quel momento perfetto che gli venne in mente Don Francesco.

“Grazie”, gli disse fra sé e sé: e dicendolo, chissà perché, alzò gli occhi al Cielo.

 

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