Il magico potere del riordino (Questa è una storia vera)

Il magico potere del riordino (Questa è una storia vera)

Sono una che cucina molto. Preparo cose semplici, per carità, ma mi piace spignattare e mi diverto moltissimo a fare dolci: sotto le Feste, poi! Bene: ora che Natale e suoi sodali se ne stanno andando, è il momento di dare una bella ripulita al forno. Sia chiaro: tengo sempre pulito il forno, ma dopo il super-lavoro cui l’ho sottoposto nelle ultime settimane si merita un trattamento speciale, una specie di “hammam per forni”, con rispetto parlando. Però mia madre, che pure fin da quando ero bambina voleva che avessi un lavoro fuori casa per avere la mia autonomia economica e non ritrovarmi ad essere una casalinga disperata, disperatamente mi impartiva lo stesso quotidiane lezioni di economia domestica: l’avverbio indica chiaramente quanto io fossi poco collaborativa, ma quelli erano tempi in cui, almeno nella mia famiglia, se i genitori ti dicevano di fare qualcosa (“ordinavano” sarebbe il verbo giusto, ma non lo uso perché potrebbe apparire politicamente scorretto) tu obbedivi: stop. E così, con l’aria da patibolo, mi ritrovavo a subire il supplizio: “Prima di iniziare ti infili il grembiule delle pulizie e i guanti, e poi prepari il necessario: stracci, detersivi, scopa, paletta e la scala – mi diceva immancabilmente tutte le volte mia madre, che quindi procedeva col ricordarmi la regola numero due, che in realtà era quella fondamentale – Ricordati che le pulizie si cominciano sempre partendo dall’alto per finire in basso”. Logico: se prima pulisci in basso e poi in alto, lo sporco di su cadrà sul pulito di giù e tu avrai lavorato per niente. Sarei arrivata anche da sola a questa illuminata conclusione, ma comunque la lezione mi è stata ripetuta così tante volte che oramai per me è diventato automatico pulire sempre “dall’alto verso il basso”.

E’ per questo che, anche se il vero soggetto delle mie cure domestiche è il forno, prima darò una ripulita al piano di cottura soprastante: tanto sarà un lavoro veloce, visto che lo rivesto con l’alluminio (trucco da sguattero di cucina professionale: le schifezze che incrostano i fornelli restano sulla carta, che va sostituita dopo avere dato una passata al piano di cottura). Il lavoro è rapido e garantisce il massimo dell’igiene… Però…

Adesso che guardo meglio, mi accorgo che gli spargifiamma, che mi sembravano abbastanza puliti, non sono davvero impeccabili: poco male, li metterò nella lavastoviglie insieme ai coprifiamma e ai supporti grigliati per le pentole, farò un lavaggio rapido per “ammorbidire” lo sporco e poi basterà una grattatina con la spugnetta per farli ritornare splendenti. Detto fatto. Sto per rimettere la stagnola.

… Però…

Adesso che guardo meglio, vedo che gli ugelli del gas sembrano circondati da un alone che non mi piace per niente. E’ in casi come questi che le lezioni di economia domestica tornano utili e infatti so bene che fra i migliori amici di una massaia (come me in questo momento) ci sono spazzolino e stuzzicadenti. Naturalmente l’igiene orale non c’entra: lo spazzolino che sto usando non ha neppure la più lontana idea di che cosa siano chiostra dentale e gengive, perché é entrato in casa mia con il preciso compito di pulire le parti più piccole e antipatiche dei mobili e delle piastrelle, non della bocca; quanto agli stuzzicadenti, con la loro punta sottile e non aggressiva arrivano là dove nemmeno lo spazzolino riesce a pulire e li tengo solo per questa ragione – e non per il gesto barbaro e sconsiderato per il quale sono stati inventati. Armeggio con aceto caldo, bicarbonato e i miei fedelissimi di cui sopra, rimetto la stagnola e passo alla pulizia del forno: niente detersivi aggressivi e corrosivi, perché il mio forno ha il programma pirolitico, che incenerisce lo sporco sulle pareti. E’ vero, consuma un botto, ma va usato una volta ogni tanto e oggi è quella volta: la funzione dura tanto e l’ho già attivata ieri sera, per cui adesso devo solo inserire un pentolino di acqua bollente, aspettare che il vapore ammorbidisca gli eventuali residui e quindi passare le pareti e il piano con un panno; griglie e placche sono nella lavastoviglie con i cugini del piano cottura e …voilà, tutto pulito! Ah, che meraviglia: ora posso togliermi il grembiule e leggere il libro che mi sta aspettando.

… Però…

Adesso che guardo meglio, mi accorgo che non ho rispettato la regola aurea del “prima sopra e poi sotto” (sto sempre parlando di faccende da massaia: non fate gli spiritosi con doppisensi da caserma, please), perché ho del tutto ignorato la cappa e il pensile che la contiene… E’ tutto pulito, si badi bene, ma fare le cose a metà non ha senso, mi dico… Vabbé, ho capito: metto nello spruzzino metà acqua e metà sgrassatore, prendo la scala e procedo. Ci vuole davvero poco: quando l’ho comprata, ho scelto la mia cucina di solido laminato, bello, bianco e lucido. “Se posso permettermi – ricordo le parole del gentile venditore – le sconsiglio questo colore: il bianco, per di più lucido, si riempie subito di ditate e lei dovrà ripassare i pensili in continuazione”. “Sì – fu la mia risposta – ma se il materiale è buono reggerà ogni detersivo non abrasivo: ci vorrà un attimo per pulirlo”. Il venditore scosse il capo, come davanti a chi sta facendo la più grande sciocchezza della sua vita, ma, in pace con la sua coscienza e in virtù de “Il cliente ha sempre ragione”, ordinò la mia cucina, bianca (anzi, bianchissima) e lucida (anzi, lucidissima). Quello che il buon uomo non sapeva era che la cucina dei miei genitori era arredata come diceva lui, e cioè con mobili scuri e opachi, e sapevo ben io, che spesso ero di corvée, quanto facilmente si sporcassero e quanto fosse noioso e faticoso ripulirli. E infatti ecco qua: basta una passatina, il mio pensile è subito bello, bianco, lucido… et voilà, tutto pulito! Ah, che meraviglia: ora posso togliermi il grembiule e leggere il libro che mi sta aspettando.

… Però…

Adesso che guardo meglio, mi accorgo che di nuovo non ho rispettato la regola aurea: eh sì, perché il pensile ha anche un lato superiore. Mica vorrò pulire solo “dove passa la suocera”, no? E’ deciso: pulirò anche lì; tanto ci vuole davvero poco perché, sempre seguendo gli insegnamenti di mia madre, che se mi vedesse ora sarebbe incredula e orgogliosa (“Mamma, vedi che ti ho ascoltato?” le dico, sperando che, da dove si trova – cioè dove tutto è possibile – magari mi stia guardando davvero), sul lato superiore dei pensili ho messo carta di giornale, sagomata in maniera che da sotto non si veda nulla, ma tale per cui (come con la stagnola sul piano cottura, ricordate?) basta rimuoverla periodicamente e polvere e grasso di cucina se ne vanno in un battibaleno e sarà sufficiente una passatina con la magica mistura nel mio spruzzino per igienizzare tutto. Naturalmente, prima di procedere passo il levaragnatele telescopico sul soffitto e sulle pareti: ragnatele non ce ne sono, per fortuna, ma la regola va rispettata: “dall’alto verso il basso”, dice, e in una stanza non c’è niente di più alto del soffitto, per cui è da lì che devo partire. E allora, via! Tolgo la carta, spruzzo il detergente, lavo, sciacquo, asciugo e fodero con il giornale di ieri. Come dite? Se so che esistono detergenti che non si sciacquano? Lo so, certo che lo so, ma la terza regola dice: “Prima si passa un panno umido con il detergente, che si lascia agire per un paio di minuti, quindi si strofina, poi si sciacqua per rimuovere i residui di detersivo e infine si asciuga per rimuovere i residui dei residui. Ricorda: il risciacquo è importante come la detersione e l’asciugatura è più importante ancora, perché serve anche a lucidare”. Quindi, anche se sull’etichetta c’è scritto “Non serve risciacquare”, io risciacquo, eccome, e poi asciugo con cura. Dopo un certo numero di “tolgo la carta, spruzzo il detergente, lavo, sciacquo, asciugo e fodero”, “tolgo la carta, spruzzo il detergente, lavo, sciacquo, asciugo e fodero”, “tolgo la carta, spruzzo il detergente, lavo, sciacquo, asciugo e fodero” e di una certa ginnastica tonificante per le gambe su e giù dalla scala (la mia cucina è di buone dimensioni e i pensili non bastano mai) … voilà, tutto pulito! Ah, che meraviglia: ora posso togliermi il grembiule e leggere il libro che mi sta aspettando.

… Però…

Adesso che guardo meglio, mi rendo conto che, in effetti, il bianco è un colore infido assai: ora che la prima anta è stata pulita, quelle degli altri pensili, prima apparentemente candide, sembrano grigioline…  E così rieccomi sulla scala, armata di spruzzino e panno di microfibra. Sto per cominciare, quando ho una folgorazione: ma davvero sto pulendo tutto il “fuori” ignorando il “dentro”? Non sia mai detto: svuoto gli armadietti e provvedo con una passatina: tanto ci vuole poco perché, grazie a Santa Ikea di Svezia, li ho tutti attrezzati con scatole e contenitori varii. E così svuoto l’armadietto, spruzzo il detergente, lavo, sciacquo, asciugo e rimetto a posto. Dopo un numero infinito di “svuoto l’armadietto, spruzzo il detergente, lavo, sciacquo, asciugo e rimetto a posto”, “svuoto l’armadietto, spruzzo il detergente, lavo, sciacquo, asciugo e rimetto a posto”, “svuoto l’armadietto, spruzzo il detergente, lavo, sciacquo, asciugo e rimetto a posto” vedo la luce in fondo al tunnel: et voilà, tutto pulito! Ah, che meraviglia: ora posso togliermi il grembiule e leggere il libro che mi sta aspettando.

… Però…

Adesso che guardo meglio, devo pulire anche il piano di lavoro: tanto ci vuole davvero poco, basta spostare i piccoli elettrodomestici, i barattolini delle spezie, l’olioacetopepeesale, la zuccheriera, la brocca per purificare l’acqua del rubinetto, il portaposate, il portasapone (ma quanta roba ci sta su un normale piano di lavoro?!) e dare una passatina con la candeggina. Il piano è bianco e tale deve rimanere. Verso la candeggina, strofino, sciacquo e asciugo, e quindi passo alle basi: stesso lavoro fatto per i pensili (vi risparmio la descrizione, tanto la sapete già) et voilà, tutto pulito! Ah, che meraviglia: ora posso togliermi il grembiule e leggere il libro che mi sta aspettando.

… Però…

Adesso che guardo meglio, devo anche togliere le tende e ficcarle in lavatrice (ah, già, mi stavo dimenticando un’altra regola: le tende in cucina vanno lavate spesso, molto spesso, perché i tessuti, si sa, trattengono gli odori e così potreste ritrovarvi per giorni e giorni a fare colazione, pranzo e cena col fantasma del caciucco della settimana precedente, per dire) e lavare i vetri (gli infissi no, li ho lavati prima di Natale). Tanto ci vuole davvero poco, perché le tende sono di un furbissimo tessuto che non si deve stirare: metto il programma rapido e poi sono subito al loro posto, ancora un po’ umidine e profumate. I vetri ora brillano: non mi resta che lavare il pavimento et voilà, tutto pulito! Ah, che meraviglia: ora posso togliermi il grembiule e leggere il libro che mi sta aspettando.

… Però…

Adesso che guardo meglio, mi accorgo che le sedie, in legno chiaro, avrebbero bisogno di una pulitina anche loro: infatti intravedo in controluce qualche ditata sullo schienale. Beh, mica lascerò tutto il resto smagliante e le ditate sulle sedie, no? Tanto ci vuole davvero poco, perché con il detergente specifico per legno basta una passatina: e poi sono quattro, mica quattrocento! Il pavimento della cucina si è asciugato velocemente (alla signora che ha inventato il mocio che si strizza da solo e arriva dappertutto senza fatica hanno dedicato un film, ma io l’avrei proposta per il Nobel per l’attrezzistica domestica): et voilà, tutto pulito! Ah, che meraviglia: ora posso togliermi il grembiule e leggere il libro che mi sta aspettando.

… Però…

Adesso che guardo meglio, mi accorgo che ho ignorato il comma 1 della regola numero 1: non ho indossato i guanti. Le mie mani sono in uno stato pietoso: lo smalto è sbeccato e la pelle è secchissima. Nessun problema: mi rifaccio la manicure. Levasmalto, crema per le mani, limetta, base rinforzante, smalto (prima passata), smalto (seconda passata), top coat (così si chiama in gergo quello che, in italiano, avremmo detto “fissatore”: ma se dici alla commessa della profumeria “Un fissatore per smalto, per favore”, capace che quella ti manda in ferramenta): ora non resta che aspettare che il tutto asciughi.

Miro e rimiro la mia cucina splendidasplendente: sono stanchina, sì, ma contenta, come si addice a chi ha lavorato con coscienza e serietà. (Sei d’accordo anche tu, mamma, vero?).

Emetto un sospiro di soddisfazione e mi sposto in soggiorno: poso gli occhi con amore sui mobili e i soprammobili, le fotografie di famiglia, i quadri alle pareti. Che pace, che tranquillità: è, come direbbero i Giapponesi, l’effetto del “magico potere del riordino” che ha fatto centro un’altra volta. Tutto mi sembra bello, ordinato e pulito.

… Però, adesso che guardo meglio …

(Giancarla Paladini)

 

 

About Giancarla Paladini

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *