“La nemica”: chiacchierata con Brunella Schisa

con brunella schisa nov 2017“La nemica”, Brunella Schisa, Neri Pozza Ed.

2017

Pagine 448
€ 18,00

 

 

 

 

 

Giochiamo a inventare storie: immaginiamo, per esempio, una vicenda che abbia al suo centro una avventuriera spregiudicata e affascinante; poi aggiungiamo un tesoro da rubare, magari un’ incredibile e inestimabile collana fatta di centinaia di diamanti, alcuni anche di centotrenta carati. Per dare un po’ di colore, immaginiamo ora che la vicenda avvenga in Francia in un momento fatale per la storia di tutta l’Europa (che so, a cavallo della Rivoluzione Francese) e per dare altro pepe al racconto immaginiamo pure che l’avventuriera vanti antenati illustri e sia di sangue reale, ma odi a tal punto la Regina, che in quel momento è la vituperatissima Maria Antonietta, da fare in modo non solo di rubare diamanti e denaro, ma di attribuirne la colpa nientemeno che alla Sovrana:… magari, facciamole pubblicare notizie “false e tendenziose”, così potrà  trascinarla in uno scandalo enorme e farla odiare ancora di più dal popolino, già sul punto di insorgere sanguinosamente. E per finire, aggiungiamo qualche nome ad effetto: che ne direste di Cagliostro, Mirabeau, “Philippe Égalité”? Altri ancora? Al vostro buon cuore.

Riuscirà la truffa? Che fine faranno la collana e le sue preziosissime pietre? Che ne sarà dei protagonisti? Vediamo: sarebbe giusto che la truffatrice venisse arrestata e condannata con severità, perché la Giustizia deve sempre trionfare, ma… e se invece la facessimo fuggire dal carcere? La svolta nel racconto ci permetterebbe di aggiungere suspense alla suspense: va bene, facciamolo.

Beh, niente male come fantasia: … peccato che questa non sia una trama romanzesca, ma esattamente la cronaca di quello che successe fra il 1785 e il 1791, quando Jeanne de la Motte, la nostra avventuriera, discendente decaduta dei Valois di Francia, architettò e realizzò una delle truffe più colossali della storia, contemporaneamente imbastendo ai danni di Maria Antonietta una feroce ed efficace campagna denigratoria. Jeanne de la Motte venne arrestata, sottoposta a pubblico supplizio e imprigionata a vita… salvo fuggire rocambolescamente dal carcere, ovviamente, e mettersi in salvo fuori dai confini di una Francia stravolta dalla Rivoluzione e dai suoi sanguinari fautori.

Il bel libro del quale ci occupiamo,“La nemica” (Neri Pozza Ed.) racconta questa storia per filo e per segno, riportando minuziosamente avvenimenti, nomi, date: è, insomma, un preziosissimo romanzo storico, di quel genere, cioè, così caro alla sua Autrice, Brunella Schisa.

Il romanzo ha avuto una lunga gestazione, fatta di puntigliose ricerche storiche e letterarie (anche Dumas si era interessato, a suo modo, all’affair du collier de la Reine scrivendoci su un romanzo, e persino Victor Hugo aveva raccontato il suo incontro con il principale complice di Jeanne, lo squallido marito Nicolas de la Motte): Brunella Schisa, alla fine, inventa solo due personaggi, necessari ai fini della narrazione.

Per il resto, come si diceva, tutto vero, tanto che il libro permette anche un piacevolissimo ripasso dei prodromi della Rivoluzione francese, dell’assetto politico della Francia di Luigi XVI, della disastrosa situazione economica del suo regno, dei fatti del luglio 1796 e delle loro conseguenze fino al 1791, anno della morte di Jeanne de la Motte: morte vera o presunta, perché, come in ogni mistero che si rispetti, non si è sicuri che la versione storica e ufficiale sia anche quella veritiera. Chi avesse dei dubbi, comprensibili data l’abnormità della vicenda, si gusti in chiusura cronologia ed epilogo.

Del resto, non è certamente un caso se l’altro vero protagonista del romanzo oltre a Jeanne de la Motte è Marcel, un giovane giornalista, cui lo zio, Jacques Renéaume de La Tache (anch’egli realmente esistito: fu giornalista ed editore della Gazette de Gazettes) insegna il mestiere: fra le righe, ma nemmeno troppo celatamente, Brunella Schisa, a sua volta giornalista di vaglia e lungo corso, ci parla di fake news, di manipolazione dell’opinione pubblica e dei disastri che può causare, ci racconta di politici incapaci, di costumi decadenti e di animi corrotti.

Alla fine, a ben guardare, questo è un vero réportage sull’oggi travestito da minuzioso romanzo storico: come l’Autrice sia riuscita a far a sì che l’insieme vastissimo di nomi illustri, eventi verificati, accadimenti probabili o artatamente rimaneggiati, fluisca con coerenza e armonia in un racconto solo parzialmente fatto anche di fiction, si spiega facilmente con il suo innegabile talento di narratrice, che cattura il lettore sin dal primo capitolo.

L’AUTORE: 

Brunella Schisa è nata a Napoli. Dopo aver lavorato come traduttrice, esordisce nella narrativa nel 2006 con il romanzo La donna in nero (Garzanti) che riceve numerosi riconoscimenti tra i quali il Premio Rapallo. Giornalista di Repubblica, ha curato per anni la rubrica dei libri sul Venerdì, con cui adesso collabora. Tra le sue opere Dopo ogni abbandono (Garzanti, 2009) e La scelta di Giulia (Mondadori, 2013).

Ecco l’intervista a Brunella Schisa, il cui sonoro trovate in alto, nella sezione audio di questa pagina.

Canzone consigliata: Colonna sonora de “L’intrigo della collana” di David Newmann

 

Giancarla: Ci siamo lasciate con la grande storia di una famiglia e una certa Giulia che doveva operare una certa scelta (“La scelta di Giulia”, Mondadori: n.d.r.) e oggi ti ritrovo con un romanzo di amplissimo respiro: un romanzo “storico” ma,credo, solo all’apparenza (ne parleremo dopo). Perché hai deciso di buttarti in questo “ginepraio”?

Brunella Schisa: … Hai detto proprio bene: un ginepraio! In realtà, ho scritto “La scelta di Giulia” quando già pensavo a questo romanzo, ma siccome sapevo che, appunto, era un “ginepraio” ho cercato di rimandarlo in tutti i modi: un “ginepraio”, perché si tratta di una delle storie più romanzesche mai accadute. Quella che racconto è infatti una storia vera intorno alla quale si è scritto moltissimo: saggi, romanzi, film e perfino dei cartoni animati (“Lady Oscar”, il cartoon, è ispirato a questa storia) si sono occupati della colossale truffa della “collana di Maria Antonietta”, ma io volevo farlo in modo diverso, come nessuno  aveva mai fatto prima. Forse sono stata un po’ pazza, perché anche Dumas aveva scritto un libro su “L’affair du collier” (un libro – meno male –  mediocre, altrimenti non ci avrei provato) che ho letto solo dopo avere finito il mio e che si chiude con la condanna della truffatrice, Jeanne de la Motte, sul patibolo. Io, invece, ho cominciato proprio da quel momento: mi sembrava un incipit fortissimo raccontare quello che Jeanne del Motte davanti al popolo fu spogliata, frustata, marchiata col ferro rovente per imprimere sulle sue spalle la lettera “v” di voleuse, ladra, e poi venne imprigionata a vita a La Salpêtrière. I primi capitoli sono stati i più faticosi, perché ho evitato i flash-back: tutti hanno raccontato la storia della collana e della truffa colossale, io invece l’ho voluta superare, andare al “dopo”, che mi interessava di più.  Questa donna affascinante, un genio del male, riesce infatti ad evadere dalla Salpêtrière e diventa “la nemica” di Maria Antonietta.

G.: E infatti il tuo romanzo si intitola “La nemica” perché nei suoi libelli diffamatori lei si firmava, appunto, “la nemica mortale” di Maria Antonietta: in realtà, Jeanne de la Motte é nemica di se stessa, almeno stando alla biografia che tu scrivi di lei. Va infatti notato che, se anche in questo caso tu sei in veste di romanziera,  hai scritto un libro di inchiesta giornalistica a tutti gli effetti: non è un caso, per esempio, che alcuni dei protagonisti siano giornalisti. Anzi: secondo me, tu qualche lezioncina di giornalismo, sia pure fra le righe, hai giustamente voluto darla…

B.S.: Assolutamente sì: si scrive sempre di qualcosa che si conosce e anche di sé e quindi non c’è dubbio che l’ho fatto. Nel mio romanzo, effettivamente, ci sono due giornalisti (che, fra l’altro, sono gli unici due personaggi inventati: gli altri sono esistiti realmente): mi servivano per la forma romanzesca, per raccontare dall’esterno gli accadimenti. Il furto della collana avviene nel 1785: la storia che racconto parte da quel momento e finisce nel 1791; nel mezzo c’è stata buona parte della Rivoluzione francese. Io ho dovuto raccontare la presa della Bastiglia, la marcia su Versailles, l’imprigionamento dei sovrani a Les Tuileries e la loro perdita del potere, quindi mi servivano due osservatori esterni: uno è Marcel De la Tache, l’altro protagonista del libro oltre a Jeanne del Motte, giovane giornalista alle prime armi, e l’altro è suo zio, Jacques de la Tache, un vecchio giornalista (nel quale evidentemente io mi identifico) che gli dà lezioni di giornalismo. All’epoca fare il giornalista era molto complicato, c’era la censura e i giornali erano fatti di pochi fogli scritti con una prosa pesante, in pratica erano la copiatura di quello che arrivava da “Le Courrier de Versailles”: invece con la Rivoluzione i giornali hanno cominciato ad evolversi e a parlare di politica. Per questo mi è sembrato normale, e anche più facile, che il mio protagonista facesse il giornalista: mi sono mossa in acque che conosco bene.

G.: Nel romanzo racconti la fine di un mondo libertino, racconti la disperazione  per – chiamiamola con termini moderni – una terribile crisi economica, parli di fake-news: mi sembra che il tuo sia un réportage che solo per il “trucco e parrucco” racconta di un’altra epoca e, invece, purtroppo ci parla del moderno mondo zeppo di avventurieri e avventuriere. E’ così?

B.S.: E’ così: io scrivo romanzi storici per parlare dell’attualità. Jeanne De La Motte scrive lettere false e i suoi mémoirs sono pieni di falsità: è la regina delle fake-news ma, all’epoca, i suoi scritti erano best sellers sulle cui vendite lei si manteneva. Qualcosa di quella vicenda ci ritorna, ci risuona, con quello che sta accadendo adesso. Sì, senz’altro è così.

G.: In questo affaire in cui, nella realtà, si ritrovano personaggi famosissimi e di questa donna non si sa esattamente quale sia stata la sorte, se quella della versione ufficiale o quella delle leggende su di lei, tu dichiari di stare dalla parte di Maria Antonietta: è come se dicessi che, in fondo, la Regina così odiata in realtà sia stata calunniata (a cominciare dalla storia delle “brioches” per finire a quella della collana) e usata come capro espiatorio. Tornando al discorso sulla realtà di oggi – e qui parlo ancora alla giornalista- come ci si può muovere fra realtà e verosimiglianza?

B.S.: Beh, non é facile. Certo, le fonti vanno sempre controllate: in questo caso, l’affaire du collier di Maria Antonietta rimarrà un mistero irrisolto. Io, da romanziera (ma farei lo stesso come giornalista o storica) ho sposato la tesi di moltissimi storici, compreso Mirabeau, secondo la quale Maria Antonietta non ha mai conosciuto questa truffatrice ed era totalmente ignara del danno che Jeanne de la Motte le creava intorno danneggiandola pesantemente. Maria Antonietta è stata la sovrana più calunniata nella storia d’Europa: per via del suo orgoglio asburgico non ha mai reagito fino alla fine, rovinandosi. Quando è arrivata in Francia aveva solo quattordici anni, era stata portata via da Schönbrunn e buttata in una Versailles terribile, veniva vessata dalle zie del marito e da “Madame Etiquette”(Anne Claudine Louise d’Arpajon, prima dama d’onore: n.d.r.); era sposata, ma il Delfino di Francia era impotente, e sua madre, Maria Teresa d’Austria, la rimproverava scrivendole che la causa del problema  del marito forse era proprio lei, Maria Antonietta, che non lo sapeva attirare a sé. In realtà, il Delfino, che era molto timido, soffriva di una fistola gli impediva di congiungersi: per sei anni non ha toccato la moglie, fino a quando è stato operato. Maria Antonietta ha avuto quattro figli e con la maternità è cambiata: in qualche modo, i primi anni in Francia erano stati traumatici. Però, se a te dico che sono tutta per Maria Antonietta, nel libro invece ho cercato di essere assolutamente imparziale, di non far sentire il mio pensiero e la mia voce: dei due giornalisti, Marcel è dalla parte di Jeanne de la Motte, mentre lo zio è un monarchico convinto che, pur sapendo benissimo quali siano stati gli errori di Maria Antonietta, spiega al nipote per quali motivi vada tuttavia sostenuta la Corona. E poi, anche se sto dalla parte di Maria Antonietta, la mia protagonista è Jeanne de la Motte, che è stata sicuramente una donna affascinante e incomprensibile: molto più affascinante di Maria Antonietta, ma una mascalzona.

G.: Non è che stai pensando ad una trilogia, visto che nel libro precedente si parlava di un antico e misterioso anello e qui di una antica e misteriosa collana?

B.S.: Ah sì, magari sì: nel prossimo, potrei parlare di un bracciale, perché no?

 

 

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