“Bevi qualcosa, Pedro!”: chiacchierata con Tullio Solenghi

Tullio Solenghi: “Bevi qualcosa, Pedro!” RaiEri Ed

Pagg 262

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Tullio Solenghi: “Bevi qualcosa, Pedro!” RaiEri Ed

Ci sono storie bellissime da conoscere: narrano di passioni artistiche, di amicizie sincere, di affiatamento professionale, di impegno e talento, di sorrisi e successi, di amarezze e grandi dolori condivisi per la vita (e anche oltre). A raccontarci, oggi, una bellissima storia di passione per il mestiere dell’attore, fatta anche di grande talento, di incontri fatali e fortunati, di amicizie che durano tutta la vita (e anche oltre), è Tullio Solenghi che, prendendo il titolo da uno dei più famosi “tormentoni” del Trio (“Bevi qualcosa, Pedro!”,Edizioni Rai- Eri) ha pubblicato quella che definisce una “auto-triografia” – affettuoso neologismo solenghiano che sigilla definitivamente la bella sintonia che lo ha da subito legato ad Anna Marchesini e Massimo Lopez – in cui racconta non solo la sua vita artistica dalla fine degli anni ‘60 in poi, ma tutta l’avventura che con i due colleghi e amici  lo ha portato nelle case e nei cuori  di milioni di spettatori. Lo scioglimento del gruppo, nel 1995, avvenne solo per la necessità di ciascuno dei tre attori di sperimentarsi in situazioni artistiche differenti, e non certamente per dissidi interni. L’amicizia fra i tre, infatti, la loro inossidabile complicità artistica e umana, l’affetto vero che li ha da subito legati, non sono mai venuti meno: ne è dimostrazione, semmai ce ne fosse stato bisogno, il ritorno a teatro di Solenghi e Lopez (già protagonisti de “La strana coppia” nel 2003), che dallo scorso mese di luglio, e in prevendita per le prossime date del 2018, con il loro nuovo “Show” registrano molti “sold out” nei teatri di tutta Italia.

Solenghi inizia il suo amarcord raccontandoci la passionaccia per il teatro di un ragazzino genovese, che studia da geometra ma contemporaneamente, recitando inopinatamente al provino di ammissione “A Silvia” in tutti i dialetti italiani, viene a sorpresa (sua) accettato dalla scuola di teatro del prestigioso “Stabile” di Genova, quello di Ivo Chiesa, Luigi Squarzina e Lina Volonghi, dove trova insegnanti illuminati che portano in classe Fabrizio De André, che suona con la sua chitarra “Via del Campo”, e trasformano gli allievi in tangibili promesse teatrali, apprezzate da geniali autori come Marcello Marchesi.

Studio, speranze, sogni e poi gli anni della gavetta vera nel teatro “serio”, pieni di testi tosti e scritture da due battute che avrebbero stroncato molti, ma Tullio Solenghi non vacilla: vuole assolutamente fare l’attore, ma non quello dei drammoni ottocenteschi, quello che “fa ridere”, che offre al pubblico la sua vis ironica, goliardica, raffinata e pungente.

Scelte e rinunce coraggiose lo porteranno per puro caso (ma davvero esiste, poi, il “Caso”?) a incontrare prima una ragazza “accartocciata su se stessa, i capelli a tendina sul viso”, che lo strabilia con la sua travolgente bravura, e poi un ragazzo dinoccolato e sornione, lo stesso straordinario talento degli altri due, che anni prima aveva inconsapevolmente attraversato la strada di Solenghi (e qui, rifaccio la domanda: esiste il “Caso”?).

E’ la primavera del 1982 quando, sia pure in forma embrionale, si forma quello che per tutti sarà poi “Il Trio”. Debutto col botto in radio nel programma  Rai Hellzapoppin’: un successo inimmaginabile persino per i tre attori, un trionfo di consensi che spianerà loro la via per la televisione sbancando dati di ascolto e botteghini dei teatri. Per Solenghi, Marchesini e Lopez saranno anni bellissimi e tumultuosi, fatti di ore e giorni passati, loro tre, a scrivere i testi degli spettacoli, sempre meravigliandosi di quanto grande fosse il loro successo: questo stupore candido fa scattare in me un applauso in più, perché solo i “grandi” sono umili.

Chapeau.

Nel 2011 avevo avuto il grande piacere di intervistare Anna Marchesini, che aveva pubblicato il suo primo romanzo “Il terrazzino dei gerani timidi” (Rizzoli): il fatto che la storia fosse narrata in terza persona consentiva all’Autrice di raccontare di sé senza violare la sua ben nota riservatezza. Anche di quell’incontro ho parlato con Tullio Solenghi: il testo che sta portando nei teatri italiani con Lopez, del resto, e il libro stesso si concludono con un bellissimo omaggio ad Anna Marchesini.

Come dicevo, i veri amici restano tali per tutta la vita, ma anche oltre.

L’AUTORE

Tullio Solenghi, genovese, classe 1948, a diciassette anni frequenta la scuola di teatro del Teatro Stabile di Genova. Debutta nella stagione 1970-71 a fianco di Lina Volonghi in Madre Courage di Bertold Brecht, regia di Luigi Squarzina. Seguono numerosi spettacoli che lo vedono a fianco di attori come Alberto Lionello,Tino Buazzelli,Giorgio Albertazzi e molti altri. Nel 1982 fonda il Trio con Anna Marchesini e Massimo Lopez. Nel 1985 , il Trio è a “Domenica In”, con Mino Damato ed Elisabetta Gardini. Nel 1990,il Trio crea uno dei maggiori successi televisivi degli ultimi anni, la parodia dei Promessi sposi: l’ascolto record è di 14 milioni di telespettatori. Attualmente è in teatro con Massimo Lopez nello spettacolo di grande successo “Massimo Lopez e Tullio Solenghi Show”.

 

Ecco l’intervista a Tullio Solenghi, il cui sonoro trovate in alto, nella sezione audio di questa pagina.

Canzone consigliata: “Via del Campo”, Fabrizio De André.

 

 

Giancarla: Grazie per avere trovato il tempo per questa intervista: per lei sono giorni affollati di impegni per presentare il libro, che è molto richiesto.

Tullio Solenghi: Sì, tutto gira: il libro va bene, lo spettacolo sta registrando in prevendita “tutto esaurito”, e quindi tutto bene.

G.: Il sottotitolo parla di “auto-triografia”, ma per raccontarla bisogna partire dalla sua biografia, dalla storia, cioè di quel ragazzo che non voleva fare il geometra!

T.S.: Già: si vedeva male, al Catasto…

G.: Come ha convinto i suoi genitori a farle frequentare la Scuola di Teatro dello “Stabile”?

T.S.: Sono stato pragmatico: ho detto loro che avrei preso il diploma da geometra, ma al tempo stesso avrei fatto la Scuola di Teatro e loro mi hanno risposto, in maniera altrettanto pragmatica, che l’importante era che non trascurassi gli studi e che non perdessi l’anno. “Se trovi anche il tempo di fare la scuola di teatro, buon per te”. E io sono riuscito a conciliare le due cose.

G.: Con tanta fatica, immagino…

T.S.: Beh, sì… Però quelli erano gli anni del massimo dell’entusiasmo e come tali li ricordo, soprattutto quelli della scuola: mi si apriva un mondo nuovo, per la prima volta maneggiavo testi teatrali, facevo le prove… Tutto era sublimato dalla voglia di realizzare il sogno della mia vita.

G.: E in quel periodo lei ha respirato la stessa polvere dello stesso palcoscenico di personaggi dai nomi eclatanti, come Lina Volonghi…

T.S.: Certo: negli anni della scuola era quello cui aspiravo, ma erano gli anni di verifica delle proprie capacità… Poi, sì, mi è sembrato di toccare il cielo con un dito.

G.: Però la gavetta c’è stata, ed è stata tanta: lei ha sempre pensato di andare avanti, anche quando le assegnavano solo particine infinitesimali?

T.S.: Gavetta ne ho fatta molta, indubbiamente, ma ho sempre pensato di andare avanti perché – lo dico in maniera molto pragmatica, perché noi Genovesi siamo pragmatici e non amiamo i voli pindarici – ho sempre avuto la netta sensazione di avere il talento per fare questo mestiere. Naturalmente il talento è una delle componenti, poi ci vogliono le occasioni giuste, ci vuole fortuna: però il talento è una bella e solida base e per questo, anche nei momenti di sconforto, cercavo di capire quale potesse essere un’altra via per raggiungere lo stesso obiettivo. Non mi sono mai scoraggiato al punto di dire: “Basta: cambio mestiere”. No, questo no.

G.: Meno male, anche perché questa tenacia le ha consentito due incontri “fatali”, quelli con Anna Marchesini e Massimo Lopez, che lei nel libro ben racconta: eravate destinati a incontrarvi?

T.S.: Eravamo destinati, sì. Io, con il mio pragmatismo, non sono uno crede ai disegni fatti dall’alto da chissà che mente superiore, però in questo caso… eh, sì… Fra l’altro, sono stati due momenti minori, ma poi ho teorizzato – e non è una novità, ma nel mio caso è ancora più accaduto – che le cose importanti della vita arrivano a volte da cose che uno starebbe per scartare: e invece proprio da quelle nasce l’occasione, l’incontro determinante.

G.: Che cosa, in queste due persone così diverse fra loro, l’ha colpita al punto da farle immaginare di poter lavorare insieme?

T.S.: Il talento: e poi la sintonia con due persone che parlavano il mio stesso linguaggio. Non serviva spiegarsi, fra noi: bastava un cenno,      l’intonazione della voce di uno per far capire agli altri che cosa si voleva fare intendere, e così è stato per tutti quei magici anni passati insieme.

G.: In vista di questa intervista mi sono permessa – e spero che la cosa le faccia piacere – di recuperare quella che avevo fatto anni fa ad Anna Marchesini, in occasione della pubblicazione del romanzo “Il terrazzino dei gerani timidi”. Mi fa sorridere quello che lei dice a proposito della casualità, perché a volte le “combinazioni” esistono davvero: lei ha parlato di talento, ed il frammento di intervista che ho pensato di leggerle, guarda caso, proprio di quello parla. Mi aveva detto la Signora Marchesini: “… L’aspirazione che c’è nella scrittura e nell’arte è anche quella di rendere rappresentabile qualcosa che nella vita, a volte, si tiene nascosto, in disparte; c’è anche un tentativo di rivelare la bellezza dell’infelicità, la bellezza degli aspetti meno dirompenti del carattere: la timidezza, il senso di esclusione, di solitudine, di essere diversi dagli altri. Le emozioni sono intricate l’una nell’altra: la vita è un groviglio barocco di oro e di stracci. Io non sono stata una bambina timida: ero sensibile ma estroversa, quindi insospettabile, non mi si sarebbero attribuite tutte le malinconie che sono nel mio libro. Però io amo la timidezza, mi attrae. Del resto, noi immaginiamo che alcuni aspetti del talento siano dirompenti, evidenti, coraggiosi… e invece sono molto timidi: i miei lo erano, perché i talenti vanno curati, adattati, fatti crescere e poi sperimentati per diventare qualcosa di evidente che dà forza, sicurezza”. Che dice di queste parole?

T.S.: Le condivido e vi riconosco appieno Anna. Secondo me, il talento è la condizione essenziale per fare il mio mestiere, che però non si può fare in maniera defilata. Non ci si può accontentare, anche se si è a volte costretti a dire (in scena: n.d.r.) solo: “Il pranzo è servito”: quello è  un esordio per poi sfociare verso parti importanti, da protagonista. Se avessi fatto il bancario e non avessi avuto il sacro fuoco del bancario avrei contato comunque le banconote, avrei seguito comunque i conti correnti e non sarebbe cambiato nulla se quel lavoro fosse stata una scelta defilata o no: nel mio mestiere invece non è possibile.

G.: E’ importante ricordare questa faccenda del talento, specie di questi tempi…

T.S.: Eh, lo so: ma tanto poi ci pensa il tempo a ricordarla, perché se è vero che – parafrasando Warhol – tutti hanno diritto al loro quarto d’ora di celebrità (oggi diremmo in video, nei social), il problema è rimanere celebri. E lì vale la legge, dura ma necessaria, della selezione fra chi ha talento e chi no.

G.: Ho una curiosità: in realtà, il vostro grande successo come “Trio” è cominciato in radio. Dopo quell’ exploit siete passati in televisione e in radio non siete più tornati. Io penso che la radio fosse il mezzo perfetto per tre artisti come voi e quindi le chiedo: come mai non ne avete fatta più?

T.S.: Semplicemente perché la televisione ci ha fagocitato: la radio – parlo di Hellzapoppin’ – è stata la palestra di sperimentazioni della nostra creatività, e il nostro programma che doveva durare un anno ne è durato tre. Per la prima volta ci siamo resi conto che stavamo parlando un linguaggio condiviso, che stavamo facendo una proposta originale: poi la televisione ha fatto del suo e non c’è stato più il tempo materiale per tornarci, anche se è rimasta nel cuore di tutti e tre…

G.: Peccato, peccato… Ma ritorniamo al libro che, mi pare, sia percorso soprattutto da una parola e da uno stato d’animo: stupore. Lei si stupisce di tutto: all’inizio si stupisce di essere stato preso alla Scuola di Teatro, poi si stupisce del successo in radio, poi di quello in televisione e in teatro…

T.S.: … Mi stupisco soprattutto adesso, a quasi settant’anni che farò il prossimo 21 marzo, di essere ancora qui a raccontare…

G.: E allora chapeau, perché lo stupirsi sottintende tante belle cose, dal punto di vista umano: ma anche da quello artistico questo vostro stupore è stato un bel salvagente … nel bene e nel male, perché voi avete rischiato di fare andare il nostro Paese in collisione col Vaticano e con l’Iran di Khomeini …

T.S.: Sì, sono stati incidenti di percorso non voluti: non era assolutamente programmato alcun tipo di trasgressione. Il nostro modo di essere era quello ed è sfociato in quei due momenti…

G.: Era il vostro candore: ma davvero non eravate consapevoli della vostra forza?

T.S.: No. Io racconto di quando scoprimmo solo dopo avere debuttato da un po’ in teatro che ci seguivano tre T.I.R. per portare tutta la nostra scenografia: era il nostro primo spettacolo teatrale, un allestimento faraonico, ma noi non ci pensavamo. Noi facevamo, buttavamo giù idee che dovevano poi essere materializzate con le scenografie, i costumi e tutto il resto, che comportava un allestimento mostruoso.

G.:  E poi l’importante era che i vostri testi piacessero a voi tre e alla sua signora, che è stata sin da subito la vostra cartina al tornasole

T.S.: Sì, è vero: lei era la vigile silente di tutte le nostre cose.

G.: Il libro è molto divertente (a parte gli esilaranti vostri incontri con i vertici RAI e Mediaset, mi sono segnata dei personaggi epici, dal capo-claque alla signora allergica al talco) e leggendo ho riso molto: ma per lei ripercorrere questa strada come è stato?

T.S.: E’ stata una sorta di seduta auto-psicoanalitica, perché mi sono confrontato con me stesso, con i miei desideri e anche con i miei sentimenti: nel libro racconto anche questi. E’ stato una sorta di lavacro, di purificazione.

G.: Le capita di rileggerlo?

T.S.: Oramai, a forza di fare presentazioni in cui mi chiedono di leggerne qualche pagina, l’ho imparato a memoria, è dentro di me!

G.: Io vi ho un po’paragonato ai Beatles…

T.S.: Apperò!

G.: … Ma sì: non soltanto per l’impatto che i vostri personaggi hanno avuto sul pubblico, tanto che le espressioni usate nei vostri testi sono entrate nel linguaggio comune, ma anche perché i Beatles si sono sciolti all’apice della fama, dopo circa dieci anni di successi straordinari, e voi, analogamente, dopo poco più di dieci (come “Trio”, intendo, perché in realtà vi siete trovati altre volte, successivamente) e malgrado questo periodo relativamente breve siete entrati nel DNA del pubblico. So che metterebbe la domanda che sto per farle nell’elenco dei luoghi comuni, ma secondo lei qual è il segreto del vostro successo?

T.S.: E’ nel non avere programmato nulla di quello che è scaturito dai nostri neuroni, dal libero cazzeggio di tre amici, perché ci siamo soprattutto considerati quelli all’inizio, avendo ogni volta il desiderio di non porsi delle barriere, degli organigrammi, di andare avanti davvero sull’onda della spontaneità, di quello che ci veniva. Credo questo abbia sempre funzionato: quando ci toccava fare il compito, cercavamo sempre di rifugiarci nella spontaneità di partenza.

G.: Vorrei chiudere questa intervista usando ancora le parole di Anna Marchesini, che mi sono piaciute molto. A un certo punto, mi ha detto: “Il sogno attraversa tutta la mia vita, perché è il piano in cui uno riprende alcune autonomie rispetto ad una vita che non soddisfa appieno: ma non intendo il sogno come qualcosa da mettere nel cassetto, che non si farà mai, oppure qualcosa che si può ridimensionare quando deve essere resa accessibile. Per me i sogni sono “giganti scapigliati”, sono aspirazioni molto, molto alte, che non mi va di diminuire, proprio per il gusto, quando li si realizza, di essere arrivati tanto in alto senza avere rinunciato a niente della grandezza del sogno”. A me sono sembrate parole bellissime, che credo, dopo avere letto il suo libro, valgano anche per lei, no?

T.S.: Assolutamente sì. Se i sogni restano nel cassetto rischiano di marcire, di essere invasi dalle tarme e pian piano disintegrati: il nostro è sempre stato un sogno attivo, realizzato, concreto.

G.: E lei a questo sogno e per questo sogno sta ancora lavorando…

T.S.: Certo, certo: ma difatti il sogno è quello che tiene in vita la voglia di continuare a lavorare; e aggiungerei anche la passione sconfinata per questo mestiere, che ci ha sempre portati a non badare alle fatiche, alle complicazioni e agli incidenti di percorso (e ce ne sono stati tanti). La nostra vita era quella, e il sogno e la passione ci hanno aiutato a sopravvivere.

 

 

 

 

 

 

 

 

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